La fine del mondo; come i fumetti ci rincoglioniranno e come ci salveranno
Ho sempre creduto che il fumetto fosse uno strumento popolare molto potente, che attraverso la finzione narrativa potesse portare a delle verità impreviste o anche solo a una certa circolazione di idee, in alcuni casi persino senza la mediazione della parola.
Però sono anche consapevole che i fumetti sono pur sempre forme di intrattenimento ( di massa ), e ho sempre guardato con sospetto il tentativo di appioppare a certi fumetti uno spessore e un impegno che non necessariamente devono avere, manco fossero il Paradiso Perduto di John Milton.
E si, sto parlando anche di voi, persone che parlate di One Piece come se fosse un’opera profonda.
Sarà profonda per ciò che ci si aspetta da un battle shonen, ma se a 30 anni e passa questo è ancora l’apice della vostra lettura avete un problema serio, culturale e di sensibilità.
“Adulti in arresto emotivo e bisognosi di risposte semplici a domande complesse” per citare Alan Moore.
Ho fatto l’esempio con O.P., ma potrei parlare anche di Batman, dei supereroi, di molti fantasy e di tanti altri generi o titoli spesso ostaggi di dinamiche di autoriciclo, non solo nei fumetti.
Non fraintendetemi, anche io sono un appassionato di queste cose, ma sono cresciuto anche con l’idea che una passione dovrebbe portare a espandere i propri orizzonti e non restringerli.
Se arrivati fin qui vi state chiedendo qale sia il mio “orientamento” quando si parla di questi linguaggi, ne ho anche per le proposte che vengono dall’autorialità, che mi pare un altro volto di un certo appiattimento.
Basta guardare le cover de La fine del mondo, ma potrei citare anche altri titoli italiani.
Da una parte abbiamo un sistema culturale ed editoriale che, in Italia più che altrove, tende a essere fragile, poco capitalizzato, poco disposto a rischiare su prodotti formalmente ambiziosi.
Dall’altra una risposta estetica dentro questo quadro, il disegno informale, volutamente brutto, naif, non è solo una scelta poetica individuale ma è anche una soluzione pratica.
Funziona perché costa meno in termini di tempo e competenze, perché si vende facilmente come autenticità, e perché si incastra bene con un’idea molto contemporanea di autore = persona vera che racconta sé stessa senza filtri.
Per carità, il segno essenziale, anche povero o deformato, può produrre opere potentissime. Molti grandi autori avranno anche adottato un segno anti-naturalistico con enorme consapevolezza, però io penso che questa estetica non è solo una conseguenza neutra, ma anche un fattore che retroagisce sul pubblico. Ne è il prodotto e lo produce al tempo stesso.
Se ci si abitua per anni a un immaginario visivo povero di costruzione, povero di mondo, povero di invenzione spaziale e narrativa, allora sì, si restringe anche quello che riesce a desiderare o a riconoscere come “interessante”. Non perché diventa incapace, ma perché non viene più allenato in quella direzione.
“disegnare male” non è solo un linguaggio tra gli altri, ma può diventare una forma di equilibrio verso il basso. Non nel senso morale, ma strutturale. Se non si sostiene abbastanza la complessità, la complessità tende a sparire o a diventare nicchia, e al centro resta ciò che è più leggero da produrre e da legittimare culturalmente.
In alcuni casi il messaggio implicito sembra essere che la raffinatezza tecnica è sospetta mentre la rozzezza controllata è più autentica, ma è un’equazione populista secondo me.
Mi sembra che questa assenza di formalità spinga verso un’analfabetizzazione estetica di chi guarda: storie sempre meno fantasiose a favore di un intimismo non sempre all’altezza e disegni sempre meno intriganti . Mi sembra che venga smantellata pian piano la capacità di parlare all’immaginario più o meno collettivo e/o crearne di nuovi.
Non è solo che il mercato depresso produce un’estetica più povera. È anche che quell’estetica, una volta stabilizzata, contribuisce ad abbassare l’asticella di ciò che viene percepito come ambizione possibile nel medium.
E’ come se si fosse trovato un equilibrio in cui la riduzione formale non è più solo un effetto collaterale, ma diventa anche una condizione di sopravvivenza e riconoscibilità.
E quando questo succede, sì, l’immaginario tende a restringersi, anche se nessuno lo decide esplicitamente.
Se il fumetto naif è uno specchio di questo declino , è l unica prospettiva nella quale riesco a riconoscergli un valore artistico come segno del tempo in cui viviamo, ma lo trovo comunque deprimente.
Non dobbiamo sottovalutare l’importanza del disegno, ragazz*, la rappresentazione è una forma di stregoneria e la potenza delle immagini può arrivare dove la parola non riesce.