Gli omosessuali non sono normali. Una volta per tutte.
È ora di dare a tutti gli strumenti per svelare questo trucco retorico vannacciano deliberatamente usato per fare del male:
Il trucco sta in una parola che cambia significato tra chi parla e chi ascolta. "Normale" ha un senso statistico (ciò che è frequente) e uno colloquiale (ciò che è sano, a posto). La premessa usa il primo, l'effetto lo produce il secondo. È un'equivocazione, e funziona proprio perché il passaggio non si vede.
Presa in senso statistico, la frase è vera e vuota. Non sono normali nemmeno i mancini, i rossi di capelli, chi ha gli occhi verdi, i premi Nobel. E nemmeno i generali, che sono una frazione infinitesimale della popolazione. Nessuno ne trae conclusioni, perché essere minoranza da solo non dice nulla. Ma il pubblico non sente la statistica. Sente il "quello non è normale" di tutti i giorni: ha qualcosa che non va, è strano, un po' matto. È qui che la frase fa il danno, perché ricalca una vecchia etichetta clinica. L'omosessualità è stata classificata come disturbo mentale fino al 1973 dall'American Psychiatric Association e fino al 1990 dall'OMS, che la tolse il 17 maggio, data scelta poi per la Giornata contro l'omofobia. Il senso colloquiale fa rientrare dalla porta di servizio una patologizzazione che la scienza ha abbandonato da decenni.
Le due letture non convivono per caso. È uno schema retorico che il filosofo Nicholas Shackel ha chiamato motte and bailey, dal nome dei castelli medievali normanni. Il bailey era il cortile recintato ai piedi della fortezza: terra fertile, abitabile, desiderabile, ma difficile da difendere. Il motte era la torre in cima alla collinetta: inespugnabile, ma spoglia e inutile per viverci. In tempo di pace si stava nel cortile, quando arrivava un assalto ci si chiudeva nella torre, e passato il pericolo si tornava giù. Nel discorso funziona allo stesso modo. Si afferma la tesi che interessa davvero, gli omosessuali hanno qualcosa che non va. Quando qualcuno contesta, ci si ritira sulla tesi banale e incontestabile, intendevo solo in senso statistico. Appena la critica si spegne, si torna nel cortile. La torre regge, ma è vuota. E intanto il messaggio che conta è già arrivato.
Se tra voi c'è un giornalista, o se ne conoscete uno, vorrei che facesse a Vannacci una domanda semplice: perché dice "normale" e non "frequente"? Se intendesse davvero il senso statistico, "frequente" sarebbe la parola esatta. Non la usa perché "frequente" non ha l'ambiguità di "normale" e non insinua che chi è diverso sia malato. È una scelta deliberata, e chi semina odio deliberatamente deve risponderne. Chi semina vento raccoglie tempesta, ma di solito a raccoglierla sono altri.
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EDIT per chi non riegge a leggere tanto:
"Normale" in Italiano ha due significati: "frequente" e "sano".
Vannacci dice che gli omosessuali non sono normali. Intende "frequente", ma chi ascolta capisce "malati".
Il trucco geniale quanto malvagio è questo: lancia il messaggio cattivo e, se qualcuno protesta, si ritira su quello innocuo. "Intendevo solo che sono pochi."