Perché lavorare da remoto in Italia continua a rimanere sempre un sogno?
Durante la pandemia sembrava una rivoluzione fatta. Poi, appena finita l'emergenza, le aziende hanno iniziato a richiamare tutti in ufficio — e la PA ha tagliato lo smart working drasticamente, col privato a ruota.
Risultato: l'Italia è tornata ai livelli pre-pandemia mentre il resto d'Europa consolidava il modello ibrido. Oggi siamo a circa 3,55 milioni di smart worker, una frazione del potenziale.
La cosa che mi fa più rabbia è l'occasione persa. Mentre discutiamo se il remoto "funziona davvero":
- i borghi e le aree interne continuano a spopolarsi;
- le città diventano sempre più care e invivibili;
- la natalità crolla ai minimi storici;
- nelle zone svuotate spariscono sanità, scuole e trasporti.
Eppure più persone nelle aree interne giustificherebbero proprio quegli investimenti che oggi mancano. È un cane che si morde la coda: niente servizi perché non c'è nessuno, nessuno perché non ci sono servizi.
Mi chiedo dove sia il vero blocco:
- Cultura aziendale? Manager che misurano le ore in sedia invece dei risultati.
- Mancanza di infrastrutture? Banda larga assente proprio nei posti che il remoto potrebbe salvare.
- Politica? Zero incentivi per chi si trasferisce o per chi assume da remoto.
- Noi stessi? Abituati a legare lavoro e città.
Voi che ci avete provato: cosa vi ha fermato? Chi è riuscito a trasferirsi fuori città lavorando da remoto, com'è andata davvero? E secondo voi è un problema risolvibile o è destinato a restare un sogno per pochi privilegiati del digitale?
Sono giorni che sto lottando e riflettendo su questa cosa perché, per me che rientro nell'élite di quelli che trovano più facilmente da remoto, è follia vedere nel 2026 gente che svolge lavori completamente digitali, essere costretta a lavorare in ufficio anche quando non vuole.