u/Ivano_R69

[Cercasi parere] Meccanico di giorno, scrittore di notte: "L'ombra è un lusso dei vivi" (Cap. 28)

[Cercasi parere] Meccanico di giorno, scrittore di notte: "L'ombra è un lusso dei vivi" (Cap. 28)

Il furgone si è schiantato contro le radici radioattive a due chilometri dal bunker. Nika si è svuotata del suo sangue sul pianale di ferro. Non c'è tempo per le lacrime, non c’è tempo per le fosse.

📌 ESTRATTO (Capitolo 28)

Rauco indicò il ferro delle taniche, il pianale lordo. «È la Regina! Merita un posto... merita l’ombra!»

Igor fece un passo avanti, invadendo lo spazio del ragazzo. Lo afferrò per il bavero, sollevandolo finché le punte degli stivali di Rauco raschiarono l’aria sopra il sangue sul pavimento.

«L’ombra è un lusso dei vivi, Rauco. Lei ha posato il suo peso. Ora prendi il tuo o ti lascio qui a farle compagnia.»

Lo sbatté contro il montante della portiera. Il metallo rintoccò contro l’osso del cranio del ragazzo. Igor saltò a terra, affondando gli stivali nella melma radioattiva. I suoi occhi si inchiodarono verso il nord, dove la ragnatela del Duga sventrava le nubi viola.

«Due chilometri,» disse Igor, e il respiro gli uscì come una vampa di vapore acido. «A piedi. Nel fango. Chi cade, resta indietro.»

Cosa ne pensate del ritmo e dell'impatto di questa scena di fuga? La tensione vi arriva abbastanza secca?

u/Ivano_R69 — 3 days ago

[Cercasi parere] Meccanico di giorno, scrittore di notte: "Nessuno verrà a salvarvi". Vi presento il Dottor Volkov, nuovo estratto da "Il Cielo ha Fame"

Ciao a tutti!

Sono Ivano, meccanico di giorno e scrittore di notte. Dopo avervi fatto leggere il prologo ambientato a 408 km d'altezza sulla ISS, oggi come promesso scendiamo a terra per mostrare cosa accade sul pianeta nel momento esatto in cui l'anomalia globale spegne la nostra civiltà.

Per chi si fosse perso il post precedente, ecco il link:

https://www.reddit.com/r/scrittura/comments/1uxa4o1/cercasi_parere_su_ritmo_e_tensione_meccanico_di/

# La trama in breve:

Cosa fareste se il cielo non fosse più il posto dove guardare, ma quello da cui nascondersi? Il 17 marzo 2030, il mondo si spegne in un secondo.

Un'anomalia elettromagnetica globale, il "Boato", colpisce la Terra azzerando la civiltà digitale. Le batterie esplodono, i circuiti si fondono e l'atmosfera si satura di ozono, trasformandosi in un immenso conduttore elettrico.

Mentre l'umanità piomba istantaneamente nel caos e nel gelo di un nuovo medioevo analogico, l'unico segnale di vita arriva dallo spazio: a bordo di una ISS ormai isolata e alla deriva, il Colonnello Viktor Pavlov lancia un disperato messaggio di emergenza.

In questo nuovo estratto vi presento un personaggio del romanzo: il Dottor Volkov. Ci troviamo all'interno del Reparto Psichiatrico dell'Ospedale di Vyazma, dove la fame e l'assenza di farmaci hanno liberato qualcosa di mostruoso.

# NOTA: Il testo contiene elementi di Cannibalismo, Body Horror e descrizioni grafiche esplicite. Lettura consigliata a un pubblico adulto (18+).

Buona lettura!

# Estratto - Il Dottor Volkov -

>Giorno 4

 

Le scorte della guardiola erano esaurite. Le tubature erano cave. L’ospedale si era trasformato in un monolito di ghiaccio. Nelle stanze, i pazienti abbandonati erano mutati in statue rigide sotto lenzuola incrostate.

Ilya vagava per il secondo piano; il bisturi era un’estensione fredda della mano. La fame aveva smesso di essere un crampo; era un filtro percettivo che deformava le ombre in materia organica. Un singhiozzo strozzato increspò il silenzio. Proveniva dalla guardiola. Qualcuno rovistava tra i cassetti vuoti.

Si avvicinò, un’ombra silenziosa in scarpe di tela. Una figura restava rannicchiata sotto la scrivania. La divisa da infermiera era uno straccio sporco. Il corpo sussultava sotto scariche di brividi.

«Tatiana?» La sua voce era un sussurro di seta.

La donna picchiò la testa contro il tavolo. Si girò; le orbite erano pozzi neri scavati nel pallore. Era sopravvissuta nel buio dei ripostigli, ma la fame l’aveva stanata.

«Ilya?» gracchiò. La gola arida ridusse il nome a un soffio di polvere.

Lui sorrise, aggiustandosi gli occhiali. «Sei tornata per il tuo turno? Sei in ritardo.»

Tatiana provò ad alzarsi; le ginocchia cedettero. Era uno scheletro rivestito di pelle grigia. «Aiutami... ti prego... c’è dell’acqua?»

«Shh. Calma.» Le offrì il palmo.

Lei esitò, poi afferrò la mano. La pelle della donna era una membrana gelida.

«Vieni nel mio ufficio. Ho delle scorte. Mi prenderò cura di te.»

La speranza dilatò le pupille di lei. «Davvero?»

«Certo. Sono il dottore, ora.»

La sostenne mentre zoppicava verso l’ufficio del caposala. Tatiana si abbandonò al camice bianco. Cercava la salvezza nella fibra del cotone inamidato. La fece sedere sulla poltrona.

«Sei pallida, Tatiana,» mormorò Ilya. Le accarezzò la guancia; la giugulare batteva furiosa contro i suoi polpastrelli. «Dobbiamo rimetterti in forze.»

«Acqua...» implorò lei.

«Sì. Ma prima... la medicina.»

Ilya impugnò il fermacarte di marmo. Si posizionò alle spalle della poltrona. Tatiana fissava il vuoto, i polmoni che raschiavano l’aria.

«Fai la brava, Tatiana,» le alitò sull’orecchio.

I muscoli della donna si tesero; riconobbe la propria frequenza. «Cosa...»

Il marmo colpì la tempia. L’osso temporale cedette con uno schiocco secco. Tatiana crollò sulla scrivania, travolgendo le cartelle cliniche. Il sangue sgorgò tra i capelli biondi, allargandosi sul metallo. Rosso. Caldo. Denso. La Cosa ruggì di trionfo. Ilya aggirò la scrivania. Le sollevò il capo per i capelli. Il calore del fluido gli bagnò le dita; lo portò alla bocca, assaggiando il sale e il ferro.

«Ora,» sussurrò, estraendo il bisturi dal vassoio. «Apri la bocca… niente pillole, stavolta.»

La lama incise la base della lingua; il muscolo oppose una resistenza elastica prima di cedere. L’addentò.

«Sublime…»

La pelle della guancia si aprì come seta sotto la punta d’acciaio. Sotto, la fibra muscolare era rosso scuro.

«Il paziente è pronto,» sussurrò. «Iniziamo l’operazione.»

Ilya si sfilò il camice con una lentezza cerimoniale. Lo adagiò su una sedia lontana dalla scrivania, ne appianò le rughe con il bordo della mano e lo piegò in un rettangolo perfetto, mettendolo al sicuro. Sbottonò i polsini della camicia di popeline. Arrotolò le maniche con precisione maniacale fin sopra i gomiti, scoprendo gli avambracci pallidi dove le vene pulsavano sotto la pelle diafana.

Solo allora impugnò il bisturi.

La lama scivolò tra le fibre con la fluidità di una carezza. Ilya lavorava con calma assoluta; spruzzi caldi e scarlatti gli punteggiarono la camicia azzurra e la pelle nuda delle braccia. Respirò il vapore ferroso che saliva dalla ferita aperta, riempiendosi i polmoni di quel calore vitale.

Non provò disgusto. Provò... estasi. Un impulso elettrico esplose alla base del cranio, saturando i recettori finalmente liberi dal miele chimico. Il mondo smise di vibrare. La Cosa si placò, nutrita da una perfezione scarlatta che colmava ogni crepa dei nervi. Ilya si ripulì gli occhiali con un fazzoletto, osservando il proprio lavoro con la soddisfazione di un maestro. Il “Dottore” aveva finalmente preso possesso del suo regno.

 

Giorno 4

Ore 18:00

 

Ilya Volkov terminò di lucidare il cucchiaio d’argento con un lembo del camice. Si specchiò nella curvatura del metallo: le pupille erano fisse, un’eclissi totale che risucchiava ogni riflesso: fredde, nitide, chirurgiche. Il “caso Tatiana” era risolto. Le sue ossa, bianche e scorticate come avorio, giacevano nel secchio di plastica rossa nell’angolo. Zero scarti. Efficienza assoluta. Ma il metabolismo della Cosa bruciava in fretta. Un tremito acido risalì dalle pareti dello stomaco: la fame reclamava nuovi tessuti.

Un rombo sordo frantumò il silenzio. Ilya scivolò verso la finestra, una sagoma bianca tra i lembi della tenda lacera. Nel cortile buio, tra le carcasse congelate delle ambulanze, un furgone grigio esalò l’ultimo fumo di scarico. Un vecchio Bukhanka.

Due figure scesero nel gelo. Un uomo, spalle larghe, movimenti rigidi sotto il peso di un’arma. Una donna, curva, il respiro che formava nuvole bianche e convulse. Mentre l’uomo chiudeva la portiera, un arco voltaico scoccò tra il metallo e la mano: una scintilla blu, secca, visibile oltre il vetro.

Ilya inforcò gli occhiali. Analizzò la postura, il passo che affondava incerto nella neve. Erano esausti. Volkov percepì il sapore della carne satura di cortisolo: le fibre muscolari cariche di stress avevano una nota acida, intensa. Sembravano fragili. Sembravano... teneri.

Un sorriso gli stirò i lineamenti. Abbottonò il colletto fino alla gola; i muscoli del viso si irrigidirono in una maschera clinica, priva di crepe.

«Nuovi pazienti,» sussurrò al vetro freddo. «L’ambulatorio è aperto.»

#Nota per il feedback: Per rispondere alle domande qui sotto vi basta leggere l'estratto di Volkov presente nel post. Se poi lo stile vi piace e siete curiosi di scoprire come inizia questa apocalisse globale, sul mio Drive trovate i primi 4 capitoli (e il prologo sulla ISS) da scaricare gratis e senza barriere.

👇 [LINK GOOGLE DRIVE]

 https://drive.google.com/file/d/1QK44wsFw9Y9GIXu9XAdmo3tpxnR1ZB2y/view?usp=sharing

#CHE TIPO DI FEEDBACK CERCO:

  • L'ingresso del dottor Volkov: Il personaggio vi incuriosisce o risulta stereotipato?
  • Lo stile e il contrasto (la cura per il camice e l'idea di zero scarti): Rende la scena più disturbante o rischia di raffreddarla troppo? Funziona questo contrasto con la brutalità dell'atto?
  • Il ritmo e il gancio: Lo stacco finale con l'arrivo del furgone Bukhanka nel cortile dell'ospedale funziona come cliffhanger?

Grazie mille a chiunque dedicherà anche solo cinque minuti alla lettura! 

Ci vediamo nei commenti!

Ivano. R

reddit.com
u/Ivano_R69 — 7 days ago

[Cercasi parere] Meccanico di giorno, scrittore di notte: "Nessuno verrà a salvarvi". Vi presento il Dottor Volkov, nuovo estratto da "Il Cielo ha Fame"

Ciao a tutti!

Sono Ivano, meccanico di giorno e scrittore di notte. Dopo avervi fatto leggere il prologo ambientato a 408 km d'altezza sulla ISS, oggi scendiamo a terra per mostrare cosa accade sul pianeta nel momento esatto in cui l'anomalia globale spegne la nostra civiltà.

Per chi si fosse perso il post precedente, ecco il link:

https://www.reddit.com/r/scrittura/comments/1uxa4o1/cercasi_parere_su_ritmo_e_tensione_meccanico_di/

#La trama in breve:

Cosa fareste se il cielo non fosse più il posto dove guardare, ma quello da cui nascondersi? Il 17 marzo 2030, il mondo si spegne in un secondo.

Un'anomalia elettromagnetica globale, il "Boato", colpisce la Terra azzerando la civiltà digitale. Le batterie esplodono, i circuiti si fondono e l'atmosfera si satura di ozono, trasformandosi in un immenso conduttore elettrico.

Mentre l'umanità piomba istantaneamente nel caos e nel gelo di un nuovo medioevo analogico, l'unico segnale di vita arriva dallo spazio: a bordo di una ISS ormai isolata e alla deriva, il Colonnello Viktor Pavlov lancia un disperato messaggio di emergenza.

In questo nuovo estratto vi presento un personaggio del romanzo: il Dottor Volkov. Ci troviamo all'interno del Reparto Psichiatrico dell'Ospedale di Vyazma, dove la fame e l'assenza di farmaci hanno liberato qualcosa di mostruoso.

#NOTA: Il testo contiene elementi di Cannibalismo, Body Horror e descrizioni grafiche esplicite. Lettura consigliata a un pubblico adulto (18+).

Buona lettura!

>

reddit.com
u/Ivano_R69 — 7 days ago

[Cercasi parere] Meccanico di giorno, scrittore di notte: "Nessuno verrà a salvarvi". Vi presento il Dottor Volkov, nuovo estratto da "Il Cielo ha Fame"

Ciao a tutti!

Sono Ivano, meccanico di giorno e scrittore di notte. Dopo avervi fatto leggere il prologo ambientato a 408 km d'altezza sulla ISS, oggi come promesso scendiamo a terra per mostrare cosa accade sul pianeta nel momento esatto in cui l'anomalia globale spegne la nostra civiltà.

Per chi si fosse perso il post precedente, ecco il link: https://www.reddit.com/r/scrittura/comments/1uxa4o1/cercasi_parere_su_ritmo_e_tensione_meccanico_di/

La trama in breve:

Cosa fareste se il cielo non fosse più il posto dove guardare, ma quello da cui nascondersi? Il 17 marzo 2030, il mondo si spegne in un secondo.

Un'anomalia elettromagnetica globale, il "Boato", colpisce la Terra azzerando la civiltà digitale. Le batterie esplodono, i circuiti si fondono e l'atmosfera si satura di ozono, trasformandosi in un immenso conduttore elettrico.

Mentre l'umanità piomba istantaneamente nel caos e nel gelo di un nuovo medioevo analogico, l'unico segnale di vita arriva dallo spazio: a bordo di una ISS ormai isolata e alla deriva, il Colonnello Viktor Pavlov lancia un disperato messaggio di emergenza.

In questo nuovo estratto vi presento un personaggio chiave del romanzo: il Dottor Volkov. Ci troviamo all'interno del Reparto Psichiatrico dell'Ospedale di Vyazma, dove la fame e l'assenza di farmaci hanno liberato qualcosa di mostruoso.

NOTA: Il testo contiene elementi di cannibalismo e Body Horror e descrizioni grafiche esplicite. Lettura consigliata a un pubblico adulto (18+).

Buona lettura!

#Estratto - Il Dottor Volkov -

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reddit.com
u/Ivano_R69 — 7 days ago

[Cercasi parere] Meccanico di giorno, scrittore di notte: "Nessuno verrà a salvarvi". Vi presento il Dottor Volkov, nuovo estratto da "Il Cielo ha Fame"

Ciao a tutti!

Sono Ivano, meccanico di giorno e scrittore di notte. Dopo avervi fatto leggere il prologo ambientato a 408 km d'altezza sulla ISS, oggi come promesso scendiamo a terra per mostrare cosa accade sul pianeta nel momento esatto in cui l'anomalia globale spegne la nostra civiltà.

Per chi si fosse perso il post precedente, ecco il link: https://www.reddit.com/r/scrittura/comments/1uxa4o1/cercasi_parere_su_ritmo_e_tensione_meccanico_di/

la trama in breve:

Cosa fareste se il cielo non fosse più il posto dove guardare, ma quello da cui nascondersi? Il 17 marzo 2030, il mondo si spegne in un secondo.

Un'anomalia elettromagnetica globale, il "Boato", colpisce la Terra azzerando la civiltà digitale. Le batterie esplodono, i circuiti si fondono e l'atmosfera si satura di ozono, trasformandosi in un immenso conduttore elettrico.

Mentre l'umanità piomba istantaneamente nel caos e nel gelo di un nuovo medioevo analogico, l'unico segnale di vita arriva dallo spazio: a bordo di una ISS ormai isolata e alla deriva, il Colonnello Viktor Pavlov lancia un disperato messaggio di emergenza.

In questo nuovo estratto vi presento un personaggio chiave del romanzo: il Dottor Volkov. Ci troviamo all'interno del Reparto Psichiatrico dell'Ospedale di Vyazma, dove la fame e l'assenza di farmaci hanno liberato qualcosa di mostruoso.

NOTA: Il testo contiene elementi di cannibalismo e Body Horror e descrizioni grafiche esplicite. Lettura consigliata a un pubblico adulto (18+).

Buona lettura!

#Estratto - Il Dottor Volkov -

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u/Ivano_R69 — 7 days ago

[Cercasi parere] Meccanico di giorno, scrittore di notte: "Nessuno verrà a salvarvi". Vi presento il Dottor Volkov, nuovo estratto da "Il Cielo ha Fame". Il mio romanzo Hard Sci-Fi/Body Horror.

Ciao a tutti!

Sono Ivano, meccanico di giorno e scrittore di notte. Dopo avervi fatto leggere il prologo ambientato a 408 km d'altezza sulla ISS,

se ve lo siete perso, potete recuperarlo qui:

https://www.reddit.com/r/scrittura/comments/1uxa4o1/cercasi_parere_su_ritmo_e_tensione_meccanico_di/

oggi scendiamo a terra per mostrare cosa accade sul pianeta nel momento esatto in cui l'anomalia globale spegne la nostra civiltà.

Per chi si fosse perso il post precedente, ecco la trama in breve:

Cosa fareste se il cielo non fosse più il posto dove guardare, ma quello da cui nascondersi? Il 17 marzo 2030, il mondo si spegne in un secondo.

Un'anomalia elettromagnetica globale, il "Boato", colpisce la Terra azzerando la civiltà digitale. Le batterie esplodono, i circuiti si fondono e l'atmosfera si satura di ozono, trasformandosi in un immenso conduttore elettrico.

Mentre l'umanità piomba istantaneamente nel caos e nel gelo di un nuovo medioevo analogico, l'unico segnale di vita arriva dallo spazio: a bordo di una ISS ormai isolata e alla deriva, il Colonnello Viktor Pavlov lancia un disperato messaggio di emergenza.

Sulla Terra, due rotte disperate cercano una risposta:

  • In Antartide, un meccanico e una biologa fuggono attraverso i ghiacci verso il Cile, custodi di un segreto tecnologico, mentre la statica dell'aria inizia a interagire in modo mostruoso con la biologia umana.
  • In Ucraina, un manipolo di sopravvissuti si fa strada tra le macerie puntando verso Chernobyl, in un viaggio che sarà lastricato solo di ossa e corvi.

Il Cielo ha Fame. Nessuno verrà a salvarvi, e per sopravvivere bisognerà imparare a risuonare con la sua stessa, brutale frequenza.

In questo nuovo estratto vi presento un nuovo personaggio: il Dottor Volkov. Ci troviamo all'interno del Reparto Psichiatrico dell'Ospedale di Vyazma, dove la fame e l'assenza di farmaci hanno liberato qualcosa di mostruoso.

# NOTA: Il testo contiene elementi di cannibalismo, Body Horror e descrizioni grafiche esplicite. Lettura consigliata a un pubblico adulto (18+).

Buona lettura!

# Estratto - Il Dottor Volkov -

Giorno 4

Le scorte della guardiola erano esaurite. Le tubature erano cave. L’ospedale si era trasformato in un monolito di ghiaccio. Nelle stanze, i pazienti abbandonati erano mutati in statue rigide sotto lenzuola incrostate.

Ilya vagava per il secondo piano; il bisturi era un’estensione fredda della mano. La fame aveva smesso di essere un crampo; era un filtro percettivo che deformava le ombre in materia organica. Un singhiozzo strozzato increspò il silenzio. Proveniva dalla guardiola. Qualcuno rovistava tra i cassetti vuoti.

Si avvicinò, un’ombra silenziosa in scarpe di tela. Una figura restava rannicchiata sotto la scrivania. La divisa da infermiera era uno straccio sporco. Il corpo sussultava sotto scariche di brividi.

«Tatiana?» La sua voce era un sussurro di seta.

La donna picchiò la testa contro il tavolo. Si girò; le orbite erano pozzi neri scavati nel pallore. Era sopravvissuta nel buio dei ripostigli, ma la fame l’aveva stanata.

«Ilya?» gracchiò. La gola arida ridusse il nome a un soffio di polvere.

Lui sorrise, aggiustandosi gli occhiali. «Sei tornata per il tuo turno? Sei in ritardo.»

Tatiana provò ad alzarsi; le ginocchia cedettero. Era uno scheletro rivestito di pelle grigia. «Aiutami... ti prego... c’è dell’acqua?»

«Shh. Calma.» Le offrì il palmo.

Lei esitò, poi afferrò la mano. La pelle della donna era una membrana gelida.

«Vieni nel mio ufficio. Ho delle scorte. Mi prenderò cura di te.»

La speranza dilatò le pupille di lei. «Davvero?»

«Certo. Sono il dottore, ora.»

La sostenne mentre zoppicava verso l’ufficio del caposala. Tatiana si abbandonò al camice bianco. Cercava la salvezza nella fibra del cotone inamidato. La fece sedere sulla poltrona.

«Sei pallida, Tatiana,» mormorò Ilya. Le accarezzò la guancia; la giugulare batteva furiosa contro i suoi polpastrelli. «Dobbiamo rimetterti in forze.»

«Acqua...» implorò lei.

«Sì. Ma prima... la medicina.»

Ilya impugnò il fermacarte di marmo. Si posizionò alle spalle della poltrona. Tatiana fissava il vuoto, i polmoni che raschiavano l’aria.

«Fai la brava, Tatiana,» le alitò sull’orecchio.

I muscoli della donna si tesero; riconobbe la propria frequenza. «Cosa...»

Il marmo colpì la tempia. L’osso temporale cedette con uno schiocco secco. Tatiana crollò sulla scrivania, travolgendo le cartelle cliniche. Il sangue sgorgò tra i capelli biondi, allargandosi sul metallo. Rosso. Caldo. Denso. La Cosa ruggì di trionfo. Ilya aggirò la scrivania. Le sollevò il capo per i capelli. Il calore del fluido gli bagnò le dita; lo portò alla bocca, assaggiando il sale e il ferro.

«Ora,» sussurrò, estraendo il bisturi dal vassoio. «Apri la bocca… niente pillole, stavolta.»

La lama incise la base della lingua; il muscolo oppose una resistenza elastica prima di cedere. L’addentò.

«Sublime…»

La pelle della guancia si aprì come seta sotto la punta d’acciaio. Sotto, la fibra muscolare era rosso scuro.

«Il paziente è pronto,» sussurrò. «Iniziamo l’operazione.»

Ilya si sfilò il camice con una lentezza cerimoniale. Lo adagiò su una sedia lontana dalla scrivania, ne appianò le rughe con il bordo della mano e lo piegò in un rettangolo perfetto, mettendolo al sicuro. Sbottonò i polsini della camicia di popeline. Arrotolò le maniche con precisione maniacale fin sopra i gomiti, scoprendo gli avambracci pallidi dove le vene pulsavano sotto la pelle diafana.

Solo allora impugnò il bisturi.

La lama scivolò tra le fibre con la fluidità di una carezza. Ilya lavorava con calma assoluta; spruzzi caldi e scarlatti gli punteggiarono la camicia azzurra e la pelle nuda delle braccia. Respirò il vapore ferroso che saliva dalla ferita aperta, riempiendosi i polmoni di quel calore vitale.

Non provò disgusto. Provò... estasi. Un impulso elettrico esplose alla base del cranio, saturando i recettori finalmente liberi dal miele chimico. Il mondo smise di vibrare. La Cosa si placò, nutrita da una perfezione scarlatta che colmava ogni crepa dei nervi. Ilya si ripulì gli occhiali con un fazzoletto, osservando il proprio lavoro con la soddisfazione di un maestro. Il “Dottore” aveva finalmente preso possesso del suo regno.

 

Giorno 4

Ore 18:00

 

Ilya Volkov terminò di lucidare il cucchiaio d’argento con un lembo del camice. Si specchiò nella curvatura del metallo: le pupille erano fisse, un’eclissi totale che risucchiava ogni riflesso: fredde, nitide, chirurgiche. Il “caso Tatiana” era risolto. Le sue ossa, bianche e scorticate come avorio, giacevano nel secchio di plastica rossa nell’angolo. Zero scarti. Efficienza assoluta. Ma il metabolismo della Cosa bruciava in fretta. Un tremito acido risalì dalle pareti dello stomaco: la fame reclamava nuovi tessuti.

Un rombo sordo frantumò il silenzio. Ilya scivolò verso la finestra, una sagoma bianca tra i lembi della tenda lacera. Nel cortile buio, tra le carcasse congelate delle ambulanze, un furgone grigio esalò l’ultimo fumo di scarico. Un vecchio Bukhanka.

Due figure scesero nel gelo. Un uomo, spalle larghe, movimenti rigidi sotto il peso di un’arma. Una donna, curva, il respiro che formava nuvole bianche e convulse. Mentre l’uomo chiudeva la portiera, un arco voltaico scoccò tra il metallo e la mano: una scintilla blu, secca, visibile oltre il vetro.

Ilya inforcò gli occhiali. Analizzò la postura, il passo che affondava incerto nella neve. Erano esausti. Volkov percepì il sapore della carne satura di cortisolo: le fibre muscolari cariche di stress avevano una nota acida, intensa. Sembravano fragili. Sembravano... teneri.

Un sorriso gli stirò i lineamenti. Abbottonò il colletto fino alla gola; i muscoli del viso si irrigidirono in una maschera clinica, priva di crepe.

«Nuovi pazienti,» sussurrò al vetro freddo. «L’ambulatorio è aperto.»

# Nota per il feedback: Per rispondere alle domande qui sotto vi basta leggere l'estratto di Volkov presente nel post. Se poi lo stile vi piace e siete curiosi di scoprire come inizia questa apocalisse globale, sul mio Drive trovate i primi 4 capitoli (e il prologo sulla ISS) da scaricare gratis e senza barriere.

 [LINK GOOGLE DRIVE Al PROLOGO E AI PRIMI 4 CAPITOLI] 

https://drive.google.com/file/d/1QK44wsFw9Y9GIXu9XAdmo3tpxnR1ZB2y/view?usp=sharing

CHE TIPO DI FEEDBACK CERCO SU QUESTO CAPITOLO

Ci tengo tantissimo a capire se la struttura e la tensione reggono anche a terra. In particolare:

  • L'ingresso del Dottor Volkov: Il personaggio vi incuriosisce o risulta stereotipato?
  • Lo stile e il contrasto: la prosa fredda, geometrica e quasi burocratica (la cura per il camice, l'idea di "zero scarti") rende la scena più disturbante o rischia di raffreddarla troppo? Funziona questo contrasto con la brutalità dell'atto?
  • Il ritmo e il gancio: lo stacco finale con l'arrivo del furgone Bukhanka nel cortile dell'ospedale funziona come cliffhanger?

Critiche, pareri e insulti (purché costruttivi) sono i benvenuti nei commenti.

Grazie mille a chiunque dedicherà anche solo cinque minuti alla lettura! 

Ivano. R

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reddit.com
u/Ivano_R69 — 7 days ago

[Cercasi parere su ritmo e tensione]. Meccanico di giorno, scrittore di notte: come promesso, ecco il prologo INTEGRALE del mio Sci-Fi/Body Horror "Il Cielo ha Fame"

Ciao a tutti.

Sono Ivano, meccanico di giorno e scrittore di notte. Domenica scorsa ho pubblicato un piccolissimo estratto del prologo del mio romanzo d'esordio, IL CIELO HA FAME (in uscita questo autunno).

Ho fatto tesoro di ogni singolo commento sotto quel post. Avete perfettamente ragione: dover lasciare l'email e iscriversi a una newsletter per leggere è una rottura di scatole ed è un grosso deterrente, ma l'ho fatto ingenuamente pensando di non irritare nessuno.

Quindi, come promesso a molti di voi nei commenti, oggi azzeriamo le barriere.

Per chi vuole capire meglio di cosa parla la storia, ecco la trama in breve:

Cosa fareste se il cielo non fosse più il posto dove guardare, ma quello da cui nascondersi?

Il 17 marzo 2030, il mondo si spegne in un secondo.

Un'anomalia elettromagnetica globale, il "Boato", colpisce la Terra azzerando la civiltà digitale. Le batterie esplodono, i circuiti si fondono e l'atmosfera si satura di ozono, trasformandosi in un immenso conduttore elettrico.

Mentre l'umanità piomba istantaneamente nel caos e nel gelo di un nuovo medioevo analogico, l'unico segnale di vita arriva dallo spazio: a bordo di una ISS ormai isolata e alla deriva, il Colonnello Viktor Pavlov lancia un disperato messaggio di emergenza.

Sulla Terra, due rotte disperate cercano una risposta:

  • In Antartide, un meccanico e una biologa fuggono attraverso i ghiacci verso il Cile, custodi di un segreto tecnologico, mentre la statica dell'aria inizia a interagire in modo mostruoso con la biologia umana.
  • In Ucraina, un manipolo di sopravvissuti si fa strada tra le macerie puntando verso Chernobyl, in un viaggio che sarà lastricato solo di ossa e corvi.

Il Cielo ha Fame. Nessuno verrà a salvarvi, e per sopravvivere bisognerà imparare a risuonare con la sua stessa, brutale frequenza.

Qui sotto vi lascio l’intero Prologo ambientato a 408 km d’altezza sulla ISS. Grazie ancora per il confronto e buona lettura!

#Prologo

 

 Stazione Spaziale Internazionale (ISS)

Orbita Bassa Terrestre

Altitudine 408 km

 

17 marzo 2030

Ore 02:40 (Ora di Mosca)

 

 

L’aria sapeva di caffè e sudore stantio; l’umidità stagnava nonostante il ronzio delle ventole. Il modulo Harmony affogava in un blu elettrico, il riverbero del turno di notte. Robert Lewis fluttuava privo di gravità; massaggiava una sacca tra i palmi, aspettando che l’acqua calda sciogliesse l’ultimo grumo. Il calore del liquido gli ammorbidì la pelle dei polpastrelli.

«Sarah, ricordami di non insultare mai più il caffè dei diner,» mormorò, succhiando un sorso dalla cannuccia. «Questa polvere è peggiore di quella della mensa a Houston. Sa di plastica e chimica.»

Sarah ridacchiò, scuotendo il capo. «Cento milioni di dollari a tazza e il caffè non è di tuo gradimento? Peccato, Bob: il barista ha appena terminato il turno. Accontentati, e pensa che almeno tu non devi respirare il fumo del tagliaerba.»

La voce di sua figlia arrivava dal Texas, nitida come una lama. «È un Brachiosauro, papà! Mangia le foglie così può guardarti!»

Sullo schermo, una macchia lilla danzava frenetica fino a sfocarsi. Robert sorrise; lo sguardo scivolò oltre la bambina, catturato dal riflesso delle stoviglie in cucina. Il clink di una forchetta contro la ceramica percorreva quattrocento chilometri di vuoto, piantandosi dritto nello sterno. Agganciò la sacca alla tuta e artigliò una maniglia, ancorandolo alla console.

«Tre settimane, Bob,» disse Sarah, lo sguardo altrove. I capelli legati scoprivano un volto segnato dalla stanchezza; Robert allungò una mano verso i pixel, dita vane contro il calore dello schermo.

«Poi sarai qui a falciare il prato. Il motore del tagliaerba ha ricominciato a sputare fumo nero, io lo lascio lì.»

«Le macchine hanno bisogno di polso, lo sai,» sussurrò lui, soffocato da una risata esplosa dal modulo adiacente.

Nel Kibo, a pochi metri di distanza, Hiroshi Tanaka rideva con Kenji. Erano le otto del mattino a Tokyo; la luce solare rimbalzava sui monitor, trasmutando la pelle dell’ingegnere in membrana diafana.

«Un sasso dalla luna? Kenji, siamo in orbita bassa, non ad Apollo 11,» scherzò Hiroshi. Le sue pupille frugavano lo sfondo alla ricerca di Akiko; la donna emerse nell’inquadratura, un cellulare premuto contro l’orecchio.

«È il caos qui fuori, Hiroshi. I semafori di Shibuya sono impazziti, dicono sia un guasto alla rete elettrica. Mezza città è bloccata. Torna presto, questo posto sta cadendo a pezzi.»

La certezza di Hiroshi, blindata tra rack di esperimenti idroponici dalle calibrazioni, scricchiolò. Restava sospeso nel vuoto, appeso a fili invisibili.

L’inquietudine impregnava lo Zvezda. Il Colonnello Viktor Pavlov divorava il volto di sua moglie Yelena. L’immagine sfarfallava, lontana dalla pulizia di Houston o Tokyo; un’interferenza sporcava i pixel, resistendo a ogni correzione.

«Hai preso le medicine, Yelena?»

«Le ho prese. Piuttosto, Viktor... la Lada. Il meccanico dice che la batteria è perfetta, ma stamattina ha esitato. Ha tossito tre volte prima di accendersi. Come se avesse paura di partire.»

Viktor accarezzò il bordo dell’oblò; il freddo del vuoto premeva contro il cristallo, mordendo i polpastrelli. «Le macchine sentono quando i padroni sono lontani, cara. Quando torno la smonteremo pezzo per pezzo.»

«Ti amo, Viktor.»

«Ti amo anche io. A tra dodici ore.»

Viktor interruppe il collegamento. Il fischio dei sistemi di ricircolo lacerò il silenzio: il battito cardiaco di una cattedrale divenuta, d’un tratto, angusta e ostile.

Lewis scattò dal monitor con una spinta fluida; l’inerzia lo scagliò verso il Nodo 3. Le mani afferrarono i corrimano in una sequenza cieca, un automatismo forgiato in mesi di orbita, mentre la sua voce entrava nel loop radio di bordo.

«Spurgo del riciclo urina terminato. Flusso nominale, Houston.»

Il tremito della stazione vibrò sotto i palmi, una rassicurazione. Oltre l’imbocco del modulo Kibo, la luce mutò. Un bagliore ametista pulsava, denso e accelerato: un battito alieno.

Hiroshi Tanaka occupava il centro come una sagoma d’inchiostro tra le vasche idroponiche; le dita martellavano la console nel tentativo di sedare i LED impazziti.

«I parametri della serra stanno fluttuando, Bob,» gracchiò la voce di Hiroshi nelle cuffie di Lewis. «Sbalzi di tensione sui rack 4 e 5. Le piante stanno ricevendo troppa luce, è come se il sistema stesse cercando di bruciarle.»

Lewis frenò su una maniglia. «Cerca di bypassare il modulo di potenza, Hiroshi. Io vado a controllare il...»

L’aria s’addensò, gravata da una massa invisibile. Un pizzicore acre aggredì le narici: ozono, ammoniaca e un fondo di biologia antica. Odore di latrina. Decomposizione. Un gorgoglio risalì viscerale dai condotti del Nodo 3. La vibrazione risuonò dritta nelle ossa, scavalcando i timpani. La pressione crollò, schiacciandogli il torace; poi un pop secco. L’atmosfera cedette alla tensione tra cielo e terra.

Dalla valvola di scarico esplose una nuvola di sfere dorate. Liquido ambrato e detriti organici danzarono nell’aria, saturando l’ambiente in una pioggia erratica. Lewis imprecò; premette la manica sulla bocca mentre un globo di urina gli rimbalzava sulla spalla, frantumandosi in gocce minutissime.

«Hiroshi! Ho una rottura nel circuito di scarico! Il sistema sta rigurgitando tutto!»

«Non risponde!» l’urlo di Hiroshi annegò in uno sfrigolio elettrico. «L’irrigazione spara a raffiche, sta sradicando la lattuga... le radici volano via! Non riesco a spegnerlo, Bob! Il software è... è come se avesse la febbre!»

A pochi metri di distanza, nello Zvezda, Viktor Pavlov restava immobile, le spalle premute contro la paratia russa. Le pupille evitavano gli schermi. Gli occhi restavano fissi sul vecchio manometro analogico: la lancetta vibrava con un’intensità tale da scuotere il vetro di protezione. L’urto arrivò dal basso, dalle fondamenta del castello. Uno schianto sordo risalì lo scafo e gli invase le gengive, facendogli battere i denti. L’aria attorno a lui si condensò, viscosa, saturata da una frequenza che mungeva avidamente ogni circuito, trasformando la stazione in un conduttore inerme, pronto a scaricarsi.

Viktor serrò i pugni; le unghie affondarono nei palmi ustionati dalla statica. «La stazione,» mormorò, la voce ridotta a un graffio nel rumore bianco che saturava le cuffie. «Ha appena tossito. Proprio come la Lada.»

Un’acidità pungente morse la lingua; un ronzio ad alta frequenza percosse i molari contro la mascella. Sulla nuca, i peli scattarono verso l’alto. Sotto la tuta, la peluria delle braccia sfregò contro la fibra: un brivido urticante percorse la schiena. Le pareti dello Zvezda fremettero, una vibrazione che percosse la pelle scavalcando l’udito.

«Statica fuori scala nel Nodo 2!» la voce di Lewis giunse gracchiante, distorta da un ruggito bianco. «Houston, abbiamo un’anomalia elettro...»

La radio morì tra urla e scintille.

Viktor si spinse verso l’oblò della Cupola. Fissò il profilo delle coste cilene e il riflesso bianco dell’Antartide. La Terra mutò in un corpo estraneo. Una marea violacea strisciava sulle vette delle Ande, divorando le vene dorate di Santiago e Buenos Aires. L’onda di plasma spazzava il Pacifico: le luci di Melbourne e Sydney svanirono, soffocate da un velo ceruleo. Il ghiaccio del sud rifletteva il bagliore; l’oscurità inghiottì i continenti. Silenzio. Buio. Vuoto assoluto.

La fronte premeva contro il cristallo; lo sguardo restava prigioniero di quel bagliore alieno. Magnifico. Un veleno di cobalto cancellava Yelena, la casa, ogni cosa. Le dita tremarono contro la paratia; l’orrore di una distruzione tanto... perfetta superava il gelo.

Il viola balzò dall’orizzonte all’oblò, cancellando ogni riflesso. Uno scossone squarciò le viscere dello Zvezda; lo scheletro della stazione si contrasse, un brivido di rivestimenti che morse il silenzio. Ogni allarme scattò all’unisono, un grido stridente strozzato dalla carbonizzazione dei circuiti. Gli altoparlanti morirono in un crepitio di fumo. Sotto le dita di Viktor, le console si caricarono di luce; i tasti si arricciarono, liberando fumo chimico. I monitor esplosero di un bianco accecante, poi annegarono in una scarica di pixel morti. L’aria s’ispessì; l’ozono gli artigliava i polmoni. Viktor tossì, la mano serrata sulla bocca; sapore di ferro e calore gli allagarono la gola. La stazione sussultò, inclinandosi tra gemiti. All’esterno, l’intelaiatura di un pannello solare vibrò fino a sfocarsi, poi si piegò. Le ali si accartocciarono come stagnola nel fuoco. Archi voltaici mordevano le lamiere; la stazione ruotava, trascinandosi dietro un groviglio di specchi.

«Decompressione!»

Il grido di Lewis giunse attutito, un sibilo perso nel risucchio pneumatico. Viktor si proiettò nel tunnel. Una corrente ghiacciata lo scaraventò nell’oscurità, trascinando carte, scaglie e globi di ghiaccio. Le falangi serrarono un appiglio; la lega bruciava, ma la mascella restò bloccata, mentre il lezzo dell’epidermide sfrigolava contro il rivestimento.

Guadagnò il laboratorio Destiny. Hiroshi Tanaka fluttuava nel cuore del vano. Le iridi sbarrate fissavano il soffitto. Sulla nuda gola guizzavano trame elettriche, un reticolo che lo inchiodava alle pareti. Ad ogni scarica, l’ingegnere sobbalzava; un colpo di frusta che gli sbatteva il cranio contro uno schermo inerte. Una colonna cinerea si sollevava dal torace, dove il tessuto era fuso alla carne.

«Viktor...»

Lewis restava ancorato all’impugnatura della paratia. I tendini del collo risaltavano come gomene tese; le nocche sbiancate sprofondavano nella superficie. Le pupille avevano smarrito ogni tratto umano: i vasi erano esplosi, velando l’iride con un fluido viscoso che gli rigava le guance.

«Chiudi... chiudilo!»

Un fischio squarciò l’abitacolo. Una scarica scaturì dalla console, centrando Lewis al petto. Il busto si inarcò; le fibre si contrassero in un parossismo che gli spalancò le mascelle in un gemito muto. La violenza dell’urto lo scagliò nel modulo Destiny, oltre la soglia spalancata verso l’abisso.

«No!» Viktor ghermì la leva dello Zvezda. La lega incandescente gli scorticò i palmi; la presa rimase ferrea.

Esercitò pressione. L’otturatore scivolò sulle guide con un attrito sordo. Oltre il diaframma, Lewis si allontanava nel buio, risucchiato da una spirale di frammenti e sfere. Il comandante cercò il suo volto. Gli occhi restavano privi di accusa, un baratro totale mentre la sagoma si riduceva a un granello contro l’inchiostro.

Viktor serrò la valvola. Uno, due, tre giri. Il sibilo morì. Regnava un vuoto innaturale: il battito dei ventilatori, cuore della cattedrale, giaceva inerte insieme al pianeta. In quel silenzio, il fischio del respiro graffiava la gola, unica vibrazione rimasta. Scivolò lungo lo scafo fino a rannicchiarsi a terra. Nel buio dello Zvezda, le icone e i volti di Yelena sussultarono un’ultima volta, poi ripresero la loro stasi.

Si spinse verso il vetro. La Terra appariva come una massa scura. Migliaia di punti di fuoco, braci che divoravano le foreste, ricalcavano i profili delle terre emerse. Una nebbia saturava l’atmosfera, densa, ferma.

«Houston...» la voce uscì come un rantolo arido.

Raggiunse la plancia, un groviglio di levette e quadranti. Le dita scattarono verso il cronometro per siglare l’orario dell’anomalia, ordine estremo del manuale. Le lancette restavano paralizzate, inchiodate sulle 03:00, estranee a un tempo ormai estinto. Viktor fissò il quadrante spento; la consapevolezza del vuoto rendeva inutili i protocolli.

Scattò l’interruttore delle onde corte. Un bagliore filtrò dal ricevitore; le valvole ronzarono, espellendo tepore nel freddo.

«Qui ISS. Colonnello Viktor Pavlov. Rispondete.»

Gli altoparlanti rigurgitarono fragore bianco. Un muro di statica, piatto, perenne.

«Houston? Mosca? Tsukuba? Qualcuno mi riceve?»

Il pugno impattò sulla strumentazione. Globi di sangue si staccarono dalle ossa bruciate, orbitando come grani.

Si volse all’unità logica, protetta in un rack di piombo. Lo schermo sfarfallò dietro un vetro crepato. La ventola gemette, sussultò tossendo polvere, poi tornò a grattare lo scafo. Emerse una trama di pixel, distorta da interferenze. Una sinusoide perfetta solcò il monitor, onda regolare, estranea al caos di quel relitto. Il terminale sputò la sentenza:

 

[Sistema di emergenza: Attivo]

[Scansione rete globale: Completata]

[Nodi attivi: 0]

[Connessione fallita]

 

Fissò lo zero. L’umidità degli occhi si staccò dalle ciglia, mutando in globi. Afferrò il microfono.

«Qui Stazione Spaziale Internazionale. Colonnello Viktor Pavlov. Lancio Mayday su tutte le frequenze.»

La voce s’incrinò, poi si fece dura.

«Ho perso il contatto visivo con i centri di controllo. Ripeto: contatto visivo perso. Sistemi vitali compromessi.»

Puntò gli occhi sulla Terra spenta.

«Houston... Mosca... se c’è ancora qualcuno in ascolto... vi prego, rispondete.»

Rilasciò il tasto. Il vuoto nello Zvezda regnava sovrano, incrinato solo dal rantolo della ventola.

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Se volete continuare il viaggio e leggere i Capitoli 1, 2, 3 e 4, trovate il file PDF con l'anteprima ufficiale direttamente sul mio Drive, senza alcuna barriera o registrazione:

👇 [LINK GOOGLE DRIVE AI PRIMI 4 CAPITOLI]

 https://drive.google.com/file/d/1QK44wsFw9Y9GIXu9XAdmo3tpxnR1ZB2y/view?usp=sharing

💬 CHE TIPO DI FEEDBACK CERCO

Ci tengo tantissimo a capire se la struttura regge. In particolare:

  • Il ritmo della catastrofe: vi sembra abbastanza serrato o si trascina?
  • La "fisicità" e la brutalità delle scene (l'ozono, le sfere di urina, le trame elettriche sulla pelle): arrivano in modo chiaro o risultano eccessive?
  • I dialoghi vi sembrano credibili?

Grazie mille a chiunque dedicherà anche solo cinque minuti alla lettura! 🛠️

Ci vediamo nei commenti!

Ivano.R

reddit.com
u/Ivano_R69 — 11 days ago

Sono un meccanico di giorno e scrittore di notte. Questo è un estratto del prologo del mio romanzo Sci-Fi/Body Horror "Il Cielo ha Fame", in uscita questo autunno.

Ciao a tutti,

Mi chiamo Ivano, nella vita riparo carrelli elevatori. La mia scrittura nasce la sera, nell’unico tempo sottratto alla fatica, con le mani ancora sporche del grasso delle macchine e la mente rivolta al silenzio. Scrivo per necessità, convinto che la narrativa debba tornare a essere un’esperienza fisica, brutale e priva di anestetici.

Il mio romanzo d'esordio si chiama "IL CIELO HA FAME. Nessuno verrà a salvarvi", è un thriller sci-fi speculativo / body horror ed è in uscita questo autunno.

Il Pitch: La Terra è spenta da un reset elettrico planetario ciclico e l’ultimo segnale di speranza è il loop di un astronauta morto sulla ISS, finché una ragazzina a Chernobyl non trova il modo di rispondere.

Vi lascio le prime righe del Prologo, ambientato a 408 km d'altezza sulla Stazione Spaziale Internazionale, pochi istanti prima che il "Boato" azzeri la nostra civiltà digitale.

"L’aria sapeva di caffè e sudore stantio; l’umidità stagnava nonostante il ronzio delle ventole. Il modulo Harmony affogava in un blu elettrico, il riverbero del turno di notte. Robert Lewis fluttuava privo di gravità; massaggiava una sacca tra i palmi, aspettando che l’acqua calda sciogliesse l’ultimo grumo. Il calore del liquido gli ammorbidì la pelle dei polpastrelli.

«Sarah, ricordami di non insultare mai più il caffè dei diner,» mormorò, succhiando un sorso dalla cannuccia. «Questa polvere è peggiore di quella della mensa a Houston. Sa di plastica e chimica.»

Sarah ridacchiò, scuotendo il capo. «Cento milioni di dollari a tazza e il caffè non è di tuo gradimento? Peccato, Bob: il barista ha appena terminato il turno. Accontentati, e pensa che almeno tu non devi respirare il fumo del tagliaerba.»

La voce di sua figlia arrivava dal Texas, nitida come una lama. «È un Brachiosauro, papà! Mangia le foglie così può guardarti!»

Sullo schermo, una macchia lilla danzava frenetica fino a sfocarsi. Robert sorrise; lo sguardo scivolò oltre la bambina, catturato dal riflesso delle stoviglie in cucina. Il clink di una forchetta contro la ceramica percorreva quattrocento chilometri di vuoto, piantandosi dritto nello sterno. Agganciò la sacca alla tuta e artigliò una maniglia, ancorandolo alla console."

Se questa atmosfera vi ha colpito e volete scoprire cosa succede sulla Terra un mese dopo questo blackout planetario, potete scaricare il Capitolo 9 intero gratuitamente a questo link (è richiesta l'iscrizione alla newsletter tramite email per ricevere il file):

https://il-cielo-ha-fame-mhs6nc.subscribepage.io/

Mi farebbe molto piacere avere un vostro parere sullo stile e sulla resa della tensione nei commenti. Buona domenica e buona lettura!

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u/Ivano_R69 — 14 days ago