u/Lopsided_Nothing6943

Dario Argento a Cannes, sulla crisi del cinema italiano

Dario Argento a Cannes, sulla crisi del cinema italiano

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Dario Argento ringrazia Cannes per l'invito, per la presentazione della versione restaurata di 'Metti, una sera a cena ', di cui è stato co-sceneggiatore.

"Sono felice di essere qui , in un festival che ha sempre onorato il genere horror a differenza di altri che nutrono qualche pregiudizio - dice -. All'epoca fu Sergio Leone, con cui avevo scritto 'C'era una volta il West' a fare il mio nome a Patroni Griffi, che voleva al proprio fianco qualcuno in grado di adattare il suo spettacolo teatrale con uno sguardo più vicino ai giovani. Io non avevo mai scritto di amore, né mai me ne sarei occupato più, e provai un po' di imbarazzo, perché era un film molto audace per i tempi: la storia di una donna, Florinda Bolkan, molto libera sessualmente e che si concedeva a tutti.

All'epoca c'era un grande moralismo, e anche dopo con i miei film, che incontrarono pressioni della censura per tagliare scene considerate troppo violente".

Il regista romano non si tira indietro davanti a domande sulla attuale crisi del cinema italiano:

"Il cinema italiano è in una delle fasi peggiori della sua storia: mancano le idee e anche i finanziamenti. Siamo nel totale caos, e infatti al Ministero della Cultura si susseguono i licenziamenti di persone che non si sa a che titolo si occupassero di cinema. D'altronde il Ministro stesso è stato nominato senza avere neanche la laurea e l'ha presa solo successivamente grazie all'aiuto della politica."

Soluzioni in tasca, Argento non ne ha:

"Credo quindi che per tanti anni a venire non potremo più rivivere i fasti di opere come 'L'ultimo imperatore', il primo film a vincere tutti i nove Oscar per cui era nominato. Forse ci potrà salvare solo lo spirito di iniziativa dei giovani, anche se chissà quanto dovremo aspettare."

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u/Lopsided_Nothing6943 — 21 hours ago

Metti, una sera a cena

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Sappiamo tutti che a Cannes non c'è alcun film italiano in concorso , e i media si sono adeguati, perché del festival si parla poco, almeno nel mainstream . Non ne parliamo, quindi il problema non esiste...ma una presenza nazionale c'è, nelle sezioni collaterali .

Per esempio, fra i classici è stata proposta la versione restaurata di 'Metti, una sera a cena ', opera di Peppino Patroni Griffi ricavata da una sua piece teatrale, e sceneggiata fra gli altri da Dario Argento - che ha presentato il film in un evento speciale a Cannes .

C'è chi l' ha definito bellissimo, al limite del capolavoro.Altri, per dirla con Fantozzi, l' hanno trovato una boiata pazzesca.

Contestatissimo all'uscita.Era il periodo post 68 in cui anche per l'atmosfera pesante nel Paese una riflessione sull'amore libero e una critica si costumi di certa borghesia, non veniva apprezzato dai critici .

Successo al botteghino.

In realtà, qualcosa da salvare c'è, dai dialoghi zeppi di citazioni colte all'ottimo cast-tolto l'inverosimile gigolò di Lino Capolicchio- dove brillano Tony Musante e Annie Girardot.

Florinda Bolkan merita un discorso a parte. Non recita in realtà, non aveva esperienza.E' una presenza aristocratica, enigmatica, magnetica. Perfetta nel contesto.

E, attenzione, è la magnifica interprete della deliziosa bossanova scritta da Ennio Morricone come tema del film.

Purtroppo nella pellicola non ve ne è traccia, la ost è basata sulla versione strumentale con i vocalizzi di Edda Dell'Orso.

Ed è un peccato. Perché la voce calda di Florinda, il suo vivere la canzone, la rende, anche grazie al testo e alle 'sporcature' vocali della Bolkan-che ovviamente non è una cantante professionista-più intima e più vera.

La possiamo riascoltare qui.

Alberto Carisch, che si nasconde dietro a uno pseudonimo, produttore cinematografico, è l'autore delle parole.

Metti una sera come ogni sera/Che siamo a cena noi due soltanto/Alziamo gli occhi e all'improvviso/Sui nostri visi non c'è più niente...

https://youtu.be/rJJxSeWB-40?is=sFN3Xso3ifRxR6p7

Sottile nostalgia di un tempo in cui nonostante tutto il cinema italiano riusciva a parlare al mondo...

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u/Lopsided_Nothing6943 — 2 days ago

I am afraid of Americans

Il titolo è preso in prestito dall'adorato Duca Bianco.

Si è aperto un dibattito, partito da Dagospia e poi esteso ad altre autorevoli voci: abbiamo davvero bisogno del cinema americano di oggi? Possiamo in Europa, in Italia farne a meno? Come accade nei festival importanti, tipo Cannes di quest'anno - ci sono giusto un paio di film USA decenti?

Il pensiero di Marco Giusti sul cinema americano attuale si articola su alcuni punti chiave.

Cominciamo con la stanchezza verso i seguiti dei blockbuster: Giusti lamenta spesso la mancanza di originalità di Hollywood, criticando l'abuso di sequel, prequel e parodie.

Il nostro critico manifesta una grande nostalgia per il cinema di genere, che praticamente non esiste più almeno nel nostro Paese, ed era un vanto per l'Italia; pensiamo alla migliore stagione della commedia all' italiana

Giusti difende anche il cinema d'azione, i poliziotteschi, il noir italiano alla Di Leo, gli horror alla Avati, gli spaghetti western, Bud & Terence.Ma pure i B-movie del passato che piacciono tanto a Tarantino, più originali e artigianali rispetto alle grandi produzioni serializzate di oggi.

Il ruolo delle piattaforme: viene sottolineato come lo streaming abbia omologato il gusto del pubblico globale, riducendo la sorpresa in sala, dato che spesso sono coproduttrici dei film.

A questo proposito, evidenziamo che il prodotto medio praticamente al cinema non esiste più, perché viene realizzato apposta per le televisioni o appunto le piattaforme.

Ironia sul politicamente corretto: Giusti in questa occasione polemica, e comunque frequentemente, si scaglia contro le produzioni americane che sacrificano la trama a favore di messaggi ideologici a volte non condivisibili, o a forzature narrative.

La vera sfida, anche per il cinema italiano, è quella di diversificare, di raccontare storie più identitarie e vicine alla 'vita normale', quella della gente che appunto in sala ci va e preferisce una narrazione in cui si possa identificare.

E non i classici blockbuster stile avventure di supereroi, o di altri personaggi, immaginari o meno, assolutamente distanti dalla quotidianità.

In questo senso, qualcosa già si muove: a parte le commedie di Zalone, sono da registrare i successi di film come 'Il ragazzo coi pantaloni rosa' , o 'C'e' ancora domani '.

L'altra strada percorribile è quella del cinema di elevato livello artistico, i casi da festival che crescono negli spettatori spesso grazie al passaparola, superando la dimensione del prodotto di nicchia.

Vi va di parlarne? Possiamo davvero rinunciare ai film provenienti dagli Stati Uniti, salvando nel contempo gli incassi e quindi le sale?

Oppure, oppure no?

I am afraid of Americans...

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u/Lopsided_Nothing6943 — 3 days ago

Mommy

In un mare di repliche e strarepliche, anche di valore, o un film che passa poco, di Xavier Dolan, di cui avevamo parlato a proposito di 'Close'.

Ora, è trasmesso all'1.40!!! Su Cielo, che non ha un database tipo RaiPlay per cui o sì vede subito, o si cercano strade alternative.

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u/Lopsided_Nothing6943 — 4 days ago

Yellow Letters

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La Turchia nel settore audiovisivo non è soltanto il luogo di provenienza delle serie che passano nei pomeriggi delle TV del gruppo Mediaset.

C’è anche questo mondo nell'ultimo film del regista Iker Catak, già acclamato per ‘La sala professori’.

Siamo all’ epoca della guerra di Crimea, con l’attacco della potente e inquietante vicina Russia, all’Ucraina.

Ci sono anche altri conflitti, proprio ai confini turchi, come quello in Siria.

C' è una crisi politica e istituzionale in atto, che porterà al colpo di stato probabilmente farlocco condotto da parte di un gruppo di militari, che innescherà arresti, processi, incarcerazioni, uccisioni, epurazioni di massa dai posti di lavoro e di comando, a cura del presidente Erdogan, sempre più accentratore di potere, sempre più dittatore e dimentico dei suoi ideali giovanili, e dei suoi accoliti.

Già all’ inizio del film, un titolo a caratteri cubitali informa che Berlino interpreta il ruolo di Ankara, e poco più tardi scopriamo che Amburgo ricopre il ruolo di Istanbul.

È la prima stretta al cuore, si capisce che il regista è stato costretto ad accettare di girare fuori dal suo Paese, per non pregiudicare l’ esistenza stessa del film, e non esporre a rappresaglie le persone che erano al lavoro con lui.

Un Paese, il suo, dove sono negati i più elementari diritti civili e sociali dei suoi cittadini.

Un Paese dove perfino acquistare una bottiglia di Coca Cola diventa un gesto di significato politico.

Qualcuno ha visto un sottile filo di collegamento fra la repressione di oggi in Turchia, e la repressione in Germania dopo la Repubblica di Weimar, Paesi diversi legati da un destino amaro, con le riprese video di luoghi simbolici soprattutto per Berlino.

Repressione che si sta manifesta ancora oggi; basti l’ esempio della direttrice della Berlinale che ha rischiato il posto per aver espresso un'opinione contraria alla politica estera di Israele.Casi simili continuano a moltiplicarsi, fra gli artisti tedeschi.

All'inizio della pellicola, ci viene presentata una famiglia che abita nella capitale; un padre scrittore per il teatro e regista, Aziz, dal carattere riflessivo, conciliante, a volte troppo, che è anche insegnante all’università. La moglie, Derya, è un’attrice affermata e affascinante, impulsiva, impetuosa e coraggiosa.E’ madre di una ragazza di 14 anni, che studia musica e si prepara per gli esami di ammissione a un liceo privato, anche se preferirebbe formarsi sul campo e crearsi una carriera da artista, come i suoi genitori.

Nel clima sempre più chiuso e più ostico per chi cerca ancora di pensare con la propria testa, si inquadra lo svolgimento della loro vicenda.

La serenità familiare viene travolta da una serie di provvedimenti presi a loro carico e a loro insaputa: interrogatorio al proprietario del palazzo in cui abitano, che ha il terrore di accuse di complicità col terrorismo, sulle persone che frequentano la casa; lo studio di Aziz viene messo a soqquadro dalla polizia; gli viene revocato l’ accesso al PC dell’universita'; la porta del suo ufficio viene segnata con una x rossa - ispirata alla stella gialla che segnava gli ebrei; la stagione del prestigioso teatro statale in cui lavora insieme alla moglie viene sospesa a tempo indeterminato, e altro ancora.

Finché a entrambi viene consegnata una fatidica lettera gialla, quella che reca con sé il licenziamento. Con una motivazione risibile.

Ovviamente, per loro come per altre persone coinvolte, si prospetta un periodo di incertezza economica e di disorientamento.

Della scoperta dolorosa del tradimento, da parte di allievi, amici, compagni di lavoro.

Di paura per ciò che può accadere alla figlia.

Quasi di orrore per ciò che è diventato il loro rapporto alla prova dei fatti.

Di maturazione di scelte che mettono in difficoltà la loro etica personale e politica.

Il ritmo incalzante degli avvenimenti e il modo di raccontarlo del regista, fa sì che lo spettatore facilmente si identifichi con uno dei personaggi.

Due personaggi complessi e ricchi di sfumature.Interpreti solidi, di una bravura eccezionale.Vale per tutto il cast.

L’ attrice Ozgu Namal, superstar in patria, che interpreta Derya, è anche di una bellezza vera, con i suoi occhi scuri e vivaci, famelici di vita, le sue piccole rughe di espressione, perfino la accennata ricrescita bianca sui capelli nerissimi contribuisce alla sua magnetica bellezza. Altro che le plastificate siliconate che girano sui set di Hollywood o europei.

Tansu Bicer, che è Aziz, riesce a sostenere bene, lavorando per sottrazione, il confronto con l’ardente collega.

La colonna sonora di Marvin Muller è adeguata al livello clamoroso del film, così come i brani di musica classica.

Coproduzione turco-tedesca, con supporto dei soliti francesi e della Unione Europea.

Almeno per me, un capolavoro. Non capisco davvero certe valutazioni critiche italiane.

Si meritano il film della Archibugi…

Una pletora di premi alla rassegna del cinema tedesco. Premiato pure con l’Orso d’Oro all' ultimo festival di Berlino, strameritato, e con quello dei cinema d’essai.

“È la paura del problema, il problema.”

“Credi davvero che salverai il mondo con il teatro???”

“Fare aspettare, questo è il sistema delle dittature.”

Da vedere al cinema. Allhaismsarladik, come dicono loro, vi affido a Dio, arrivederci se Egli vorrà…Trailer ufficiale

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u/Lopsided_Nothing6943 — 4 days ago

Close

'Close' dimostra che il regista Lukas Dhont ha una mano e un cuore sensibili verso le problematiche delle relazioni, della loro fragilità e dell'affettività.Nonostante la giovane età, la poca esperienza. Qualche critico ha storto il naso, ha parlato di compiacimento stilistico, di ricerca eccessiva di consenso del pubblico. Opinioni discutibili. Qui si parte dall' amicizia molto profonda e inossidabile tra due ragazzini. Nonostante siano fra loro molto diversi, a cominciare dagli hobby. Due maschietti. Nel profondo della campagna belga.

Dove per forza di cose attecchiscono i pettegolezzi, modo come un altro per divertirsi e passare il tempo - secondo qualcuno.

Non è un caso, messa in scena che ricorda quelle autentiche, nervose dei fratelli Dardenne. Arruolata nel cast Emilie Duquenne, gia' vista in 'Rosetta', loro attrice feticcio, bravissima e sfortunata.

Le atmosfere ricordano un altro - bellissimo - film che vede come protagonisti due adolescenti, in Svezia, in un horror vampiresco molto noto, 'Lasciami entrare'.

' Close ' presenta anche profonde analogie cinematografiche e stilistiche con 'I 400 colpi 'di François Truffaut, citato come riferimento principale per la esplorazione del passaggio dall'infanzia all'adolescenza, attraverso il focus sulla perdita dell'innocenza attraverso la fragilità maschile, il motivo visivo della corsa e il trauma del distacco, culminando in sguardi ravvicinati che sanciscono l'ingresso forzato nell'età adulta.

La parte finale presenta delle scene quasi insostenibili fisicamente.

Il personaggio della madre di Remi acquista via via importanza, fa venire alla mente le mamme dei film del canadese Xavier Dolan.

La sceneggiatura e il cast che è stato scelto sono ottimi. Pochissimo parlato, sono i silenzi e il dolore a spiegare tutto. Toccante. Contro ogni pregiudizio. Gran Premio Speciale della giuria a Cannes. E nomination per l'Oscar, per il miglior film straniero.

Disponibile su RaiPlay.

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u/Lopsided_Nothing6943 — 5 days ago

La ragazza che raccontava i film

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Nel Cile degli anni ‘60, in un remoto villaggio minerario, la giovane María Margarita cresce in una famiglia modesta, che non può permettersi lusso o svaghi. Solo di domenica c'è un momento di evasione, quando tutti insieme vanno a vedersi un film.

Tuttavia, un incidente al padre causa la contrazione delle entrate, e di conseguenza i genitori sono costretti a scegliere un solo membro della famiglia che assista ai film per poi raccontarli a casa. María Margarita dimostra di essere una narratrice capace di suscitare l' interesse di chi la ascolta, tanto che ben presto l' intero paese si raduna attorno a lei, affascinato dai suoi racconti.

Unica ancora di salvezza per chi è schiacciato dalla cupa realtà della miniera, e da una dittatura che sta per irrompere sulla scena.

Ma non c'è solo questo: c' è la grande forza del cinema come mezzo di aggregazione, e il suo valore terapeutico e salvifico.

C' è la memoria di una comunità che sopravvive insieme a quella dei film, e se vogliamo una sorta di resistenza alla crudeltà, alla bruttura che attendono fuori.

C' è il romanzo di formazione, che segue passo dopo passo la crescita della ragazzina. In un cammino molto doloroso, costellato da tragedie familiari e personali.

Dove un po' di aiuto le arriva da qualcuno da cui non se lo sarebbe mai aspettato, perché l' aveva giudicato ambiguo ed equivoco.

C' è pure l'affermazione della televisione, con il corollario della chiusura di tante sale cinematografiche.

Purtroppo il finale 'aperto' della storia di Maria non sembra coerente con le premesse.

Nonostante sia stato girato in Cile, e la regista sia danese, il film batte bandiera francese. Lo certifica la carismatica presenza di Berenice Bejo, a capo di un gruppo di ottime attrici. Bene anche il misterioso Hauser di Daniel Bruhl, e naturalmente il padre di Maria Margarita, Antonio de la Torre.

Notevole la fotografia, che contrappone la luce del deserto al buio delle sale dei cinema.

Lone Scherfig, la regista, ha dichiarato: ”Volevo raccontare come il cinema può unire le persone, dare loro un senso di comunità e identità. María Margarita diventa il tramite di un mondo più grande, che molti nel suo villaggio non avrebbero mai potuto conoscere senza di lei”.

In conclusione, un omaggio davvero sentito alla settima arte, e attraverso la Bejo, all'arte in generale.

NB: diverse le differenze tra il film e il romanzo da cui è tratto, dal tono meno pudico, più sensuale e meno nostalgico; al golpe di Pinochet che nel volume è sullo sfondo; al destino di alcuni personaggi, su tutti quello della madre.

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u/Lopsided_Nothing6943 — 6 days ago

Close, stasera in tv

Segnalo 'Close', film belga in prima visione, Rai Tre,

seconda serata-quasi terza.

Chi ama i Dardenne, ma anche Truffaut dovrebbe ritrovarne echi in questa pellicola.

Lo so che è tardi. Dopo mezzanotte e mezza. Eventualmente si può registrare.

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u/Lopsided_Nothing6943 — 6 days ago

Stasera che sera! 2 buoni film in prima visione

Per chi ama Woody Allen, in prima visione su Rai Tre passa 'Un colpo di fortuna'.

Per gli altri, per quelli che cercano qualcosa di diverso e qualitativamente migliore, su Tv2000 c'è 'La bambina che raccontava i film', con un gruppo di attrici formidabile, capitanato da Berenice Bejo

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u/Lopsided_Nothing6943 — 7 days ago

Dalida, l'attrice - Il sesto giorno

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Pochi giorni fa era l' anniversario della morte di Dalida. La calabrese di Francia, il volto di Marianna, la voce di tante generazioni. In Francia è ancora tanto amata, e le sue canzoni circolano sulle radio e sulle TV. In Italia, di cui aveva scelto la cittadinanza invece di optare per la Francia che l'aveva accolta e adottata, assolutamente no. Un'artista che anche all'Italia ha dato tanto, e che è fra le maggiori al mondo anche dal punto di vista delle vendite. Iolanda, questo era il suo vero nome, era partita per Parigi col sogno di diventare una vera attrice - aveva già piccole esperienze in Egitto. Ma ai casting non la prendevano quasi mai, perché il suo francese aveva una cadenza troppo italiana. Per fortuna c'era la musica, che aveva studiato da ragazza col padre, eccellente violinista. E il resto è storia. La ricordo con il suo film migliore, 'Il sesto giorno', girato in Egitto dove era nata, sotto la direzione di Chehine. Il noto autore egiziano le aveva promesso di chiamarla per un suo film, e mantenne la promessa 'appena' 30 anni dopo.

Dalida è la protagonista, fa la lavandaia, ha un marito paralizzato e un nipote che vive con lei. Siamo nel dopoguerra, nel 1947. Per sfuggire alla tristezza della realtà Saddiqa scappa al cinema ogni volta che può.

Un brutto giorno, al Cairo scoppia una epidemia di colera, e il suo nipotino è a rischio. Lei farà di tutto per salvarlo...

Quando il film uscì, la critica lodo' la interpretazione struggente di Dalida, e il suo essersi sacrificata per il ruolo, quasi scarnificata. Qualche purista criticò il suo accento nel parlato arabo, lingua che aveva dovuto reimparare.

Per Dalida il ritorno in Egitto non portò solo ricordi dolci e nostalgici, ma anche quelli terribili di quando ancora bambina rischiò di perdere la vista, l' operazione agli occhi, 9 mesi di incubi e di buio per poi riabituarsi gradualmente alla luce. E poi quelli del delirio, della violenza, della aggressività di suo padre tornato a casa sconvolto dal fronte, dopo che era terminato il secondo conflitto mondiale.

Al fratello Bruno detto Orlando, confidò che non si vedeva bene sullo schermo, si trovava terribilmente invecchiata, non voleva lasciare il suo pubblico con questo ricordo. Questo film segna un punto di svolta soprattutto per il regista, in un momento in cui in Egitto si privilegia la produzione per la tv sceglie di dedicarsi ai documentari.

Dalida torna alla musica.

Appena un anno dopo quella esperienza che secondo Orlando l'aveva distrutta - perché non era riuscita a scrollarsi di dosso la disperazione del personaggio con cui si era identificata - Dalida non c'era più. Per sua stessa volontà.

Ci resta la testimonianza della sua bravura, che non era stata capita né dai registi francesi né da quelli italiani. A volte un sogno che si avvera, non è necessariamente una gioia, un nuovo inizio. Povera Dali'.

'Il sesto giorno' è attualmente disponibile su Google Play, ma non in lingua italiana, oppure in DVD. Su YouTube, versione araba sottotitolata in francese e inglese.

"La Francia ha bisogno di un colpo di sole." Lucien Morisse, direttore di Radio Europa 1, dopo l'audizione di Dalida.

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u/Lopsided_Nothing6943 — 8 days ago

La vita invisibile di Euridice Gusmao

Cosa resta, dopo la visione di questo lungo film brasiliano, con coproduzione tedesca, adattamento di un romanzo con lo stesso titolo?

La durata intanto, per cui il

film, seppure lungo, va via rapido; il racconto fila e non fa sconti, senza nascondere scene di vita, di morte e di sesso .Decisamente più esplicite del previsto, qualcuna mi ha anche dato fastidio, ma poi ho capito. Sono funzionali al racconto, a loro modo la rappresentazione di un mezzo di dominio sulle donne e di strumentalizzazione delle donne.

Il caldo soffocante di Rio de Janeiro .

Tanto sangue, e tanto dolore.Official trailer

L'atmosfera ovattata degli anni '50.

L'ipocrisia borghese, il machismo, il maschilismo e l'eredità patriarcale che permeavano la buona società brasiliana dell'epoca, dove una donna passava sotto chiave dal padre al marito, figure che si arrogavano il diritto di decidere per loro, stroncando sogni, carriere, destini.

La svalutazione costante del ruolo della donna, e la solidarietà fra donne delle classi più basse.

La malattia mentale.

L'eutanasia.

Il razzismo nei confronti dei brasiliani di colore.

La straordinaria scena al ristorante, dove i tre protagonisti del film, le due sorelle Ghita ed Euridice, e il pater familias, si incrociano senza saperlo.

La presenza nel cast della leggendaria Fernanda Montenegro - unica attrice brasiliana candidata all'Oscar - nella parte di Euridice da anziana.

Soprattutto la storia di un grande amore, quello fra due sorelle, che resiste al tempo, alla cattiveria degli uomini che vogliono tenerle divise, alla invisibilità dell'una per l'altra causata dai tanti ostacoli, e dalla lontananza che si rivelera' un falso tenuto in piedi dal loro padre e dal marito di Euridice. E perfino alla morte.

Karim Aïnouz, brasiliano, sensibile da sempre alle tematiche dell'emarginazione, è il regista di questa pellicola

che rappresentò il Brasile nella corsa agli Oscar, ma non arrivò nella cinquina finale. Partecipò a Cannes in una selezione collaterale, dove in effetti vinse.

Costi e incassi, di nicchia.

Ma non è e non vuole essere un film per tutti.

Visto su Rai 5.

u/Lopsided_Nothing6943 — 9 days ago

Priscilla

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Solo per poco ancora, questo film girato da Sofia Coppola e basato sulla autobiografia di Priscilla Presley, vedova di Elvis, per molti il re del rock 'n roll, è ancora disponibile su RaiPlay. Negli USA il film ha suscitato una marea di polemiche, soprattutto da parte dei familiari e degli amici intimi del cantante. Che hanno visto questa occasione come l'ennesimo tentativo di Priscilla di ottenere visibilità. Infangando in qualche modo la memoria di Elvis. La storia parte da quando la 14enne Priscilla, che abita in Germania in una base statunitense vicina a dove Presley sta svolgendo il servizio militare, viene abbordata da un giovane ufficiale che la invita a partecipare a una festa, alla quale sarà presente Elvis. Per la bella Priscilla, è la realizzazione di un sogno.

Pur realizzato benino, il film non lascia tracce.Nessun guizzo, nessuna scossa emotiva, il film non mostra la passionalità intensa, sia pure a fasi alterne, che caratterizzò la storia d'amore fra Elvis e Priscilla. Manca anche nel finale, che rappresenta la riappropriazione della propria libertà da parte della giovane donna che vuole una vita sua. Nessuna esplosione, nessuna forza dirompente, nessun senso di distacco. Non è la Nora di Ibsen. Sofia Coppola ci racconta sempre la stessa storia: vergine suicida, persa in terra straniera, regina senza i requisiti essenziali, manipolata dal potere. Peraltro, simile alla sua personale.Costretta a farsi in qualche modo da parte per acquistare un po' di libertà. Inverosimile la Coppa Volpi per la miglior attrice protagonista. Elordi, che ha una voce in originale molto simile a quella del suo personaggio, volutamente messo in ombra per mettere in risalto la Spaeny. È però troppo alto per il ruolo. La scelta della regista è quella di ritrarre Elvis solo come un lunatico drogato, dipendente psicologicamente dalla moglie come lo era dalla madre, e con tendenze dispotiche, oltre che traditore seriale. La Coppola sposa acriticamente la visione di Priscilla. Nel film mancano le canzoni di Elvis, perché chi li detiene non ne ha autorizzato l' utilizzo.Forse è un bene, si è evitato un clamoroso effetto nostalgia che avrebbe potuto disturbare e distogliere l'attenzione dalla vicenda. Alla fine, possiamo considerarlo un biopic, o romanzo di formazione di una identità? In ogni caso, una occasione mancata.

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u/Lopsided_Nothing6943 — 10 days ago

Euridice

Stasera, chi avesse già visto 'The Whale' può planare su Rai 5, in prima serata va in onda un film brasiliano lodato dalla critica, meno premiato dagli incassi, ma a Cannes invece sì.Vincitore della sezione 'Un certain regarde'.

Narra di due sorelle, una appunto si chiama Euridice...

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u/Lopsided_Nothing6943 — 11 days ago

Holy Spider

Perso al cinema, visto solo qualche spezzone prima di recuperarlo via Rai 4. Incredibile e violentissimo crime con annessa ricerca di un serial killer , è – incredibilmente - iraniano: ‘Holy Spider’. È stato diretto da Ali Abbasi, regista nato a Teheran che da anni vive in Olanda, già conosciuto per ‘Border’.

Il film è costruito a partire dal vero caso di un serial killer di prostitute accaduto a Mashhad, città santa dell’ Iran, circa una ventina d’anni fa. Ali Abbasi introduce in quello che potrebbe sembrare un crime qualsiasi di stampo occidentale, alcuni elementi fortissimi. A cominciare dall’ambientazione, e dalle scene di nudo e di droga, molto ardite per un Paese con un governo integralista musulmano. Apriamo parentesi - siccome non ha ottenuto il via libera dalle autorità del suo Paese dopo un anno di richieste - il regista è andato a girare in Giordania, riproducendo il più possibile gli scenari iraniani.

C' è anche il fatto che noi sappiamo subito chi è il mostro, esattamente come succede col tenente Colombo in tv. È un bravo padre di famiglia osservante, tal Saeed bene interpretato da Mehdi Bajestani, con moglie e figli, che racconta, soprattutto a sé stesso, che lui uccide le prostitute perché ha la missione di purificare la città santa da tanta sporcizia - non perché è un depravato.

E infine aggiungiamo che, grazie alle indagini della brava giornalista di Teheran, incarnata da Zahra Amir-Ebrahimi premiata come miglior attrice a Cannes, l’assassino viene catturato e processato in tribunale per ben 16 omicidi. Ma verrà veramente punito per i suoi crimini? La giornalista non si fida di polizia e magistratura locali, e buona parte della popolazione inaspettatamente solidarizza con il killer, visto come l’eroe che ripulisce la città dal male.

Nella parte conclusiva ci si rende conto dell'ambiguità di buona parte dei protagonisti, e si assiste a un epilogo amarissimo, lasciato ai bambini, alcuni dei quali portati ad esaltare l'azione di pulizia morale dell’ holy Spider - con tanto di mimica sulla tecnica di svolgimento dell’operazione spiegata in un video dal figlio dell'assassino, il ragno ispirato dalla divinità.

In conclusione: davvero l'Iran non è un paese per donne, ovviamente soprattutto quelle emancipate, o quelle che per disperazione decidono di vendere il proprio corpo sulle strade. La solidarietà verso il killer suscita orrore, perché è del tutto credibile.

Film crudo, amarissimo. Assolutamente da vedere almeno una volta.

NB: secondo il regista il film non vuole essere una ricostruzione accurata degli omicidi , né aspira volutamente a creare controversie di tipo politico. Ma possiamo capire che Abbasi abbia cercato in questo modo di difendere il destino del suo film.

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u/Lopsided_Nothing6943 — 11 days ago

Orlando

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Un altro piccolo gioiello misconosciuto del cinema italiano recente, ‘Orlando’, per il quale Daniele Vicari è in trasferta a Bruxelles, per raccontarci la vicenda di un anziano, ruvido contadino della Sabina - provincia di Rieti, dove è nato il regista - che all’improvviso viene avvertito dei gravi problemi di salute del figlio, di cui da tempo non aveva notizie .

Così Orlando decide di affrontare il viaggio in Belgio per valutare il da farsi. Scopre di avere una nipotina di cui ignorava l’esistenza, che abita proprio nella capitale belga. E che nessun altro può prendersi cura di lei.

Il film si avvale di una interpretazione sentita, intensa di un Michele Placido in gran spolvero come protagonista. Grazie a una recitazione che è fatta di sguardi, silenzi, mimica,tremori, sigarette fumate, che molto lentamente costruisce il personaggio. Non a caso il suo lavoro è stato premiato premiato con un Nastro d' Argento speciale. Accanto a lui, molto bene Angelica Kazankova nel ruolo di Lyse, la nipotina. Particolarmente azzeccato il commento musicale di Theo Teardo.

Qualcuno troverà un po' ostico l’alternarsi di dialetto e italiano, e altre lingue, ma vengono in aiuto i sottotitoli. Il tema principale, oltre a quello delle relazioni umane fra generazioni e culture diverse rappresentato dal rapporto nonno-nipote, e al vissuto difficile della terza età, è quello dell’ immigrazione. Quella di oggi, viene equiparata a quella italiana di un tempo. Orlando, con tutta la sua diffidenza,si ritrova in contesti in cui gli immigrati sono presenti e pure in ruoli chiave.Presenze che per Lyse sono la normalità dato che la mamma - che non l’ha riconosciuta - era immigrata pure lei. Daniele Vicari, con il suo stile asciutto, riesce a dire parole importanti e che restano impresse, diversamente da altri registi che scelgono soluzioni più ‘urlate’.

È un film questo che ha le sue imperfezioni, nel ritmo che a volte è lento, nella durata, nell’inizio e nella parte finale, permeata da un eccesso di sentimentalismo.

Ma ha anche indubbiamente dei meriti, e non piccoli. L’ultimo che citiamo, la rivalutazione di un certo tipo di orgogliosa e coltivata solitudine e diversità, qui quella di Orlando, che è anche estraneità ai tempi moderni, e può essere un modo di resistere alle brutture dell’oggi.

Ovviamente, su RaiPlay.

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u/Lopsided_Nothing6943 — 12 days ago

Il ricordo di Aldo Moro

Oggi diverse reti televisive ricordano Aldo Moro.

Proprio adesso, il canale 34 sta mandando in onda 'Il presidente', protagonista Michele Placido.

Rai Storia gli dedica l' intera serata, con 'Buongiorno, notte' di Bellocchio, e 'Il condannato-Cronaca di un sequestro ', buon documentario che ha fra le firme Simona Ercolano.

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u/Lopsided_Nothing6943 — 13 days ago

The Old Oak

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Questo è quello che resterà probabilmente l’ultimo film di Ken Loach, che quando l’ha girato aveva già 87 anni. Siamo nel Nord della sua Inghilterra, in un paesino che soffre perennemente di crisi economica da quando hanno chiuso le miniere, e Thatcher e Blair hanno assestato le loro botte al welfare, al sistema di solidarietà sociale. Proprio perché soldi da spendere ce ne sono pochi, è rimasto soltanto un pub ancora aperto. The Old Oak, appunto. Un giorno, all’improvviso arriva un gruppo di profughi siriani, ospitati in alcune case abbandonate. Ovviamente, scattano la paura del diverso e la guerra tra poveri. Un uomo solo, a parte qualche volontario parrocchiale di buona volontà,vta e contraria, osa aprire il suo cuore e offrire le proprie risorse, ascoltare e aiutare. Fin troppo facile indovinare di chi si tratta…

Il nome del pub, significa in italiano ‘ la vecchia quercia ‘. E la vecchia quercia è proprio il Maestro Loach, che in un mondo dove ormai in tanti si sono arresi e non combattono più , prova a regalarci un motivo di speranza. In una visione, la sua attuale, che è totalmente fosca e disperata, anche dal punto di vista sociologico e politico. Nel senso che il concetto di comunità, di popolo, di quella lotta di classe di cui Ken Loach si è spesso fatto portavoce, non esistono più. Il progresso , il miglioramento è tutto affidato alla sola iniziativa e buona volontà individuale. Dove il gesto individuale assume comunque un significato politico.

Il film è sincero, apertamente militante, imperfetto perché rischia la retorica, e di essere troppo didascalico, come vedremo dopo.

Note positive: a parte l’importanza dei temi trattati, c’è come sempre una meravigliosa scelta e direzione degli interpreti. Molti, presi dalla strada. Queste due caratteristiche sono in comune con gli altri film di Loach, e inevitabilmente sono anche scelte politiche.

Su tutti gli attori svetta il protagonista Dave Turner, nei panni del proprietario del pub TJ, che tutto è fuorché un professionista. Questa è la sua seconda carriera, iniziata dopo 30 anni di lavoro come vigile del fuoco, e l’esperienza da sindacalista - che è stata l’aggancio per arrivare al cinema. Notevoli anche Ebla Mari, nei panni della giovane fotografa siriana Yara, e Claire Rodgerson, che è la più sollecita ed empatica delle poche volontarie. E poi c' è il finale…onirico.Nella processione finale - preceduta da un momento commovente di dolore condiviso - con tutti o quasi per le strade dietro allo stendardo dei lavoratori con scritte in inglese e in arabo, rimanda a un’amarezza e a una nostalgia non dissimili dal commiato de ‘Il sol dell’avvenire’ di Moretti.Dove il contesto è indubbiamente un altro, non operaio né proletario, eppure l’atmosfera è simile.

Critiche generalmente positive, che sottolineano un finale di percorso coerente e di valore, magari un filino troppo sentimentale, del grande vecchio del cinema britannico. Discorso a parte per i Cahiers du cinema, ripresi per altro anche da commentatori italiani, che definiscono il film troppo schematico, semplicistico e con uno scarso approfondimento della psicologia dei personaggi. Come se essi fossero ‘manipolati’ dal contesto. E il contesto stesso giustificasse le loro azioni.

Non ci sentiamo di dare completamente torto ai critici francesi, perché in effetti è un po' così. Certo loro hanno pestato piuttosto forte, considerando che il film è una coproduzione con Belgio e, soprattutto, Francia. Lo schematismo però è farina soprattutto del sacco dello sceneggiatore Paul Laverty, a cui Loach ha aderito. Per carità, può starci, per l’intento educativo che ha il suo genere di film. Ma il mondo chiaramente non è sempre così, ha qualche sfumatura in più. Ringraziamo però Laverty e Loach per non aver spinto sul pedale dell’orrore, facendolo intelligentemente solo intuire - i video dalla Siria, la tragica morte della cagnolina di TJ.

“Ho una mia amica, che chiama la speranza oscena.

Ma se smetto di sperare, il mio cuore smette di battere.”

Il film ora è disponibile su RaiPlay.

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u/Lopsided_Nothing6943 — 13 days ago

- YouTube Generazione - Garbo

Dedicated to all the generations involved in conflicts, that overcame the fear to restart living

Translation from Italian lyrics

We were looking at the hills on the border, Hold my hands a little... Just tell me the war is already over, We will wake our hearts in the city,

We will bring some love to the border, And we will be like rain maybe, We will let the Night take us, And tomorrow we will no longer be afraid. We, Fathers of Silence, are dust, And the wind will scatter us, We, in the silent days are Clouds, The Clouds are never afraid. Fear....

We will look at the expanses at the frontier, We will give all our hearts back to the Universe, We will stop here, here.....

We will bring a little Sun with us, We will be like the Wind perhaps, We will be able to fly over in an instant, The shadow of a life that makes us....

We, Fathers of Silence, are dust, And the wind will scatter us, We, in the silent days are Clouds, Clouds are never afraid, Clouds are never afraid, Clouds are never afraid!!!

Garbo aka Renato Abate is also known as the 'Italian Bowie'

Bowie is surely one of his musical referees,👨‍🎤

youtu.be
u/Lopsided_Nothing6943 — 14 days ago