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After Love

Mary è una donna inglese, convertita all'Islam per amore del marito, il pakistano Ahmed che ha affari tra Inghilterra e Francia.

Abitano a Dover, e sarebbe una esistenza tranquilla e felice se non fosse per la mancanza di figli. Ne hanno avuto uno, morto ancora piccolissimo.

Un pomeriggio tornano da una festa familiare, e all' improvviso, mentre guarda uno show alla TV in attesa di prendere il tè, l'uomo muore.

Infarto fulminante.

E così Mary è costretta a vestirsi di bianco e a partecipare ai rituali funebri.

Ma la vita va avanti.

Mary si ritrova a mettere ordine tra le cose del marito, e ritrova il suo telefonino, il suo portafoglio e qualcos'altro.

La vita continua, le onde del tratto di mare che bagna Dover sono o sembrano sempre le stesse, ma perfino le scogliere si sgretolano, figuriamoci se non può tutto d'un tratto sgretolarsi la vita di una donna.

La protagonista ( la bravissima Joanna Scanlan, con più d'un filo di residua bellezza che si rivela nonostante il corpo massiccio ) compie un doloroso viaggio di ricerca fino a Calais, che le fornirà più domande che risposte...

Curioso caso il suo, di una laureata a Cambridge in Storia che decide di mollare l' insegnamento dopo 8 anni, e di mettersi a scrivere sceneggiature e a recitare.

Secondo alcuni critici il suo personaggio non risulta del tutto convincente: Mary ha sacrificato tutto sull'altare del matrimonio, fede religiosa e modo di vestire compreso, fino ad accettare una cultura, più che un credo, che la relega ad un ruolo sottomesso; e quindi non è possibile né realistico che alla sua volontà di comprendere non si mescolino sentimenti di rabbia e risentimento.

Può essere, come anche no, perché Mary è profondamente buona.

E l'essere buona la aiuta a superare la disperazione, i momenti in cui vorrebbe lasciarsi andare in mare, lì a casa sua , e a trasformare la sofferenza dopo un amore finito in un altro tipo di amore.

Storia intimista pregevole che si dipana con molti silenzi e riflessioni, su tanti argomenti delicati, e che merita un plauso per la mancanza di pregiudizi di ogni sorta. Lasciando da parte qualche lungaggine, qualche incertezza.

Sequenze da ricordare: la veglia funebre, lo schiaffo di Mary a Solomon per difendere sua madre, la tomba del piccolino al cimitero, affiancata a quella ancora fresca di Ahmed.

Doppiaggio mediocre, ahi noi.

Premiato ai Bafta. Oltre che ai BIF, ovvero i premi destinati ai film indipendenti.a prima di un regista anglo pakistano, Aleem Khan.Coproduzione UK e Francia.

Su Amazon Prime.

In memoria di Fulvio Lucisano

"Ciao Fulvio. Buon viaggio, nostro condottiero. La tua famiglia non ti dimenticherà mai. […] Ci hai insegnato che il cinema non è soltanto un mestiere: è una forma di vita, una sfida, una responsabilità e, soprattutto, una grande famiglia” queste alcune delle parole commosse dei dipendenti del Gruppo Lucisano, nel post di commiato che hanno voluto tributargli sui profili social della Italian International Film.

È morto alla bella età di 98 anni Fulvio Lucidano, uno dei più grandi produttori italiani. 5 David di Donatello, Cavaliere del Lavoro, ha sostenuto talenti e fatto lavorare tanto cinema italiano.

Si ricorda in particolare la scommessa vinta con Massimo Troisi, che avrebbe potuto rivelarsi il classico comico televisivo dal respiro corto.E invece...

Ha lavorato fino quando ha potuto, anche per la TV - 'Mina Settembre' -e le piattaforme di Netflix.

Per lui anche un David speciale e un Leone alla carriera a Venezia.

Le figlie continuano già l'opera del padre nella produzione.

Arrivederci Fulvio...

u/Lopsided_Nothing6943 — 2 days ago

Dreams - ieri notte in prima visione su Rai Tre

Teniamo presente che il regista di 'Dreams' in passato è stato uno scrittore.

La clamorosa vittoria dell’Orso d’Oro alla Berlinale ha consacrato il film del norvegese Dag Johan Haugerud come uno dei titoli più interessanti della produzione cinematografica recente, grazie alle sue capacità di scrittura.

E' un trionfo personale per il regista ed evidenzia anche il suo coraggio nel trattare temi delicati come l’adolescenza, il desiderio e la sessualità attraverso una ricerca stilistica originale e non artefatta.

Il film si inserisce in un progetto più ampio, quello di una trilogia dei sentimenti; non è soltanto un racconto intimo su una adolescente in crescita e con suo personale cammino di educazione sentimentale, ma una riflessione sulle dinamiche della narrazione.

Al centro della vicenda c’è Johanne (Ella Øverbye), una studentessa diciassettenne che si ritrova a provare un sentimento inaspettato nei confronti della sua insegnante di francese, Johanna (Selome Emnetu). 'Dreams' si distingue da pellicole simili per la sua struttura articolata e la profondità psicologica, che lo spingono oltre le convenzioni del genere.

Il film è il terzo capitolo di una trilogia iniziata con 'Sex' (2024) e proseguita con 'Love' (2024). Non si limita a raccontare una passione proibita, ma esplora l’atto stesso del narrare, mettendo in scena una riflessione sui meccanismi della pubblicazione dei libri e del loro adattamento per il cinema.

Il diario segreto di Johanne diventa il punto focale attraverso il quale si sviluppa la sua consapevolezza di sé. Quel testo è anche uno strumento che fa emergere il conflitto tra la sua realtà e la percezione che gli altri hanno di lei e del suo rapporto con l'oggetto del suo desiderio.

L’interazione tra le due donne non è mai esplicitata - che sia solo un sogno, una proiezione di un desiderio ?- ma rimane sospesa, tanto che il film non fornisce mai una risposta sulle sue implicazioni morali ed emotive. L’autore spinge su questo pedale, giocando su questa ambiguità, per confondere le linee tra desiderio e realtà, tra finzione e verità.

La messa in scena è precisa, capace di restituire la dimensione intima e psicologica senza forzare la mano. Le inquadrature sono studiate per mettere in risalto le protagoniste e anche l’ambiente che le circonda. I paesaggi norvegesi, con la loro bellezza suggestiva e alle volte inquietante, diventano lo specchio dei conflitti interiori di Johanne, quasi una rappresentazione delle sue emozioni represse. La fotografia si concentra sui dettagli, sugli spazi chiusi, sugli sguardi tra i personaggi, creando una tensione visiva che amplifica la dimensione emotiva della storia.

La colonna sonora delicata accentua il silenzio, creando un’atmosfera di sospensione e riflessione che accompagna ogni scena. La musica riesce a evocare le emozioni più che a definirle, ma è anche uno strumento funzionale alla narrazione, come quando la ragazza si dirige verso la casa della sua insegnante in un quartiere sconosciuto, con un crescendo di suspense.

Su un altro livello di lettura, mentre in superficie narra di un amore non corrisposto e di una vanità a lungo sostenuta, Haugerud esibisce i margini di una profonda frattura intergenerazionale e, forse, anche interrazziale, dipingendo il suo dramma borghese con tenui toni thrilling.

La performance della ventenne Ella Øverbye è uno dei punti più forti della pellicola. Nel ruolo di Johanne, l’attrice è in grado di rappresentare con intensità la naturale transizione dalla spensieratezza adolescenziale - spesso solo presunta - alla scoperta di una sessualità ancora indefinita. La sua prova è intrisa da una vulnerabilità ben visibile, e da una tensione che rende ogni sua mossa, ogni suo silenzio, carichi di significato. Øverbye trasforma il suo personaggio di immatura adolescente in giovane donna alle prese con il desiderio, la confusione e la consapevolezza di sé. Accanto a lei, Emnetu è altrettanto brava nel ruolo di Johanna, la professoressa che diventa al tempo stesso oggetto di desiderio e simbolo di un mondo adulto e dalle porte appena schiuse. La chimica tra le due attrici è quasi impercettibile, e contribuisce a rendere la loro relazione interessante per lo spettatore.

Il film non esplicita mai una etichetta per la loro relazione, ma chi guarda è invitato a interpretare ogni gesto, ogni sguardo, come parte di un gioco psicologico che va oltre la superficie.

In questo senso, 'Dreams' non solo racconta una storia, ma invita lo spettatore a riflettere sul proprio rapporto con la visione, con la finzione e con la realtà.

Anche se dobbiamo obiettare che alcuni comportamenti delle persone che circondano la ragazza appaiono poco realistici. Leggere il diario, che è una espressione estremamente intima di una persona, esprimere giudizi e poi discuterne una possibile pubblicazione o altro utilizzo - dopo una prima reazione di smarrimento - perché potrebbe avere successo, secondo le opinioni e le reazioni della madre e della nonna di Johanne, è un modo di vivere le situazioni estremamente realistico e pragmatico, ma in altri contesti non sarebbe opportuno.

Forse si tratta solo della conseguenza dell'ambientazione in una società come quella norvegese, tanto diversa dalla nostra, ma questa sensazione, unita all'eccessiva verbosità e all'insistente voce fuori campo, ostacola la fruizione del film e la sua capacità di coinvolgere emotivamente.

Nonostante tutto...

il film resta scorrevole, ma alla fine comunque la critica specializzata resta divisa.

C'è chi lo vede troppo parlato, se non logorroico a la Rohmer che ribadisco adoro, piuttosto banale e meno profondo di ciò che, forse, vorrebbe essere.Un piccolo affresco sociologico.

Un 'Flashdance' con ambizioni autoriali. Con troppa predilezione per i flussi di coscienza, più che la rappresentazione delle emozioni.

C'è chi invece loda la sua freschezza, quel pizzico di ironia che non guasta, la mancanza di luoghi comuni nel racconto,

la capacità di svelare con delicatezza i turbamenti dell'animo umano, meglio ancora, femminile.

Su Rai Tre alle 23.30 ieri, e poi inserimento su Rai Play.

u/Lopsided_Nothing6943 — 3 days ago

Haneke dice basta

Michael Haneke lascia il cinema. Lo ha annunciato il suo collaboratore e grande amico Marcus Schleinzer. Il cineasta austriaco, oggi 84enne, ha diretto dodici lungometraggi in una carriera di quasi trent’anni.

Il Maestro dice di essersi ispirato nella sua decisione al numero di film girati da Robert Besson, ovvero 12.

In realtà il buon Haneke ha sbagliato numero.Gliene manca uno.

Ci ripenserà?

u/Lopsided_Nothing6943 — 4 days ago

Stanotte che notte!Prime visioni e film rari in tv-Tarda primavera

Se non fosse per 'Fuori Orario' e poco altro, non ci sarebbero nemmeno quelle prime visioni o film comunque rari che ci capita di incrociare nei palinsesti TV di questo periodo.

Uno è senz'altro 'Tarda primavera', considerato uno dei capolavori del regista giapponese Ozu.N9nche il paradigma per buona parte dei suoi film successivi, subito dopo il secondo conflitto mondiale.

Film in bianco e nero, in cui accade poco o nulla, e perciò già respingente di suo per molti potenziali spettatori.

Un uomo vedovo ormai da anni annuncia alla figlia Noriko in età da marito che intende risposarsi, con una signorina ben più giovane di lui.

Ma la storia non è così semplice, c' è ben altro dietro al quadretto familiare intimista in realtà...

È decisamente un altro Giappone, diverso da quello che conosciamo, siamo nel secondo dopo guerra, ben prima del boom economico e della espansione tecnologica di oggi.

Dove le amiche si riuniscono periodicamente per la cerimonia del thè.

Gli eventi sono minimi: un paio di guanti che ricompare, della biancheria da sistemare, un giro in bicicletta al mare, due biglietti per un concerto - ma alla fine li userà una sola persona...

Lo stile di Ozu è perfettamente riconoscibile: frequenti primi piani, macchina da presa a livello pavimento, gesti che danno vita a piccoli rituali, attenzione regalata a dettagli, singoli oggetti.

Aggiungiamoci ellissi e lunghe parentesi quasi divulgative, leggi il teatro No. E otteniamo una semplicità che è maestria, raffinata maestria.

Come dicevamo, la storia è solo apparentemente banale: ci sono i due sacrifici reciproci di padre e figlia, ognuno per la felicità dell'altro; c'è il Paese alla prova di una ricostruzione post bellica tra modernità e tradizione; si parla perfino di divorzio; c'è la presenza della censura cinematografica; c' è soprattutto la nuova legge sul matrimonio del 1947, che ha proibito le nozze combinate e sancito il principio di uguaglianza tra i coniugi.

Al viso di Noriko, la bellissima Setsuko Hara, giovane donna sempre sorridente, la cinepresa di Ozu si aggrappa per mostrarci profondità di sentimenti e i dissapori verso la decisione del padre, imperturbabile, Chishu Ryu.

Forse per un occidentale è difficile da comprendere appieno, ma se ci si lascia andare senza pregiudizi, è commovente.

Frase memorabile: Noriko: "Abbiamo fatto un giro in bicicletta"... e il padre preoccupato: "Insieme con la stessa bicicletta?"

Curiosità: la tarda primavera del titolo allude all'età di Noriko, che ha superato i 30 anni e che il padre vede già sulla via di diventare zitella.

Hara in realtà non si sposò mai, ritirandosi poco dopo la morte di Ozu e vivendo una vita appartata fino alla sua scomparsa nel 2015. Questo rispecchia stranamente il conflitto del suo personaggio in 'Tarda primavera'. Come scrive il critico Jacob McKee, all'uscita il film in Giappone genero' uno scandalo. Venne letto come un affronto si valori tipici della famiglia giapponese. Ma da certe sfumature nella sua recitazione, si potrebbe avvertire una adesione di Setsuko e di Noriko all'a-romanticismo, e alla asessualità .

Si può recuperare su Rai Play.

u/Lopsided_Nothing6943 — 6 days ago

Stanotte che notte! Prime visioni e film rari in tv-Sette note in nero

È in corso, se mai ce ne fosse

bisogno, una ulteriore rivalutazione di Lucio Fulci, il signore del cinema di genere, e dei suoi film.

Questo che va in onda stasera, da molti critici è considerato una pietra militare del thriller italiano, e il capolavoro della carriera del regista.

Dino De Laurentiis si innamorò di un romanzo di Vieri Razzini, 'Terapia mortale', e decise di adattarlo per lo schermo.

Fu un'impresa, perché i primi 3-4 mesi scorsero via semplicemente per mettere in piedi un team di sceneggiatori, che fra l'altro cominciarono subito a guardarsi in cagnesco.

In realtà poi produssero qualcosa, che venne però cestinata dal produttore.

Nel giro di un mese Fulci trovò chi l'avrebbe realizzata al posto di DDL.

Ma anche la lavorazione fu macchinosa.

All'epoca il regista era ancora un amante dei gialli classici alla Agatha Christie; dopo pochi anni segui' la sua conversione all'horror.

La pellicola è un thriller parapsicologico che in effetti prende più di uno spunto dal lavoro di Dario Argento.

La parte migliore sono le visioni della protagonista, bellissima e adeguata Jennifer O'Neill, capace col suo sguardo di comunicare l'intensa sofferenza interiore di Virginia.

La donna in passato ha avuto soprattutto una tragica esperienza di premonizione, e pensa perciò di avere addosso una maledizione - più che un dono - che la condanna a dover indagare sino in fondo per porre fine ai suoi incubi. La O'Neill 'vede' il corpo di una signora di mezza età nascosto dietro un muro, nella villa in cui abitava una volta il suo neo marito.

Un cadavere femminile viene effettivamente ritrovato, ma diversi particolari non corrispondono...

Regia sobria, Fulci decide di eliminare tutte le scene meramente violente puntando sul versante soprannaturale e sull'atmosfera che regna nella singolare casa in cui si svolge la storia. Tolta la parentesi splatter dell'effetto speciale del prologo, piuttosto brutto.

Il regista crea un clima gotico, arrivando a citare Edgar Allan Poe.

Il meccanismo della medium che arriva a conoscenza di un delitto già avvenuto è presente in diversi altri film, ma qui non è infiocchettato con siparietti comici o ironici, regge bene da solo. E in realtà, scopriamo con la visione che si tratta di una cosa diversa.

Grande tensione in crescendo, qualche colpo di scena, un finale efficace.

Davvero buone le musiche, che propongono diversi temi interessanti e che restano in testa.

Oltre a quella della protagonista femminile, notevole interpretazione di Gabriele Ferzetti nel ruolo di Raspini.

Tutto sommato anche i comprimari fanno del loro meglio, tolta la povera Jenny Tamburi che sembra fuori parte.

Omaggiato da Quentin Tarantino in Kill Bill Vol 1, attraverso la citazione del tema principale della colonna sonora.

Mediaset Italia2 poco dopo le 22.30.

u/Lopsided_Nothing6943 — 11 days ago

Stasera che sera!Prime visioni e film rari in tv-Baran

Premessa: amo il cinema iraniano, per quel poco o tanto che ne so, ne conosco. Purtroppo in provincia certi film non sempre arrivano, bisogna aspettare l'uscita in TV o sulle piattaforme di streaming. Considerazione che vale anche per questo piccolo grande film, una finestra di vita reale in Medio Oriente, dove una storia minima, senza grandi eventi, eroi, interpreti noti o effetti speciali, riesce ad assumere una portata universale. Come accade spessissimo con i film provenienti dall'Iran.

Lateef, 17 anni, iraniano, forse un po' pigro ma di buon cuore, lavora come assistente in un cantiere edile, in cui ha diversi colleghi turchi, curdi e afghani. La loro convivenza con i padroni di casa non è sempre facile. Il ragazzo ha il compito di fare la spesa e preparare da mangiare per gli operai. Un giorno, uno di questi si ferisce molto gravemente a un piede e deve rinunciare a lavorare. L'uomo è un profugo afgano immigrato illegalmente; suo figlio, Rahmat, viene accettato al cantiere per sostituirlo. Per lui però, data la costituzione fragile, i lavori pesanti risultano impossibili, e così il capo cantiere decide di assegnargli il posto in cucina di Lateef, fisicamente più forte e quindi in grado di affrontare incarichi più gravosi.

La cucina si rivela presto il regno di Rahmat, e tutti gli operai apprezzano la bontà dei pasti che prepara e il suo squisito tè. Nessuno rimpiange la cucina di Lateef che, costretto a pesanti lavori manuali, inizia in primis a trattare male il nuovo venuto, carico di risentimento com'è. A mettergli in disordine il locale in cui lavora, gli utensili, a disprezzare le piccole attenzioni che Rahmat sente di dovergli riservate, come un bicchiere di thè più carico e piu' pieno rispetto agli altri, il lavargli la camicia... E poi Lafeet decide di spiare il rivale per coglierlo in fallo e riottenere il suo posto...

La lista di premi conquistata da questo film, riportata come credenziale di qualità nella locandina, e la distribuzione da parte di Buena Vista-Miramax avrebbero potuto far pensare a una produzione studiata a tavolino per essere considerata educativa, e scientemente ideata per l'export. Senza dubbio all'apparenza la pellicola appare più commercializzabile, di stampo più classico rispetto allo stile di Panahi o di Kiarostami. Invece il film di Majidi racconta la sua storia con delicatezza ed equilibrio, con quella semplicità e naturalezza che è diventata una cifra stilistica del cinema iraniano, e che abbiamo imparato ad apprezzare nel corso degli anni. Di suo Majidi ci mette una regia attenta ed elegante: la macchina da presa si insinua tra le strutture del caseggiato in costruzione; offre panoramiche leggere, belle scene di interni ricavate grazie all'uso oculato di luci ambrate e sfumature cromatiche azzeccate, che reggono bene l'impianto della trama.

I toni che sono quasi da favola (la bontà del protagonista, fino al sacrificio della sua stessa identità, che ricorda certi personaggi di Gianni Amelio; i soldi che passando di mano in mano finiscono con l'essere utilizzati in ogni caso per uno scopo nobile; la storia di un amore puro e di un corteggiamento rispettoso, che non ottiene mai in cambio delle parole o delle promesse, ma soltanto un sorriso e uno sguardo enigmatico ) sembrano coniugarsi bene col fondo di dramma e di notazioni sociali che pesano nell'economia dell'opera, soprattutto quelle che riguardano la condizione degli immigrati, sfruttati dal caporalato e di frequente discriminati. In particolare proprio gli afgani, che in Iran sono circa un milione e mezzo, la maggior parte imboscati che vivono di lavoro nero o di espedienti. Ciò accade sia per motivi religiosi - ricordiamo che i persiano sono sciiti, quindi in minoranza nell'Islam - ma anche geo-politici, come lo sfruttamento delle acque fluviali che scorrono al confine tra i due Paesi, la gestione dei flussi migratori, la situazione in patria degli Hazara - minoranza di origine persiana in Afghanistan, mal tollerata e quasi perseguitata nel proprio Paese natale -ecc...

..."c'è davvero da stupirsi di fronte alla visione religiosa e alla delicatezza dei rapporti umani che sopravvivono in un contesto di amara vita". (Tullio Kezich)

Il risultato è assolutamente apprezzabile.

Il finale è davvero toccante, spaccacuore.

L' amore qui è un lusso che non tutti possono permettersi, soprattutto se in ballo c'è un posto di lavoro, fra i rappresentanti di due etnie che si sopportano ben poco.

L’incomunicabilità, le rivalità tra persone di origine diversa, non sono certo un’esclusiva dell’Occidente, anzi. Ma il film dimostra che eludere certe norme non scritte, abbandonare certi atteggiamenti ostili e i propri pregiudizi, è possibile.

Curiosità:il regista e sceneggiatore Majidi predilige una narrazione per immagini, riducendo i dialoghi allo stretto necessario. Tanto che c'è un personaggio in particolare che non pronuncia una sola parola in tutto il film.

Così come non esiste una colonna sonora.

Selezionato per gli Oscar.

tv2000 in prima serata.

u/Lopsided_Nothing6943 — 13 days ago

Stanotte che notte!Prime visioni e film rari in TV-Querelle de Brest

L’idea di omicidio evoca spesso l’idea del mare, dei marinai
e all’idea del mare e dell’omicidio si lega naturalmente
l’idea dell’amore e della sessualità.“

Ne avevo tanto sentito parlare, e alla fine ho preso la decisione e l'ho visto.

E' il film testamento di Rainer Werner Fassbinder (uscì dopo la sua morte) e contiene tutte le problematiche più care al regista: l'omosessualità, l'amore - dove si trova qui, in verità, sconosciuto - la violenza, la morte, ecc...

Quando uscì divenne un manifesto per la liberazione omosessuale, anche se la struttura del film, molto teatrale e allegorica - in effetti è girato tutto in studio -ne rendeva difficile la comprensione da molta parte del pubblico.

La censura italiana lo bloccò finche' non ottenne il visto col divieto ai minori di 18 anni, solo dopo il taglio di due sequenze che mostravano scene di sodomizzazione e masturbazione (ritenute 'particolarmente realistiche').

In totale, una sforbiciata di circa 49 metri di pellicola.

Il film fu presentato in versione integrale al Festival di Venezia del 1982 e provocò una dichiarazione ufficiale di dissenso con il resto della giuria del festival da parte del Presidente Marcel Carné, perchè questa si era rifiutata di assegnargli il Leone d'Oro. Unico voto favorevole, il suo.

Come abbiamo scritto, la messa in scena è molto teatrale, e forse questo giustifica il tipo di linguaggio adoperato nel film, specie per i cartelli esplicativi,

con un lirismo e un ermetismo poco verosimile per vicende da bordello, soprattutto nella narrazione fuori campo - ma magari è stato riprodotto quello dell'autore del romanzo da cui è tratto, che effettivamente non ho letto.

Coproduzione franco-tedesca, dove le stelle sono lo sfortunato e talentuoso Brad Davis nei panni del protagonista, il marinaio Querelle, e una Jeanne Moreau conciata stile Hanna Schygulla, donna matura di una bellezza un po'appassita, ma ancora fascinosa nonché tenutaria dell'hotel La Feria di Brest e dei relativi 'servizi' oltre che attrazione del locale. Nel ruolo di Lysianne infatti la Moreau canta la celebre canzone che fa parte della colonna sonora, 'Each man kills the thing he loves'.A mio modestissimo avviso, la Moreau e la sua canzone, una ballata il cui testo è ripreso da un'opera di Oscar Wilde, sono la parte migliore del film.

C'è anche il 'nostro' attore forse più 'internazionale', ovvero un Franco Nero molto impettito, un po' troppo trattenuto, legato.

L'odore della morte aleggia costante sulla scena di una Brest formato luna park colorato da festa del vizio e/o del desiderio, rappresentati da un colore rossastro-seppia quasi soffocante.

Il vero tema del film dovrebbe essere quello della ricerca di una identità personale da parte di Querelle - a proposito, è l'abbreviazione della parola francese maquerelle, che significa magnaccia . Ricerca che avviene scivolando agli inferi, senza nessuna redenzione né tentativo di riscatto. Con la ripetizione ossessiva di uno schema di comportamento che vede come fine solo la soddisfazione sessuale.

Che è allo stesso tempo portare addosso una condanna a cui non si può sfuggire se non per un breve momento, una croce insopportabile e che non si può rimuovere, come quella della salita di Cristo al Calvario grottescamente e maldestramente riprodotta dai marinai truccati e abbigliati apposta per le strade di Brest.

Tutta materia che perfino Sartre contestò a Genet, appunto autore del romanzo da cui il film è tratto, e che in passato aveva apprezzato, additata come esempio di etica del male, e di estetismo 'nero'...

Il finale inciampa, della ricerca di verità e di identità non vi è più traccia.

Di sicuro non è un'opera perfetta né la migliore del regista tedesco.

Secondo il dizionario critico del Morandini, 'Querelle' vorrebbe essere un esercizio di stile, con rimandi a Fellini, e invece è stilizzazione, barocca, eccessiva.

Col risultato di allentare il ritmo, rendendo il film lento e noioso, oltre che oltremodo violento spesso senza reale giustificazione.

Il film è dedicato alla memoria del compagno di Fassbinder.

Il romanzo di Jean Genet attinge molto dalla reale biografia dello scrittore francese.

Su Rai Movie attorno alle 23.10.

u/Lopsided_Nothing6943 — 16 days ago

Stanotte che notte!Film in prima visione e film rari in tv-Ulisse

Ho letto che da molti il racconto dell'Odissea a cura di Chris Nolan è stato stroncato, per tanti diversi motivi. In particolare da un lungo e puntiglioso articolo del 'Time'.

C'è una ragione che trascende, se per me almeno il titolo più caro fra quelli dedicati ad Omero e ai suoi racconti, resta questo.

'Ulisse', il kolossal più costoso prodotto nell’Italia del dopoguerra da Carlo Ponti e Dino De Laurentiis per la Lux. Venne speso un mucchio di soldi per le scenografie, per il Technicolor e per il cast, assolutamente notevole, misto di volti noti statunitensi, italiani e francesi. Kirk Douglas, ovvero Ulisse, si comportò da perfetto maleducato indisponente prepotente durante tutta la lavorazione. Il povero Mario Camerini - sostitui' il designato Pabst, che si tiro' indietro appena nel progetto approdo' Douglas, il quale pretendeva qualcuno di sua fiducia per la sceneggiatura e un co-produttore americano che gli facesse da spalla - per colpa della gotta, diresse il film da una barella. Nonostante questo, il risultato ottenuto è perfino superiore a quasi tutti i film americani dello stesso genere peplum, nello stesso periodo. Il film scorre via bene, grazie a una buona sceneggiatura, al netto di un paio di errori tipo la scena della preparazione del vino. Ricordiamo che dietro a scrivere, fra gli altri, c'era Franco Brusati.

Douglas - che non era la prima scelta per il ruolo, offerto in primis a Gregory Peck - col suo atletismo a volte sa troppo di eroe di cappa e spada, o di cow boy western in salsa mitologica. Ma tutto sommato il resto funziona bene. Forse perché Camerini accetta il tono del suo protagonista, e trasforma un po' il classico omerico in un romanzo di avventure marinaresche. Comunque affascinante. Tanto colore, una bella fotografia, in parte anche i comprimari con una menzione per Anthony Quinn, che è Antinoo.

Peccato per i costumi, kitsch, rivedibili.

E poi c'è il motivo assoluto per cui questo film ha dignità d'esistere: lei, la sua presenza, assolutamente magnetica e adeguata al ruolo, anzi ai due ruoli, ovvero la dolce e fedele Penelope un po' piagnucolosa forse ma alla fine anche determinata e nella sua determinazione commovente; e la maliziosa, seducente maga Circe, determinata anche lei, ma che usa altre strategie. Lei con la sua sfolgorante e stralunata, sofisticata bellezza: Silvana Mangano. Le cronache raccontano che quando le fu assegnata la parte, aveva partorito da poco e messo su parecchio peso. Ma la sua forza di volontà insieme all' esercizio e a una dieta rigidissima, le permisero di poter indossare i sinuosi, aderenti costumi greci abbastanza presto. Non solo, precisa e professionale com'era, si mise a studiare intensamente le opere di Omero. La decisione di Camerini di farle interpretare sia Penelope sia Circe, dipende da una scelta creativa dello stesso regista. Quando Circe seduce Ulisse, assume le sue sembianze, e parla con la sua voce. Sfruttando la nostalgia amorosa dell'eroe. Perché fosse ancora più ammaliante, mentre la Mangano indossava le vesti di Circe la fotografia girava sui toni dell'azzurro e del verde, rendendola ancora più ipnotica. Gran merito di questo va a Mario Bava, che si occupava delle luci.

Gran successo al botteghino, 'Ulisse' è ancora al 15esimo posto tra i film italiani più visti di sempre. Del resto, i valori alla base del film sono popolari e condivisibili, apprezzabili da tutto il potenziale pubblico. Nel senso che sono puri, basilari, semplici, quindi, ma non banali. Il coraggio, l’audacia, la lealtà, la generosità, sono argomenti sempre validi, anche nell’era moderna, e non dovrebbero (il condizionale purtroppo è d’obbligo) passare mai di moda.

Rai Movie, un quarto alle due. E poi RaiPlay.

u/Lopsided_Nothing6943 — 18 days ago

Stanotte che notte!Prime visioni e film rari in tv-Luci nella notte

Una coppia parigina in viaggio in auto, di notte, per raggiungere i figli che sono in una colonia estiva. L'idea è di iniziare un periodo di vacanze tutti assieme. Lui però beve decisamente troppo, e si distrae sulla strada guidando anche pericolosamente; lei è stufa di questa situazione e decide di proseguire in treno, attuando il proposito approfittando di una delle soste 'tecniche' del marito. Helene sembra sparita completamente, ingoiata dalle tenebre, e non da' segno di sé; suo marito Antoine dopo essersi dedicato all'ennesima bevuta decide di andare a cercarla, ma al posto della moglie incontrerà qualcun altro...

Film interessante, ben recitato: se l'aspetto del thriller presenta qualche debolezza, dà il meglio di sé invece come racconto di una crisi matrimoniale, a cui il regista Cedric Kahn conferisce il giusto spessore. Con il maschio - geloso della moglie brillante avvocato anche professionalmente - che vuole uscire dai canoni della normalità, affascinato da quelli della devianza, per poter affermare la propria superiorità e sentirsi libero. L'angoscia sale gradatamente.

Quanto al finale: è possibile chiudere i conti con dei fantasmi insanguinati? È possibile che sia stato solo un brutto sogno? Soprattutto, l'ansia montata si scioglie. A parere di molti è una mossa deludente o spiazzante, ma semplicemente il film si mantiene fedele al libro di Georges Simenon da cui è tratto. E per lo scrittore francese, la suspense che aumenta è quasi sempre di derivazione psicologica.Per cui tolto o ridimensionato quel fattore, è logico che finisca così.

Il risultato del film è un road movie affascinante, allucinato, intriso di solitudine e di cattiveria, con qualche tocco di horror - ciò che accade nel bosco. Citazione di De Palma sui titoli di testa, qualche rimando alla violenza fredda di Haneke. Grandi i meriti della fotografia notturna, e di scelte musicali funzionali ma 'alte'. Meraviglioso Debussy. Il protagonista Jean Pierre Darroussin è molto bravo nella parte dell'alcoolista nevrotico, eroe per caso.

Film francese di produzione indipendente. Peccato che sia passato quasi inosservato con un' uscita rapida nei nostri cinema, perché merita assolutamente una visione. Se non altro perché quello che sarebbe stato il solito thriller on the road in mano agli americani, con Kahn diventa qualcosa di diverso, un incubo sospeso e ipnotico, anche in quei passi, tra paesini, infimi bar, boschi rossastri, traffico e strade che non finiscono più, dove regna sovrana la cocente luce del sole.

Nota: c'è una modifica sostanziale rispetto al romanzo, ovvero i luoghi in cui la vicenda si svolge. Siamo in Francia e non negli Stati Uniti.

Ecco un paio di giudizi della critica italiana: "Due interpreti di altissimo livello ( protagonista femminile è Carole Bouquet ) in un'atmosfera rarefatta e complessa che lascia allo spettatore il beneficio del dubbio che si tratti solo di un sogno. " Commento tratto dal dizionario Morandini.

"Due protagonisti in stato di grazia. La regia essenziale, scarna, lascia parlare la storia. " Commento del dizionario Farinotti.

Rai4, ore 23 circa.

u/Lopsided_Nothing6943 — 19 days ago

Stasera che sera! Prime visioni e film rari in tv-Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Questo per più di qualche critico è un capolavoro, o poco ci manca: originale la trovata dei manifesti, ottimi interpreti, eccellente lo script.

Per altri invece è un buon film, e la consacrazione definitiva del suo regista.

Forse non così raro come altre pellicole, ma vale la pena.

Alla protagonista hanno stuprato e ucciso la figlia, barbaramente bruciata viva, e lei è convinta che la polizia non stia lavorando abbastanza per trovare il colpevole. Per questo motivo Mildred ( Frances McDormand ), dopo 7 mesi di inchiesta senza risultati decide di acquistare lo spazio libero su 3 grandi cartelloni pubblicitari che si trovano lungo la strada dove la ragazza è stata ammazzata. Ci sono scritte sopra 3 domande provocatorie, che a Ebbing, la sua città, tutti intuiscono facilmente che rappresentino un ' accusa rivolta allo sceriffo Willoughby ( Woody Harrelson ).

Le gente, pur provando pena per Mildred, si schiera compatta con lo sceriffo, stimato e compatito per via della voce diffusa che sia gravemente malato di cancro.

Gli scontri tra la polizia e la donna sono all'ordine del giorno, anche per colpa di un agente ( Sam Rockwell ) rude e razzista, e che spesso alza le mani. Ma che adora il suo superiore, e lo vede come suo assoluto riferimento.

Se però i tre manifesti indicati nel titolo rappresentano il modo per risvegliare l'interesse su una vicenda destinata tristemente a finire negli archivi dei cold case, sono poi tutti i personaggi che girano intorno alla storia, a creare il film. Dal ragazzo che gestisce la concessionaria dei cartelloni, a chi lavora alla stazione di polizia, dall'ex marito di Mildred che se la fa con una diciannovenne svampita, fino al figlio di Mildred. Le interrelazioni fra tutti loro giocano un ruolo di primo piano, nella struttura della pellicola.

Il regista Martin McDonagh, già noto per 'In Bruges', che è stato evidentemente a lezione dai fratelli Coen e da Tarantino, innesta nel dramma una robusta dose di cinismo assieme a un sense of humor raffinato, gestendo al meglio lo splendido cast.

La McDormand conferma la sua predilezione per ruoli di donna forte, e che parla molto con gli sguardi, in cui qualcuno ha intravisto la controfigura femminile di Clint Eastwood; uno sceriffo dotato di profonda umanità è tratteggiato con bravura e sensibilità da Woody Harrelson, abituato a ruoli complessi, e con uno spirito caustico tutto suo; Sam Rockwell invece costruisce un personaggio totalmente svitato e incline a colpi di testa, la sua imprevedibilità regala grande autenticità al suo agente Dixon. Risultando forse persino superiore per qualità recitative alla stessa McDormand.

Dosando al meglio i suoi ingredienti, McDonagh trova una ricetta equilibrata, per cui chi è in scena non si scompone più di tanto, nemmeno quando si getta qualcuno dalla finestra o si incendia la stazione di polizia. La varietà di eventi, le reazioni inattese dei personaggi, danno forma a un film classico, commovente, uno sguardo sincero sulla istintività della provincia americana, esaltata dal contrasto con la quiete dei paesaggi di campagna .

Finale sospeso, che non chiude i conti ma apre un timido spiraglio alla speranza.

Una pellicola che prima di raccontare una storia racconta soprattutto persone, e lo fa senza cadere in stereotipi nella rappresentazione di buoni e cattivi.

Nonostante sia durissimo, il film vola via intenso, a parte qualche rallentamento, col suo affresco tragicomico della provincia destrorsa, omofoba, razzista dell'impero americano nel suo profondo Sud. Una specie di Far West degradato, tanto affine a quello scenario che ha regalato a Trump il suo secondo mandato presidenziale negli USA.

Difetti?

Manca un po' nell'indagine, essendo anche un poliziesco; sicuramente perché viene privilegiata la descrizione ambientale e quella psicologica dei personaggi, con l'assunto che tutto può cambiare.

A risultare poco convincente è la tendenza al politicamente corretto, che riduce a una certa rigidità situazioni e personaggi, sicché la sceneggiatura si arena a volte verso le secche

dell’ incongruenza, dell'inverosimiglianza - vedi la conversione di Rockwell, e l’impunità della McDormand.

Ma appunto, a parte queste considerazioni il film resta comunque consigliatissimo, da vedere o rivedere.

Nota: il film interpretato da Donald Sutherland, che la madre di Dixon sta guardando in televisione, è 'A Venezia... un dicembre rosso shocking'. La descrizione della signora non lascia dubbi ( è il film in cui lui perde la figlia ), ed è confermato anche dai titoli di coda, nei quali si cita una clip tratta proprio da 'Don't look now' - titolo originale - di Nicolas Roeg. In realtà è stata eliminata in sede di montaggio, si ascolta solo qualche passo della colonna sonora di Pino Donaggio.

Frances McDormand ha vinto l'Oscar per la migliore attrice per la sua interpretazione, e Sam Rockwell invece come miglior attore non protagonista.

Diversi i Golden Globe e i Bafta vinti, oltre al premio per la migliore sceneggiatura, scritta dal regista stesso, alla Mostra di Venezia.

Produzione:USA e UK.

In prima serata su La7 Cinema.

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u/Lopsided_Nothing6943 — 21 days ago

Il raggio verde

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Stasera va in onda un'opera minore del mio caro Rohmer, così posso recuperare quel gioiello che è 'Il raggio verde', premiato come miglior film a Venezia, che si avvale della presenza in scena di una delle muse del regista, Marie Riviere. Quinto capitolo della serie delle Commedie e proverbi:"Ah che venga il tempo in cui i cuori si innamorino..."

Pochi autori hanno saputo raccontare la normale vita quotidiana come Eric Rohmer nel suo 'Il raggio verde'. Il personaggio di Delphine, la protagonista, è presentato con delicatezza ed efficacia, nella sua sottile malinconia e nella ricerca di un compagno, dopo aver sofferto una enorme delusione d'amore - in effetti con l'ex fidanzato non è riuscita a tagliare completamente i ponti, una parte di lei spera ancora in un suo ripensamento.

Non è quella che si definirebbe una ragazza simpatica, la nostra Delphine: è una rompiscatole pignola, testarda, piena di fisse e insofferenze, avversioni - vedi per esempio l'alimentazione, e la sua concezione complessa di come definire una vacanza. Per inciso, vacanze, ed estati, che sono il mito vuoto della borghesia francese di quegli anni. Ed è un mito terribile, per quanto l'estate può essere spietata, e significare sofferenza e solitudine.

Delphine è anche attratta da astrologia, cartomanzia, spiritismo, e interpreta i segnali che le vengono dagli oggetti che trova per strada al suo passaggio, come qualche carta da gioco. Di solito, sono messaggi sfavorevoli. La nostra eroina quindi è quasi sempre col muso, ad un passo dalla depressione conclamata. Non riesce a reagire. E si attacca ai suoi principi, alla sua morale, dietro alla sua ostinazione morale ci sia in realtà la ricerca di un amore puro e assoluto, ideale, che non ammette forzature ma solo la purezza del caso, del colpo di fulmine, del sentire sin da subito qualcosa, dell’istinto che spinge a compiere un atto apparentemente inspiegabile come approcciare uno sconosciuto. Eppure, ci affezioniamo a lei, e nel bellissimo finale richiamato dal titolo, siamo talmente felici per lei, che ci verrebbe voglia di abbracciarla.

Stilisticamente la pellicola è molto elegante, oltre che romantica con tenerezza e ironia, ed è segnata dall'interpretazione praticamente perfetta della protagonista Marie Rivière, eterea e spontanea.

L'apparizione del raggio verde nel finale del film, spiega molto bene quanto non siano necessari effetti speciali costosissimi, giganteschi, e grandi troupe, per realizzare un buon film. Basta un effetto naturale...e nelle mani di Rohmer, che non sono mani qualsiasi, tutto questo è pura poesia.

Nota: uno dei punti di forza de 'Il raggio verde' è l'improvvisazione. Infatti i dialoghi sono stati per la maggioranza scritti sul set, con la collaborazione degli attori.

https://www.focus.it/ambiente/natura/cose-e-come-si-forma-il-raggio-verde

Qui sopra la spiegazione del fenomeno che presta il nome al romanzo

Disponibile su RaiPlay assieme agli altri film già trasmessi del Maestro francese.

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u/Lopsided_Nothing6943 — 24 days ago

Mostra del Cinema di Venezia 2026

Scena tratta dal nuovo film di Moretti

La 83esima Mostra del cinema di Venezia, 2-12 settembre, ai nastri di partenza si riassume così: cinque film italiani in concorso, che è un record,più un ammasso di titoli tricolori spalmati in tutte le altre sezioni e sottosezioni, per contentino, per rappresentanza, o sciovinismo; una sola donna regista in gara, la danese/egiziana May el-Toukhy; la grande Hollywood non pervenuta,ico, per assenza di grandi film pronti; una sola serie televisiva, italiana e targata HBO.

Insomma l'impressione che si ha è che sia peggio che a Cannes, un festival ritagliato su misure nazionali.

Naturalmente c’è Nanni Moretti, con il suo 'Succederà questa notte' tratto dai racconti di Eshkol Nevo, a guidare il quintetto italiano in competizione. L’ultima volta che andò al Lido con un suo film fu nel 1989, con 'Palombella rossa', peraltro rifiutato dalla selezione ufficiale e inserito nella Settimana della Critica.

Il direttore Alberto Barbera, confermato per altri due anni, si è espresso in questo modo «Meglio tacere su cosa avvenne quell’anno. Dobbiamo solo farci perdonare per quell'errore."

Gli altri quattro titoli in gara, a sorpresa, sono :'Ritorno a Buenos Aires' di Marco Bechis, 'Il fuoco che ti porti dentro' di Edoardo De Angelis, 'The Echo Chamber' di Andrea Pallaoro che nasce dall'ultima sceneggiatura scritta e 'L’estranea' di Paolo Strippoli, nomi di qualità ma che non godono certo di grande popolarità, quindi non di forte richiamo presso il pubblico.

Decisamente la scelta risponde a un criterio estetico: provare a non proporre i venerati maestri, insomma i soliti nomi noti. Infatti, a parte il già annunciato 'Dio ride' di Giovanni Veronesi come film di chiusura appaiono fuori concorso sia 'Nessun dolore' di Gianni Amelio sia 'Scherzetto' di Mario Martone. Barbera ha dichiarato che fortunatamente i due registi hanno accettato subito l'invito, pur sapendo di non essere inseriti nella vetrina principale.

Fra gli altri film italiani presenti a Venezia ricordiamo almeno 'Joie de vivre' di Luca Guadagnino (un ritratto di Bernardo Bertolucci lungo sette ore !!!), 'Be Brave' di Francesco Carrozzini tutto girato con la AI, e la già citata serie 'Peccato', opera di Emanuela Fanelli.

Appare evidente una 'colonizzazione' del Lido da parte della Rai, che tanto per fare un esempio è coproduttrice di tutti i titoli italiani del concorso ufficiale.

Nel concorso principale ci sono nomi di pregio: da Danny Boyle col già annunciato 'INK 'che apre le danze il 2 a Martin McDonagh con 'Wild Horse Nine', dal bentornato Werner Herzog con 'Bucking Fastard' ,a Stéphane Brizé con 'Un bon petit soldat' interpretato dal Alba Rohrwacher,da Cédric Kahn con '15/18' ad Alì Asgari con 'A Bit of Light', al 'Bunker' di Florian Zeller. Unica regista in gara, come si diceva più sopra, May el-Toukhy con 'Woman Unknown'.

Il Direttore della Mostra si è detto dispiaciuto di questa tendenza negativa per quanto riguarda il cinema femminile, ma lui personalmente preferisce non guardare tanto alle quote rosa quanto a selezionare buoni film, e su questo si può essere tranquillamente d'accordo.

A chi voleva più Hollywood,a parte i divi sul tappeto rosso, il timoniere della Mostra ha replicato che: «Abbiamo certo chiesto 'Digger' di Alejandro González Iñárritu con Tom Cruise, ma la Warner Bros ha deciso non darlo ai festival. Avrei molto voluto il nuovo film di David Fincher ('Le avventure di Cliff Booth' scritto da Quentin Tarantino, con Brad Pitt) ma non sarà pronto. Andrà meglio l’anno prossimo».

Probabilmente le vere star sulla passerella, tolto Clooney e qualcuno altro del suo calibro, saranno gli Oasis, a Venezia per presentare l'attesissimo documentario sulla loro storia.

I fratelli Gallagher alias Oasis

Infine Barbera si è detto tranquillo per le eventuali polemiche che potrebbero scoppiare a causa dei temi trattati da alcune pellicole:Gaza, Ucraina, Orban, episodi di comportamenti violenti di forze di polizia, dittature, l'intervento USA nel golpe in Cile, la dignità a Mostra è spazio di libero dibattito in maniera civile, saprà mantenere questi aspetti che è di garanzia per tutti e soprattutto per gli spettatori.

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u/Lopsided_Nothing6943 — 26 days ago

Cinema all' ora del thè- The Hours

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Ci ho incocciato qualche giorno fa in una replica serale, vedo che lo ridanno oggi.

Sconcertante per certi versi, ovvero un po' deludente, almeno per me, date le premesse.

Storia di tre giornate - una per ciascuna - nella vita di tre donne di diverse epoche, tenute assieme dalla connessione creata dal titolo di un noto romanzo di Virginia Woolf, 'Mrs. Dalloway'.

La prima delle tre il romanzo lo scrive, nel corso della vicenda, che parte con la immersione della nostra eroina bardata di tutto punto nelle acque del fiume Oase nel Sussex, in Inghilterra, ci viene raccontato come nella mente della Woolf si crea il finale. È interpretata da una irriconoscibile Nicole Kidman, dotata di orribile naso posticcio,vpremiata con l'Oscar per questo ruolo. Forse perché ha avuto il coraggio di imbruttirsi? Perché fa quasi recitare cappottoni abbondanti, cappelli e vestiti lunghi e lunghe collane al posto suo? Io glielo avrei assegnato per qualche altro film. Per esempio, in 'Da morire' è assolutamente perfetta.Oppure, altro ruolo di rilievo anche se non da protagonista, in 'Bombshell'.

La seconda, la casalinga disperata che vive negli States, negli anni '50, ci trova un minimo di conforto leggendolo, lei si chiama Laura e ha il volto di Julianne Moore.

La terza, che vive anche lei negli Stati Uniti, ha i lineamenti di una vivacissima ed energica Meryl Streep, editor lesbica degli anni 2000 che ha come soprannome proprio 'signora Dalloway'.Glielo ha messo un suo antico fidanzato, Richard, scrittore e poeta, gay e purtroppo malato gravemente di Aids, che sta per ricevere un prestigioso riconoscimento per le sue opere, secondo solo al Nobel.

Lei, Clarissa, si occupa con affetto del suo ex, perché sono rimasti molto amici, e addirittura decide di organizzare un ricevimento per festeggiarlo, sobbarcandosi tutte le incombenze da sola e ospitandolo nella sua bella casa.

Sostanzialmente, assistiamo a tre modi diversi di essere infelici, e a tre modi diversi di reagire al male di vivere.

All'inizio si fa fatica a orientarsi nel gioco dei continui rimandi, poi si riesce a districarsi e a godersi il film per le cose buone che offre.

È curiosamente un film al femminile costruito da due uomini, l'autore del romanzo originario Michael Cunningham e il regista Stephen Daldry, già noto per 'Billy Elliot' e 'The Reader'.

In un cast stracolmo di donne che sono tutte attrici affermate - ci sono anche Toni Collette e Miranda Richardson, e Claire Danes - la performance attoriale più sbalorditiva è quella di Ed Harris, sensazionale nella parte dello scrittore gay e malato.

Sua la battuta più memorabile del film: "Come quella mattina, quando tu uscivi fuori da quella vecchia casa, e avevi, avevi 18 anni, e io forse 19. Avevo 19 anni, e non avevo mai visto niente di più bello."

Ma pronuncia anche questa, sempre all'indirizzo di Clarissa: "Credo di rimanere vivo solo per fare contenta te."

E poi ancora: "Sono rimasto vivo per te. Ma ora devi lasciarmi andare."

Esprimendo tutto il peso non solo del dolore, ma anche dell'amore impossibile, e il desiderio di liberazione, che non è unicamente suo ma in realtà di entrambi.

Dobbiamo aggiungere che è molto bravo anche il bimbo che lo interpreta in giovane età.

La pellicola in sé si porta addosso del freddo, è come dire troppo 'aristocratica', distaccata, sembra quasi un esercizio di stile con dosi di dramma fini a sé stesse.

9 candidature agli Oscar sembrano veramente eccessive.

Fotografia livida, musiche importanti e però anche troppo presenti di Philip Glass.

Notevole: la scena in cui le acque del fiume in cui si immerge Virginia, allagano la stanza di hotel dove Laura è sdraiata sul letto, incapace di portare a termine la propria decisione di farla finita.

Curiosità: il titolo originale del romanzo della Woolf, è proprio 'The Hours'.

Quelle ore felici trascorse assieme che la scrittrice richiama nell'ultima lettera al marito Leonard.

La7 Cinema, 17.20.

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u/Lopsided_Nothing6943 — 27 days ago

Oggi - Cinema all'ora del thè - Il segreto dei suoi occhi

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Benjamín Esposito ( Ricardo Darín), ispettore* in pensione, torna al tribunale dove lavorava per mostrare alla collega-superiore che amava silenziosamente, senza speranza ( la luminosa Soledad Villamil, che interpreta Irene ) il romanzo che sta scrivendo.

E' la cronaca di un cold case, che aveva coinvolto molto entrambi 25 anni prima, lo stupro e il successivo omicidio di una splendida donna di nome Liliana. Dallo studio degli album di fotografie conservati in casa dell'inconsolabile vedovo ( Pablo Rago), Benjamin aveva scoperto che una di esse riproduceva un ragazzo che osservava con occhi di fuoco quella bella ragazza, il cui destino sarebbe stato la morte violenta. Era lui dunque l'omicida che la polizia stava cercando?

L'impianto del film è da giallo, costruito attraverso continui intrecci tra passato e presente: il passato lo scopriamo a tratti, il presente va a completare, come in un puzzle, quanto scopriremo essere stato al tempo lasciato incompiuto.

A questo tipo di sceneggiatura si aggiunge un attento studio dei rapporti interpersonali: non solo quello tra il protagonista e la sua ex collega-superiore, con quell' amore mai confessato pur se condiviso; ma anche quello tra Esposito e il suo braccio destro, un collaboratore alcolizzato epperò leale e a suo modo efficiente che, almeno nella prima parte, diventa parte di alcuni brillanti dialoghi in cui si mette in luce l'eccellente acutezza nella scrittura, dotata di ironia che un'ironia talvolta sconfina in comicità con ottimi risultati (specie quando è in scena il giudice, straordinario quanto fugace antagonista).

Eccellente interpretazione, sentita e intensa, di Ricardo Darín, che si porta sulle spalle il film, ma è l'intero cast a esser diretto impeccabilmente. E Darin ha almeno uno che gli sta alla pari, figura tragica che però crea anche diversi momenti comici nel film, ovvero Guillermo Francella.

La regia di Juan José Campanella - regista che in Italia è davvero poco conosciuto - sembra infatti seguirlo facendo in modo che la storia emerga proprio grazie al suo gruppo di attori, concedendosi solo una decina di minuti di virtuosismo allo stadio. Dove improvvisamente si parte da un totale dall'alto che va ad inquadrare il singolo ( un po' alla Hitchcock o alla Dario Argento ) per poi concedersi inseguimenti tumultuosi e riprese tra gli spalti. Rispetto al resto del film, molto più sobrio, è un intermezzo particolare, che però poco aggiunge a parte appunto il virtuosismo del -falso - piano sequenza, in attesa che ritornino a imporsi i dialoghi, i colpi di scena e l'ironia dimessa di Benjamin.

Qualche particolare resta poco chiaro, la storia sfocia in una parte finale raggelante che è preludio a più d'una riflessione, prima della conclusione di stampo più tradizionale e in qualche modo rassicurante.

La pellicola si muove tra presente e passato combinando generi molto diversi: poliziesco, thriller, film di denuncia, commedia, sentimentale, drammatico, revenge-movie.

Naturalmente come già accennato, il film vive molto sui sentimenti dei suoi personaggi, sull'importanza della memoria, ma è anche la possibilità di riflettere sul periodo più oscuro della storia argentina, proprio quello che la simpatica squadra nazionale di calcio, dei pedatori ex campioni del mondo, non si fa problemi ad esaltare anche in campo per la vicenda delle Malvinas...ops, Falkland.

I fascisti e i peronisti su vedono di rado in azione, ma la loro presenza incombe minacciosa durante buona parte della pellicola.

La spiegazione del titolo, una volta tanto non stravolto in italiano: nel dipanare il caso partendo da un sottile indizio, c'è buona parte della seduttività del film, come uno sguardo infuocato colto in una foto. Questa è la tesi, gli occhi parlano, indirizzano, giustificano, raccontano, denunciano.

Fotografia con luce calda, appropriata per la storia. Buono in generale il comparto tecnico, a parte il virtuosismo già citato del lungo piano sequenza dello stadio, con qualche taglio 'invisibile' - che tenta di nascondere una soluzione logicamente poco credibile.

Alcune volgarità gratuite soprattutto negli scambi di battute in tribunale, all'inizio.

Oscar per il miglior film straniero, un filo troppo generoso se consideriamo che fra i contendenti c'erano 'Il nastro bianco' di Haneke per la Germania, e anche 'Il profeta', per la Francia, opera di Audiard. Per la critica internazionale, e a mio modesto avviso, superiori.

E se poi pensiamo alle incongruenze, inverosimiglianze o passaggi inutilmente pesanti nel racconto - il semplicistico metodo usato per identificare l'assassino; il modo utilizzato per acciuffarlo, ovvero correre allo stadio sapendo che è un tifoso, in Argentina il calcio c'entra sempre, ma con l'estrema difficoltà di doverlo individuare tra migliaia di persone; lo stratagemma della 'umiliazione' della virilità , a cui viene sottoposto l'indagato durante l'interrogatorio, unica possibilità di indurlo a confessare perché la magistratura contro di lui ha soltanto indizi e nessuna prova - sfruttando il 'machismo' tipico di certa America Latina.

Forse i componenti dell'Academy sono stati sedotti dall'accumulo, dal di tutto di più, dal fascino proprio di molto cinema latino-americano, oltre che dall'esposizione dei sentimenti, più ancora che dalla denuncia civile.

*Fra l'altro, non si capisce neanche bene che lavoro svolga il protagonista.Non è un poliziotto; lavora in tribunale; il suo superiore è un cancelliere; ma come mai, se è un impiegato della cancelleria, è così tanto coinvolto nelle indagini?

Magari il sistema giudiziario argentino ha dei ruoli differenti da tutto il resto del mondo, ma probabilmente no...

Riepilogando, siamo insomma dalle parti di un cinema di qualità, denso e a tratti commovente, non però da quelle del capolavoro assoluto.

Curiosità: Campanella è noto negli USA per aver diretto alcuni episodi delle serie 'Doctor House ' e 'Law and Order'. Grazie a questo suo lavoro per le TV riesce a trovare finanziamenti per i suoi progetti originali.

Nota: il film ha avuto un remake statunitense con protagoniste Nicole Kidman e Julia Roberts, stesso titolo ma esito veramente molto infelice.

Coproduzione ispanico-argentina. Ore 17 su La7 Cinema.

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u/Lopsided_Nothing6943 — 29 days ago

Serata evento per Salvatore Piscicelli- Le occasioni di Rosa

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Domani sera 22 luglio, per l'anniversario decennale della morte del regista Salvatore Piscicelli, vengono trasmessi i suoi due film migliori. Lo stupefacente esordio con 'Immacolata e Concetta' con due straordinarie protagoniste, Ida Di Benedetto e Marcella Michelangeli; il secondo, considerato dalla critica il vertice assoluto della sua cinematografia, 'Le occasioni di Rosa'.

Ad interpretarlo l’allora sconosciuta ventenne Marina Suma, che faceva la modella. Piscicelli l'aveva notata grazie alle foto scattatele da un suo amico, e questo accade dopo aver effettuato centinaia di provini. La Suma venne premiata come migliore attrice esordiente con un David di Donatello e un Nastro d’Argento. Purtroppo per lei, la 'nuova Loren' non ebbe poi così fortuna col cinema d'autore; in compenso recitò in diverse commedie, qualcuna anche discreta, e in teatro. Oggi vive appartata rispetto al mondo dello spettacolo. La Suma ricorda che era estremamente indecisa se accettare o meno la parte di Rosa, considerando le scene di nudo che avrebbe dovuto girare, e il tipo di personaggio. La convinse il suo fidanzato, che poi guarda caso era co-protagonista del film. La cui vicenda ruota intorno a Rosa che, dopo essersi licenziata dalla fabbrica dove lavorava -Alfasud- perché stanca di una vita monotona e senza prospettive, sceglie di prostituirsi con il consenso di Tonino, il suo fidanzato (Angelo Cannavacciuolo). Il suo ragazzo, che lavora in uno sfasciacarrozze, contemporaneamente si dedica allo spaccio di droga e alla ricettazione, e per arrotondare ha una relazione come gigolo' fisso con Gino (Sergio Boccalatte), un ricco commerciante omosessuale. Egli affida a Tonino la gestione di un garage, e si propone pure di pagare le spese del matrimonio della giovane coppia, mettendo però una pesantissima condizione...

Il film trae lo spunto da una serie di documentari che lo stesso regista aveva girato per Rai Tre, dal titolo 'Bestiario metropolitano' , e propone un’interessante lettura sociologica della trasformazione anche estetica della città di Napoli, negli anni in cui le periferie si espandevano sempre più. Non è un caso che la scena più iconica del film mostri Marina Suma, camicetta rossa e gonna color argento, che cammina fiera tra le Vele di Scampia appena costruite, come se sfilasse su una passerella, accompagnata da un sottofondo jazz che non c'entra nulla, straniato, dissonante. Anni e anni dopo, il crollo del terrazzino alla Vela Celeste certifica il fallimento di una certa idea di modernità a cui Napoli aspirava.

Con questo film Piscicelli mostra come il degrado e la miseria umana dei protagonisti si rispecchino in una periferia anonima e desolata, fotografata con uno sguardo freddo, per una Napoli senza mare senza sole senza pizza senza mandolino senza stereotipi. I dialoghi in napoletano, asciutti e diretti, donano un tocco ancora più realistico alla vicenda, ma la rendono anche più ostica da capire a chi non ci abbia un minimo di familiarità.

Lo stile di Piscicelli unisce perfettamente le aspirazioni da documentarista con la sua visione del mondo e di Napoli. Gli basta un movimento di macchina per cambiare la prospettiva sulla sua città, e sulla sua cultura: ha fatto da apripista, nel giro dei 20 anni successivi infatti arriveranno i suoi fratelli minori, sconosciuti poi divenuti più celebri di lui, come Mario Martone, Pappi Corsicato, Stefano Incerti, e così via, sino a Paolo Sorrentino. Tutti alla ricerca dell'incrocio tra astratto e barocco, tra verismo e teoria, che ne 'Le occasioni di Rosa' si propone come punto di svolta di un’intera produzione.

Ovviamente all'epoca Carla Apuzzo - cosceneggiatrice e compagna del regista - e Piscicelli furono costretti a prodursi da soli, perché l’industria cinematografica mai avrebbe accettato un progetto simile. Tutto cambia, perché nulla davvero cambi, come insegna 'Il Gattopardo', e non è certo un caso che nel corso della sua carriera Piscicelli abbia potuto girare solo una minima parte di ciò che avrebbe voluto realizzare. Col tempo era diventato sempre meno centrale nello scenario nazionale, sempre meno ricordato perfino dai cinefili. Recuperare 'Le occasioni di Rosa' significa rievocare un tentativo di rivoluzione impossibile, con uno sguardo e angolazioni brutali, violente, che turbano - e infatti con la visione m'è rimasto un retrogusto amaro, davvero sgradevole - ancora oggi significative. Il cinema di Piscicelli non si limita al suo ruolo di 'padre nobile' anticipatore degli altri registi napoletani più giovani. Sebbene alcune sue durezze e il suo sperimentalismo si ritrovino nei film di Capuano; il suo realismo può rinvenirsi in Sorrentino; la sua cifra stilistica si rivede nel rigore dei film di Martone, e la sua predilezione per figure femminili forti, sopra le righe può apparentarlo a Corsicato. Il cinema di Piscicelli si fonda essenzialmente su tre pilastri: l’osservazione sociologica e antropologica, il lavoro sullo stile, il gioco del mescolare fra loro i generi, con una predilezione per il melo'. Insieme a tre tematiche ricorrenti nel suo cinema: il lavoro sullo spazio, con la contrapposizione tra il paesaggio urbano e quello limitato degli interni; i ritratti femminili, grazie anche valido supporto di Carla Apuzzo, vera e propria co-autrice dei suoi film; le ambivalenze dell’eros - amore vero, rispetto, sentimento vero spesso e volentieri non ce n'è - correlate ai meccanismi della mercificazione del corpo, unica risorsa dei ceti più bassi, a quelli dei tentativi di scalata sociale, a quelli del capitalismo, dei flussi di denaro.

Per la prima volta in questa occasione Piscicelli utilizza la pellicola da 35 mm, che gli ha permesso di lavorare sulle sorgenti naturali di luce, e con maggiori gradazioni di colore.

Molti sono gli argomenti che legano 'Le occasioni di Rosa' a 'Immacolata e Concetta'. Quelli più evidenti sono appunto il sesso, il denaro, i rapporti di potere all’interno di una coppia; ma non va trascurato il contesto ambientale, vero e proprio specchio dell’anima. Il tema della perdita dell'innocenza avvicina questo film a pezzi di cinema di una cultura diversa, di un’epoca più remota, richiamando Pier Paolo Pasolini, Bernardo Bertolucci, che descrivevano ai loro tempi un popolo italiano omologato nella cultura di massa e nella società dei consumi di stampo americano. Per rimanere ai soli riferimenti italiani, possiamo citare anche i drammoni popolari di Raffaello Matarazzo, per cui l'autore aveva un debole esattamente come per quelli di Douglas Sirk, e l'esplicito omaggio al Roberto Rossellini di 'Viaggio in Italia'.

Presentato alla Mostra del cinema di Venezia, 'Le occasioni di Rosa' convinse critica e pubblico, e registrò un incasso record a quel tempo, considerando la tematica non facile, di circa un miliardo di lire. Alle 21.10 su Rai Movie; sarà anche inserito su RaiPlay.

https://www.facebook.com/reel/1687207995805897

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u/Lopsided_Nothing6943 — 1 month ago

Stanotte che notte!Prime visioni e film rari in tv-Welcome to the Rileys

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Oggi ci sarebbe 'Il raggio verde' di Rohmer, e io ho un debole per i suoi film, adoro il suo modo di fare cinema; ma ho preferito concentrarmi su questa coproduzione indipendente UK-USA, che in Italia ha avuto una storia di distribuzione tormentata per non dire quasi inesistente. Nonostante diversi premi internazionali, nonostante un bel cast e un tema che per quanto non originale, dato che è stato trattato da diverse altre pellicole, rimane comunque spiazzante, doloroso, importante.

È la forma di elaborazione del lutto, in particolare quando c'è la sopravvivenza dei genitori a un figlio morto giovane. Forse in assoluto il dolore più devastante che possa capitare nella vita di un essere umano.

Otto anni dopo la disgrazia della morte della figlia, che è avvenuta in un incendio seguito a un incidente d'auto, quando era appena scappata di casa, la madre e il padre hanno due modi diversi di affrontare la perdita. Lei si è chiusa in sé stessa, piena di sensi di colpa, abbandonando anche il lavoro, e così si è praticamente separata dal marito, uomo d'affari che cerca in altre donne distrazione e calore umano. Le cose fra loro proseguono così, fino a quando l'uomo non si imbatte, durante un viaggio a New Orleans, in una giovanissima spogliarellista -prostituta, drogata, senza famiglia, senza cultura, senza possibilità... Il regista è Jake Scott, figlio di Ridley, che realizza il film dell'adattamento di un soggetto complesso, caratterizzando il suo racconto con sfumature di profonda umanità.

Il cast gli dà una grande mano: Melissa Leo intensa anche nei silenzi; Kristen Stewart in parte compresi gli istinti adolescenziali della spogliarellista, drogata, sfacciata, selvatica ma anche fragile; e soprattutto un James Gandolfini misurato e sommesso, che fornisce una prova commovente disegnando un uomo che davanti alla crisi esistenziale, al vuoto portato dal lutto, cerca di riempirlo creandosi un altro affetto affine - vedi quando tira fuori dal portafoglio la foto della figlia morta.

Buona la fotografia.

Solo le scenografie risultano a volte un po' melodrammatiche. Non c'è un happy classico, così come per fortuna non ci sono patetismi. Un piccolo capolavoro di studio psicologico, e di rappresentazione.

Merita una visione, intorno all'una di notte su Cielo. Disponibile su Amazon Prime, e a noleggio o per acquisto su altre piattaforme. Nota: anche a livello globale e all'interno degli stessi Paesi di produzione, la pellicola, non essendo stata prodotta da una major, ha circolato poco e non ha recuperato la somma del budget.

reddit.com
u/Lopsided_Nothing6943 — 1 month ago

Un film sul calcio ma non solo - L'uomo in più

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Questo, che non è un film sul calcio o almeno non solo, può essere riassunto dalla frase di Pelé citata in apertura, per cui 'Il pareggio non esiste.'

È un racconto coinvolgente su due personaggi 'gemelli', alimentato da due performance attoriali avvincenti. Il film dipana le vite parallele di due uomini dallo stesso nome e stesso cognome, nella Napoli stranamente plumbea e diversa dai cliche' turistici.

Negli anni '80 da bere cinici e senza morale entrambi raggiungono fama e gloria, e poi vengono freddamente messi da parte, dalla stessa società che li aveva elevati a icone.

La scrittura di Paolo Sorrentino sembra perfino più raffinata della sua regia, e questa è una caratteristica particolare e ambiziosa per gli standard italiani.

Il suo progetto è stato prodotto da alcuni componenti dello stesso team che ha lanciato la carriera cinematografica di Mario Martone con 'Morte di un matematico napoletano'.

In effetti, l'efficace e profonda sceneggiatura di Sorrentino ha qualcosa della densità e complessità di un buon romanzo.

All'inizio degli anni '80 i due uomini sembrano avere il mondo ai loro piedi, ma in realtà sono entrambi destinati al fallimento.

Tony Pisapia, interpretato da Toni Servillo, è un cantante neomelodico molto apprezzato nei night club e affetto dalla dipendenza dalla cocaina. E ossessionato dal fratello morto.

Il suo momento migliore coincide con un trionfale concerto, poi però viene scoperto a letto con una ragazza minorenne, e per questo motivo viene pubblicamente crocifisso come pedofilo. La sua immagine e la sua carriera risentono ovviamente di questo incidente di percorso, anche se alla fine viene scagionato.

Il suo alter ego si chiama Antonio Pisapia, l ' interprete è Andrea Renzi, ed è un calciatore professionista di talento, serio e idealista,

centrocampista che segna gol impossibili.

Una delle sue reti lo porta alle vette del calcio italiano, lo fa diventare un eroe, ma purtroppo si infortuna gravemente, ed è costretto a non giocare più, perché non è più così giovane da poter recuperare in pieno. Come se non bastasse, viene coinvolto con una accusa ingiusta in uno scandalo di scommesse clandestine. Per fortuna riesce a dimostrare di essere completamente estraneo a quel giro. E' dunque costretto a cercare di costruirsi, con grande fatica, una carriera come allenatore. Antonio è realmente ossessionato dal calcio.

Sono molto diversi i due uomini in verità, in comune sembrano avere solo la sfortuna, il fatto di essere considerati dalla società due uomini inutili, ovvero 'in più' e un incrocio occasionale, voluto dal destino.

I due personaggi risentono dell'ispirazione a due figure vere e ben solide nell'immaginario del pubblico italiano: Franco Califano, conosciutissimo cantante e autore, e lo sfortunato giocatore Agostino Di Bartolomei, leader silenzioso della Roma.

Nonostante questo, Sorrentino riesce a rendere universali le due storie, di due persone così diverse ma con destini così simili.

Si arriva all'84, quando Tony e Antonio cercano di riprendersi la ribalta, non certo aiutati dagli egoisti insinceri e ipocriti che li circondano.

Perfino la apparentemente empatica moglie di Antonio, alla fine lo lascia per un altro uomo.

I due, ognuno nel suo proprio scenario, parallelamente, continuano a combattere contro ogni sorta di ostacoli.

A dispetto della malinconia insita nelle due storie, Sorrentino mantiene un tono equilibrato e riflessivo, senza scadere nel sentimentalismo, con originali riflessioni sul'ambizione, sul successo e sul fallimento.

Per quanto riguarda il mondo del calcio, è una metafora dell'esistenza, è preso come paradigma di un ambiente in cui si può riuscire a raggiungere clamorosi obiettivi anche velocemente...ma altrettanto rapidamente si può venire emarginati. Proprio come nello spettacolo.

Vengono mostrati gli allenamenti, pezzi di partite, il rientro in campo dopo una sfuriata dell'allenatore, e poi allargando lo sguardo i ritiri, le pressioni mediatiche, il senso di vuoto da fronteggiare quando si viene dimenticati dal mondo sportivo.

Oggi un Di Bartolomei anche a carriera agonistica conclusa potrebbe ancora occuparsi di calcio, dato che esso offre diverse opportunità, in particolare a chi davvero se ne intende ed è rispettato da dirigenti, arbitri, tifosi.

Come allenatore, dirigente, consulente, cronista, opininionista ecc... chissà - magari commentatore tecnico per la Nazionale al posto di Adani!

Il titolo del film è mutuato da una tattica calcistica che Antonio vorrebbe utilizzare come allenatore, ovvero un attacco a 4 punte mobili, evoluzione del calcio totale olandese, ma elaborata in realtà da un antico coach del Cittadella, Ezio Glerean.

Passando ad altri personaggi, anche quello del Molossi è chiaramente ispirato a una persona reale, il 'Petisso' Bruno Pesaola, che è stato allenatore della Fiorentina campione d'Italia ma pure del Napoli, tanto che si considerava ' un napoletano nato all'estero '.

Come spesso accade nel cinema prodotto a Napoli, i caratteristi hanno uno stile di recitazione molto sopra le righe, in contrasto con quella dei due attori protagonisti, che sono trattenuti e non debordano, regalando entrambi una recitazione ricca di sfumature.

Renzi accentua la timidezza, l'ingenuità, l'introversione del suo personaggio, onesto sensibile e sicuramente consapevole dei propri fallimenti; Servillo, gigantesco, invece esprime la sregolatezza, il cinismo ma anche il senso dell'umorismo, la generosità e l'espansivita' del suo cantante, dimostrando alla fine che anche lui ha un'anima.

Sorrentino al suo esordio mostra già il suo

stile inconfondibile, fatto di lente carrellate, silenzi, inquadrature ricercate, montaggio creativo, ottime scelte musicali, magnifica gestione del cast, ellissi... Reclama prepotentemente il suo spazio, pretendendo attenzione e colpendo lo spettatore per l'approccio non comune.

Le canzoni originali di Tony sono state scritte da Peppe Servillo, fratello dell'attore e front man della band degli Avion Travel.

Un grande film sulla solitudine e sull'incapacità di riadattare la propria vita alle conseguenze della sorte o delle proprie malefatte. Su questa terra non c'è possibilità di redenzione, non c'è il pareggio proprio come diceva Pelé, e con esso la possibilità di ripartire alla pari e fare emergere il vero sé stesso, l'uomo in più appunto.

Resta solamente una pena infinita che alcuni riescono ad affrontare, e che altri invece preferiscono allontanare da sé, nel modo più estremo.

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Piccola postilla sui mondiali di calcio che vanno a chiudersi e che hanno ispirato questa mini rassegna di recensioni di film sul calcio: tanto valeva che Infantino e Trump consegnassero la coppa direttamente a Messi e all'Albiceleste, perché questa era la loro chiara intenzione.

Ci saremmo risparmiati tutta una serie di brutte partite, di brutte figure, di scandali, di discriminazioni verso Paesi, leggi Iran ma anche Uzbekistan o Senegal per esempio, o singoli arbitri o giocatori, di razzismo, di omofobia...In questo senso ci sono due squadre degne finaliste, composte da calciatori che hanno esposto striscioni ignobili e cantato cori ignobili, inneggianti all' aggressione a due territori che sono parte di uno Stato sovrano, e senza eccezione alcuna. Il divo Messi per esempio non si è dissociato da cori e striscioni riguardanti le Falkland-Malvinas, tanto che non si è nemmeno accorto della contemporanea assegnazione a lui medesimo del trofeo come miglior player della semifinale contro l'Inghilterra.

Notare che anche all'ultimo referendum appositamente organizzato, la popolazione delle isole si è espressa con un secco no al passaggio all'Argentina, con appena 3 voti favorevoli, tre!

Quanto agli spagnoli, la gazzarra risale all'Europeo 2024 dove c'era esattamente la stessa squadra in finale, e cori e striscioni furono a sostegno delle mire iberiche su Gibilterra. Per ora non concretizzatesi in un attacco militare come quello dei fascisti che erano al governo in Argentina, è vero, ma portatrici di periodiche minacce anche con azioni militari in mare o sul confine. Come alle Falkland, 2 referendum successivi hanno ribadito la volontà dei cittadini di autodeterminarsi e di rimanere con lo UK.

L' UEFA all'epoca ebbe almeno un minimo di coraggio nel comminare una sanzione sportiva, una squalifica per i più facinorosi.

La Fifa quasi sicuramente non farà nulla, al massimo affibbierà una multa simbolica alla federazione argentina.

Oltretutto, occorre ricordare che la finale si svolge in un Paese con un governo che ne ha di recente deliberatamente attaccato un altro, senza alcun reale motivo...

Come al solito, ci perdono i principi, i diritti, i valori del diritto internazionale e delle democrazie.

Per chiudere in bellezza: il comandante in capo degli Stati Uniti si è talmente divertito che ha chiesto se poteva organizzare la World Cup 2030 in solitaria.

Per fortuna, lui non lo sapeva, ma è già stata assegnata...

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u/Lopsided_Nothing6943 — 1 month ago