
Morire di caldo lavorando
Ciao a tutti. Ogni estate, puntuale, si riapre il dibattito sulle ordinanze regionali per fermare il lavoro all'aperto nelle ore più calde (edilizia, agricoltura, logistica). Misure sacrosante, per carità, ma che hanno un enorme difetto: trattano un problema strutturale come se fosse un'improvvisa calamità naturale.
I dati dicono che l'Italia è tra i paesi europei con il più alto tasso di mortalità legato alle ondate di calore, e a pagare il prezzo sono spesso operai sui cantieri stradali (con l'asfalto a 60 gradi) o braccianti agricoli migranti, spesso invisibili e privi di tutele reali.
Climatologi e associazioni di categoria lo dicono da anni: il clima di trent'anni fa non esiste più. Ha ancora senso organizzare i turni di lavoro e la produttività con gli stessi identici standard del passato? Di chi è la responsabilità di questo ritardo sistemico?
Ho provato a raccogliere un po' di dati e riflessioni (anche sul paradosso di chi lavora nell'irregolarità e non può essere protetto da nessuna ordinanza) in questo articolo su Substack, se vi va di approfondire: https://open.substack.com/pub/fiumana/p/morire-di-caldo-lavorando?r=477mbd&utm_campaign=post&utm_medium=web&showWelcomeOnShare=true