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Massimo Lucioli
LIBERATORS!
La “Liberazione” tradita
I crimini di guerra e contro l’umanità degli Alleati
verso la popolazione italiana, 1943-1947
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Massimo Lucioli LIBERATORS! La “Liberazione” tradita I crimini di guerra e contro l’umanità degli Alleati verso la popolazione italiana, 1943-1947

Massimo Lucioli

LIBERATORS!

La “Liberazione” tradita

I crimini di guerra e contro l’umanità degli Alleati

verso la popolazione italiana, 1943-1947

Esiste ancora oggi una frattura profonda e irreversibile tra la complessità della realtà storica e le semplificazioni largamente diffuse, che riducono la Seconda guerra mondiale a un racconto manicheo di buoni contro cattivi, di giusto contro sbagliato. In questa rappresentazione appiattita si cela proprio la ferita che continua a ostacolare una comprensione autentica e articolata di quegli eventi nella loro interezza. La presenza militare anglo-americana nei territori occupati durante e dopo la Seconda guerra mondiale è stata caratterizzata, a prescindere dalla latitudine e dalla longitudine, da una politica di impronta marcatamente colonialista, nel senso più negativo del termine.

Tra il settembre 1943 e l’estate del 1947, l’Italia visse anni di “Liberazione” solo apparente, segnati da pesanti violenze diffuse da sud a nord, la corruzione e il malgoverno del Governo Militare Alleato (AMGOT) e le sue conseguenze sulla vita della popolazione civile, tra fame, malattie e borsa nera e dei bombardamenti terroristici compiuti sulle città italiane.

Le truppe Alleate si resero responsabili di migliaia di crimini contro civili innocenti, in un clima di impunità che le rendeva padrone assolute del territorio. In base ai dati ufficiali raccolti si stima che, in totale, oltre 23.000 italiani subirono incidenti, violenze fisiche e morali, aggressioni, omicidi e stupri causati dalle truppe straniere d’occupazione. Non soltanto le note “Marocchinate” dei Goumier del Corpo di Spedizione francese, ma centinaia di violenze carnali e omicidi di civili furono compiute da truppe di colore e bianche americane e inglesi. Anche i contingenti brasiliani, indiani, canadesi, polacchi, greci e neozelandesi furono responsabili di violenze, con decine di stupri e omicidi, centinaia di ferimenti, aggressioni e furti, e numerosi investimenti stradali, quasi totalmente rimasti senza colpevoli.

Un vero altro “Armadio della vergogna”, ricostruito in questo libro con una documentazione largamente inedita proveniente dall’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito di Roma (AUSSME), dall’Archivio Centrale dello Stato e da altri archivi pubblici e privati italiani e stranieri.

Formato 15x23, 334 pagg., compl. ill. con immagini in bn e colore.

Euro 35,00

ITALIA Storica Edizioni, Genova 2026

ISBN 978-88-31430-47-0

u/Al_ita — 5 hours ago
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RECENSIONE libro Neve rosso sangue. Le memorie di un soldato tedesco sul fronte orientale, 1942-1945 di Günter K. Koschorrek su Sololibri.net

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«Pozze di sangue spiccavano sul bianco della neve. Quello dei feriti gocciolava e contaminava il candore del suolo. Erano commilitoni e, soprattutto, nemici: anche questi ultimi erano fatti di carne, “proprio come noi!”». Nei diari di guerra di molti conflitti s’incontra di rado una considerazione tanto spontanea. Günter K. Koschorrek non aveva ancora vent’anni quando fu inviato sul fronte di Stalingrado, nell’autunno del 1942, e vide per la prima volta i cadaveri, insieme agli altri novellini come lui. L’ex mitragliere della 24ª Panzer-Division della Wehrmacht annotava le proprie impressioni su fogli che nascondeva con cura. Ritrovati quasi sessant’anni dopo, quegli appunti sono diventati un libro oggi a disposizione dei lettori italiani grazie al lavoro di Andrea Lombardi, editore genovese di Italia Storica: Neve rosso sangue. Le memorie di un soldato tedesco sul fronte orientale, 1942-1945 (aprile 2026, collana “Ostfront”, 404 pagine), nella traduzione di Camilla Scarpa e Paolo Pozzato, con un’appendice di 42 pagine di immagini e cartine in bianco e nero.

>Le settemila recensioni della versione
anglosassone confermano che il pubblico
lo ha accolto per ciò che voleva essere:
un documento storico-militare

Con il titolo originale Vergiss die Zeit der Dornen nicht (Non dimenticare il tempo delle spine), il diario apparve in Germania nel 1998. Tradotto in inglese, divenne presto un bestseller internazionale per la franchezza dell’esposizione, il tono asciutto ma quasi narrativo, l’autenticità degli episodi e la totale assenza di retorica. Le settemila recensioni della versione anglosassone confermano che il pubblico lo ha accolto per ciò che voleva essere: un documento storico-militare e, insieme, la testimonianza di un’esperienza collettiva durissima.

La testimonianza è preziosa soprattutto perché riguarda il fronte orientale, a cominciare dalla battaglia di Stalingrado. L’unità di Koschorrek riuscì a sottrarsi all’accerchiamento e ripiegò verso occidente. In seguito, il giovane Landser renano, soldato di fanteria di prima linea, fu schierato in Istria nel 1943; tornò poi nelle pianure russe per difendere la testa di ponte di Nikopol, sul fiume Dnepr, all’inizio del 1944. Affrontò l’Armata Rossa in Romania, sulla Vistola e in Prussia, venendo ferito più volte. Una scheggia di granata e l’insorgere della febbre, nei primi giorni di maggio del 1945, gli consentirono di restare prigioniero degli Americani e di evitare la consegna ai sovietici, come accadde invece ad altri militari tedeschi che avevano combattuto sullo stesso fronte. Era comunque deciso a tentare la fuga a ogni costo: «meglio morto che prigioniero in Siberia». Una formula estrema, che restituisce la brutalità di quel conflitto spietato.

>La guerra appare qui nella sua
nudità: una macchina che riduce
l’uomo alla reazione immediata

Tra gli episodi ricordati, anche quelli camerateschi, colpisce un ulteriore impatto con la guerra bestiale. Ancora da poco in linea, Günter partecipa a uno scontro con una squadra nemica che difende una posizione rapidamente neutralizzata dai fanti tedeschi. Una volta raggiunta, vi trovano diversi russi morti. Un sottufficiale ordina a un soldato di mirare alla testa di una figura a terra e punta la canna del mitra alla nuca di un altro uomo accasciato. «Entrambi gli spari producono un suono ovattato e spiacevole, come se avessero sparato a un sacco». Koschorrek è scioccato, rabbrividisce e non capisce perché quei nemici non vengano presi prigionieri.

Schwarz si dirige verso un altro sovietico caduto. Assesta una pedata alla sagoma riversa sul fianco. Verificato che è ancora vivo, appoggia il mitragliatore sulla fronte e fa fuoco. Il corpo ha una convulsione. «Fanno finta di essere morti, ma una volta passati ci sparerebbero alle spalle. L’ho già visto accadere! Lui o noi!». Per tutto il tempo, il ragazzo sente alle spalle quegli spari ovattati, che lo scuotono profondamente. È certo di non essere capace di colpire un nemico disarmato, neppure a costo di correre qualche rischio. Eppure, da mitragliere e capo arma delle devastanti mitragliatrici pesanti MG 34 e MG 42, deve ammettere di avere ucciso molti nemici durante la guerra sul fronte russo, senza provare alcun trionfo e senza sentirsi mai un eroe.

«Le mie vere motivazioni derivavano sempre dall’istinto di autoconservazione e dal terrore di essere sopraffatto dal nemico insieme alla mia unità, come mi accadde una volta più tardi nella zona di Stalingrado. Per evitare che si ripetesse, ho sempre impiegato tutte le mie capacità, che ho perfezionato nel corso di ulteriori azioni al fronte». Questa confessione tiene insieme istinto di sopravvivenza, paura, disciplina e automatismo bellico. La guerra appare qui nella sua nudità: una macchina che riduce l’uomo alla reazione immediata, alla tecnica del colpire prima di essere colpito, alla sopravvivenza come unico orizzonte praticabile.

>La memoria del fronte rinuncia
alle assoluzioni e restituisce il freddo,
la paura, la stanchezza, la violenza
e la fragile resistenza

Koschorrek aveva preso l’abitudine di stendere appunti, con l’intenzione di scrivere una relazione circostanziata alla fine delle ostilità. Inizialmente teneva anche un diario, benché per i soldati semplici fosse vietato dal regolamento. Si temeva che gli scritti potessero cadere in mano al nemico e fornire informazioni militari. Günter aggirava il divieto stenografando note e inviandole alla madre. Altre le nascondeva nella fodera della giacca dell’uniforme. Il plico trovò poi riparo nella fodera del cappotto militare blu tortora, che la madre riuscì a custodire durante la fuga davanti ai russi, fino alla salvezza in Bassa Sassonia. Riuniti tutti gli appunti, Koschorrek li perse di vista dopo il divorzio dalla prima moglie, a metà degli anni Cinquanta. Con sua grande sorpresa, li riottenne decenni più tardi dalla figlia, che li aveva conservati a lungo come ricordo del padre.

Quelle note sono diventate un resoconto autentico, con la descrizione delle «indimenticabili esperienze, impressioni e percezioni di un soldato comune al fronte». È anche un tributo agli innumerevoli soldati anonimi che trascorsero la maggior parte del tempo «in luride buche individuali» scavate nella terra russa, uscendone solo per affrontare il nemico. In questa materia povera, senza celebrazione e senza posa, si misura la forza del libro: la memoria del fronte rinuncia alle assoluzioni e restituisce il freddo, la paura, la stanchezza, la violenza e la fragile resistenza di chi scrisse per non lasciare tutto alla polvere.

— Felice Laudadio

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u/Al_ita — 1 month ago