
u/Intelligent-Move8868

If Qatar and Abu Dhabi were to be completely canceled, Russell can only score 4x25 points, in which case Kimi won the Championship tonight!
The only races left in that case would be Austin, Mexico City, São Paulo and Las Vegas. Antonelli could score 0 in any, and no-one would not be able to catch up to him
Edit: This is ofcourse if there's no replacement for any of those races
Si può creare un vero e proprio "partito politico" all'interno di Reddit?
Buongiorno, buon pomeriggio e buonasera. Volevo porvi una domanda molto generale, anche per alimentare una possibile discussione: secondo voi, al di là di tutto, è possibile creare su Reddit un ambiente che funga da sorta di partito politico o, comunque, un luogo strutturato di discussione e dibattito? Vi ringrazio e vi lascio liberi di rispondere nei commenti.
Ferrari failed to call Hamilton in, as the safety car was deployed when he was just halfway down the straight.
What has happened to the communication between Hamilton and Santi in the last few races? It looks like Ferrari just don’t want Hamilton asking questions at all. This is so odd, especially compared to their radios at the start of the season. Barcelona, for example.
Quando anche la politica toglierà il velo di propaganda che ha?
Buongiorno, buon pomeriggio o buonasera, a seconda di quando leggerete questo post.
Non so dove vi troviate in questo preciso momento, ma mentre leggete le mie parole, posso dirvi che nell'aria c'è un profondo odore di campagna elettorale. Il governo ha recentemente annunciato l'arrivo di una legge per fissare un tetto massimo del 30% di studenti stranieri in ogni classe. In realtà questo limite esisteva già come semplice circolare ministeriale fin dai tempi della ministra Gelmini, nel 2010, ma è rimasta in larga parte inattuata. Ora, invece, il ministro dell'Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, insieme alla presidente Giorgia Meloni, vuole trasformare questo vincolo in un vero e proprio decreto legge. A parte il fatto che non ho mai capito che reale valenza abbiano le circolari – un po' come le leggende metropolitane sui compiti a casa, non mi pare che la situazione della scuola sia cambiata da allora. Personalmente, penso che questa mossa sia puramente propagandistica.
Ogni giorno sui media si parla moltissimo di immigrazione, spesso con toni distorti o allarmistici. Leggendo i dati ufficiali di settembre 2026, gli studenti con background migratorio nelle nostre scuole sono moltissimi: gli alunni senza cittadinanza italiana sono arrivati a quota 931.323, rappresentando ormai l'11,6% del totale degli iscritti (https://www.ismu.org/scuola-quasi-12-studenti-ogni-100-hanno-cittadinanza-non-italiana-comunicato-stampa-2-9-2026/) praticamente quasi 12 studenti su 100. Eppure, la politica fa sembrare del tutto anormale la presenza di ragazzi e ragazze che, pur avendo origini diverse, sono cresciuti qui. Non concordo affatto con questo decreto. La scuola italiana ha ben altri problemi strutturali, ma si preferisce inseguire le onde emotive del momento per scopi elettorali. Oggi il "trend" mediatico è prendersela con gli stranieri, e allora si corre a normare questo aspetto. Intanto, si ignorano le classi pollaio, che il ministro Valditara liquida come un "fenomeno residuale" sostenendo che solo il 2% superi i 27 alunni; anche se la realtà vissuta in molte città è ben diversa. Per non parlare degli edifici scolastici fatiscenti, di un sistema educativo vecchio e della cronica gestione precaria dei professori e delle professoresse supplenti.
Giorgia Meloni ha insistito sul fatto che molti ragazzi non parlano l'italiano e che, se in una classe diventano la maggioranza, non si può più parlare di integrazione. Io penso, che non si può risolvere il tema dell'integrazione cacciando la realtà fuori dalle aule attraverso la propaganda. L'immigrazione è un tema incredibilmente profondo e complesso, che non si può riassumere in uno slogan o in mille righe di testo. Spesso parliamo di "italiani" come se bastasse sventolare una bandiera per definire l'identità di un popolo, ma non è così semplice. Dietro i flussi migratori si nasconde una delle crisi umanitarie e sociali più grandi della nostra epoca, con bambini, bambine e intere famiglie che lasciano i propri villaggi e mettono a rischio la propria vita per cercare un futuro migliore, senza nemmeno sapere se arriveranno vivi a destinazione. Noi, invece di affrontare questa crisi con umanità, la svendiamo per puro calcolo elettorale.
Sia chiaro: capisco la necessità di gestire i flussi e capisco i tentativi del governo con il Piano Mattei in Africa, anche se la questione resta complessa. Comprendo persino il dibattito sul decoro scolastico legato ai simboli religiosi integrali come il burqa, ma la scuola dovrebbe essere il luogo dell'empatia e dell'inclusione, non un terreno di bandierine ideologiche. Questo approccio si vede anche su altri temi, di recente è diventata legge la normativa sul consenso informato obbligatorio per i genitori per quanto riguarda i progetti di educazione sessuo-affettiva alle medie e alle superiori. Il ministro ha difeso la scelta parlando della necessità di evitare quella che lui definisce "propaganda gender". Trovo totalmente assurdo bollare come propaganda argomenti che nelle scuole dovrebbero essere affrontati liberamente per il benessere dei ragazzi, senza subire i veti delle componenti più conservatrici. Io sono assolutamente favorevole all'introduzione dell'educazione sessuo-affettiva dalle scuole medie in su: di certi argomenti si deve parlare in classe.
Tutto questo dimostra che la scuola italiana non è ancora davvero laica, basti pensare che si fa ancora l'ora di religione cattolica. Qualcuno potrebbe ribattere che ormai si tratta solo di un'ora di "riflessione", ma a mio parere andrebbe completamente tolta per fare spazio a materie molto più urgenti per la crescita dei ragazzi, come l'educazione civica, l'educazione finanziaria e, appunto, l'educazione sessuo-affettiva.
È triste vedere come tutto si riduca alla paura di perdere voti e all'incapacità di proporre riforme a lungo termine. Si continua a gridare al cambiamento, ma alla fine si mantiene intatto un sistema vecchio. È una dinamica amara: un po' come un verme che, stando dentro a una mela marcia, alla fine ci si adatta e si ritrova persino comodo. Io questa realtà la sto vivendo dall'interno, e forse chi la guarda da fuori non riesce a coglierne appieno il degrado. Trovo inaccettabile che ci si abitui a tutto questo e che ogni giorno si continui a scrivere una pagina così cupa della nostra modernità, anche se, fortunatamente, a volte la vita sa ancora regalarci delle gioie.
Valditara cancella gli istituti tecnici, "Saranno tutti licei"
Non so cosa ne pensiate voi, ma io credo profondamente che questo sia un cambiamento non solo accettabile, ma sacrosanto. Spesso su questo subreddit ci confrontiamo su quanto sia necessario cambiare il sistema dalle fondamenta, ecco, questo provvedimento può sembrare una sciocchezza superficiale, ma in realtà è un passo importante.
Qualcuno potrebbe chiedersi: "Cosa vuoi che cambi per una semplice dicitura o una scritta?". Invece cambia moltissimo. Speso, per via dei classici cliché, quando si pensa al "liceo" si pensa subito a un carico di studio maggiore e a un percorso più nobile. Quando invece si parla di "Istituto Tecnico", la parola stessa sembra quasi sminuirne il valore. Eppure, molti indirizzi tecnici richiedono una mole di studio corposa e approfondita, ma vengono puntualmente sottovalutati anche a causa di queste etichette.
Per esperienza personale, anch'io un tempo pensavo che il tecnico valesse meno del liceo o che si studiasse molto meno. Mi sbagliavo, e l'ho scoperto sulla mia pelle. Per questo ritengo che una modifica del genere, per quanto possa sembrare una formalità, sia in realtà un cambiamento profondo e una direzione del tutto corretta.
Voi cosa ne pensate? Fatemi sapere nei commenti!
Is Antonelli taking a swipe at Russell?
I was watching an interview by Sky Sport F1 Italia filmed at the Franciacorta kart circuit.
One of the parts that made me think the most, making me suspect it might be a subtle dig at George Russell, is the ending. When the interviewer tells Antonelli that they would race him later, he replies to the journalist. Right after that, the other interviewer, who was driving on the track in a kart along with Antonelli makes a joke, saying more or less something like this: «I'd give him a black flag because he's not respecting the yellow flags... actually, he's going even faster! We should go check the micro-sector».
I don't know if this was an intentional dig or not, but this exchange definitely reminds me of an incident that happened in Austria this year.
Questa modernità è ipocrita
Buongiorno, buon pomeriggio e buonasera a tutte le persone che stanno leggendo: dipende dal momento in cui questo post vi raggiunge. Oggi vorrei proporre una riflessione su una dinamica contemporanea che, a mio avviso, sta diventando insostenibile per chiunque nutra una reale passione sportiva: la proliferazione incontrollata degli abbonamenti televisivi. Lo dico con sincerità: sono giovane e non ricordo perfettamente come funzionasse molti anni fa, ma ciò che ricordo è una situazione decisamente più lineare. Esisteva un decoder, una pay‑tv, e si aveva accesso a tutto. Oggi, nel 2026, seguire lo sport in Italia è diventato un labirinto e, soprattutto, un lusso economicamente gravoso. È paradossale che, pur vivendo in uno Stato che sulla carta si impegna a ridurre le disuguaglianze, si sia ricreata una barriera sociale tra chi può permettersi di spendere e chi invece è costretto ad accontentarsi del minimo indispensabile.
Prendiamo il calcio o i motori: non è accettabile dover sostenere costi mensili elevatissimi e, nonostante ciò, essere obbligati a passare continuamente da un’applicazione all’altra perché l’abbonamento base copre soltanto una parte dei diritti televisivi. Se si desidera seguire integralmente la Serie A, la Champions League, la Formula 1, la MotoGP e il tennis, servono tre o quattro abbonamenti distinti: una spesa che, per una famiglia normale, è del tutto irragionevole. Qualcuno potrebbe obiettare che siano stati stipulati accordi commerciali per integrare piattaforme concorrenti all’interno di un unico decoder, come nel caso di Zona DAZN su Sky. Ma qual è la realtà? Che per attivare quei canali occorre comunque pagare un’opzione aggiuntiva, oltre ai due abbonamenti separati. In sostanza, non cambia nulla. E questo vale anche per l’intrattenimento: oggi persino su Sky è necessario acquistare pacchetti extra per accedere a Disney+ o Paramount+, quando fino a qualche tempo fa erano inclusi o offerti gratuitamente. La pay‑tv è diventata una sorta di macchina base: viene fornita la struttura essenziale e, se si desiderano funzionalità ulteriori, ogni singola opzione va pagata separatamente.
Da qui emerge inevitabilmente il tema della pirateria. Sia chiaro: piratare contenuti è un atto grave, illegale e moralmente scorretto. Le istituzioni e le leghe sportive continuano a investire in campagne e blocchi tecnologici, convinte che la repressione sia la soluzione, senza comprendere che le cause sono molto più profonde. Se si costruisce un sistema frammentato e oneroso, non si riduce la pirateria: la si alimenta. Il risultato è che molte persone rinunciano del tutto a seguire lo sport, perché non possono sostenere costi così elevati. Ed è assurdo, perché priva chiunque di un diritto fondamentale: quello di potersi svagare nel rispetto della legge.
A questo punto sorge spontanea una domanda: è davvero questo il progresso tecnologico che abbiamo immaginato? Siamo passati dal sogno di uno streaming semplice e accessibile a un presente in cui, per vedere un programma, bisogna impazzire cercando sui motori di ricerca se sia disponibile su una piattaforma, su un’altra o su un canale secondario. Abbiamo digitalizzato tutto per complicare la vita, quando Internet era nato per semplificarla. Questo dimostra che il problema non è lo strumento tecnologico, ma l’uso distorto che se ne fa.
La situazione diventa ancora più grottesca se osserviamo la gestione della televisione pubblica e dei canali in chiaro. La copertura televisiva di discipline straordinarie come l’atletica leggera o il tennis è minima, a meno che non si verifichi l’evento eccezionale da cavalcare mediaticamente. Ricordate l’ultima edizione del Roland Garros? Interi turni preliminari sono rimasti confinati sui canali Premium; poi, improvvisamente, quando Flavio Cobolli è arrivato in semifinale, le reti del gruppo Warner Bros. Discovery hanno deciso di trasmettere il match in chiaro sul Nove. Ma allora il diritto di godersi lo sport esiste solo quando c’è una bandiera tricolore da sventolare per ottenere ascolti e ricavi pubblicitari? È un livello di imbarazzo istituzionale.
Pensiamo anche alla pallavolo femminile: le atlete italiane dominano a livello internazionale con la Nazionale guidata da Julio Velasco. I dati ufficiali dell’EuroVolley mostrano un enorme seguito, con ascolti altissimi sui canali Rai. Eppure, durante l’anno, il campionato regolare e lo sport femminile vengono trattati come fenomeni marginali, relegati in spazi invisibili del palinsesto. Per non parlare di eventi completamente ignorati: qualcuno ha sentito una sola notizia sui Giochi del Mediterraneo di Taranto 2026? Una manifestazione internazionale ospitata in Italia, finanziata con milioni di euro pubblici, scomparsa dai radar mediatici.
Lo sport dovrebbe essere aggregazione, cultura e passione accessibile a tutte le persone, non un privilegio frammentato in dieci fatture diverse o un contenuto da esibire solo quando conviene allo share. Se si richiama l’articolo 21 della Costituzione e i principi sulla libertà di informazione, si comprende quanto l’attuale sistema sia distante dallo spirito costituzionale. La televisione e il sistema mediatico possiedono un potere enorme sulla plasticità cognitiva delle persone: possono orientare, modificare, influenzare. Proprio per questo servono norme più specifiche, capaci di sanzionare un sistema mediatico che non è più super partes, ma spesso invischiato nella politica e privo di imparzialità.
Oggi assistiamo a un continuo sciacallaggio mediatico: una notizia viene amplificata ossessivamente solo perché cavalca l’onda emotiva del momento, per poi essere abbandonata il giorno successivo. Non sorprende che la televisione tradizionale stia perdendo terreno a favore di YouTube e delle piattaforme digitali indipendenti. La TV generalista propone sempre la stessa formula ripetitiva: invece di privilegiare programmi culturali, approfondimenti giuridici o divulgazione sociale, si preferisce mandare in onda reality e format di intrattenimento superficiale. Serve una proposta seria e strutturata per invertire questa tendenza, per riportare qualità e accessibilità al centro dei palinsesti, nel pieno rispetto dei diritti delle persone e della nostra Costituzione. .
I numeri che non ti raccontano sul nucleare
Buongiorno, buon pomeriggio e buonasera a tutti! Chiaramente dipende da quando state leggendo questo post. Oggi vorrei proporvi una riflessione su un tema che spesso in Italia viene trattato più con la pancia che con i dati alla mano: l'energia nucleare. Quest' ultima, secondo me, non deve essere usata con l' obbiettivo di raggiungere un' "indipendenza energetica". Diciamoci la verità, penso fortemente che una totale indipendenza è quasi impossibile da realizzare. Reintrodurre il nucleare in Italia è fondamentale non perché ci rende isolati dal mondo, ma perché avere un’alternativa energetica nostra e strutturata va a rafforzare la nostra sovranità e fa sì che abbiamo un'opportunità strategica ed economica, invece di dipendere totalmente dalle decisioni altrui. Ora, vorrei parlare dei famosi miti da sfatare, perché la paura si batte solo con la conoscenza: Il primo mito è la sicurezza. I dati scientifici parlano chiaro: il nucleare è una delle fonti di energia più sicure al mondo, con un tasso di mortalità per megawattora incredibilmente più basso rispetto ai combustibili fossili, come dimostrano i report storici e i dati aggiornati sulla sicurezza atomica globale (world-nuclear.org). E se guardiamo a un futuro più lontano, la vera svolta sarà la fusione nucleare, una risorsa ancora più pulita e intrinsecamente sicura su cui è vitale spingere la ricerca e l’innovazione tecnologica già da adesso. Il secondo mito riguarda i grandi disastri del passato. Pensiamo a Chernobyl: quel disastro è stato il risultato di un mix clamoroso di errori umani da parte dei sovietici, unito a un reattore che era stato progettato e costruito proprio male, senza i sistemi di contenimento moderni. Pensiamo poi a Fukushima: è ovvio che l'esperienza sia soggettiva e la percezione del rischio cambi da persona a persona, ma dobbiamo guardare i fatti geografici. In Italia è altamente improbabile che un terremoto di magnitudo 9 generi uno tsunami devastante di quella portata. Ma ipotizziamo pure che accada l'impossibile: a Fukushima, la centrale di Onagawa, che si trovava ancora più vicina all'epicentro del sisma rispetto a quella di Dai-ichi, ha resistito perfettamente e senza danni proprio perché era stata progettata con criteri di sicurezza molto più avanzati e avanti di anni. Il nucleare rappresenta il cambiamento, non accettarlo nel nostro territorio è, a tutti gli effetti, la rappresentazione di un'ipocrisia: un mondo che a parole rifiuta il nucleare in casa propria, ma che poi nei fatti accetta tranquillamente di importare l'energia prodotta dal nucleare degli altri paesi. La Francia, ad esempio, ci vende costantemente elettricità e solo nel 2025 ha esportato verso l’Italia ben 26,2 Terawattora di energia, come confermano i dati ufficiali sui flussi energetici europei (https://www.pv-magazine.com/2026/05/14/from-night-to-noon-frances-reactors-are-now-bending-for-european-solar/). Insomma, compriamo l'atomo dei nostri vicini pagandolo a caro prezzo, ma rifiutiamo di produrlo.
Quel che serve in futuro, quindi, è rienentegrare il nucleare assieme a un mix energetico come l' energie rinnovabili.
La salute mentale è un diritto e non un lusso
Buongiorno, buon pomeriggio e buonasera a tutti, dipende da quando state leggendo questo post. Oggi vorrei proporre una riflessione sulla salute mentale, che ancora oggi viene sottovalutata o trattata come un tabù. Nel mondo attuale dovremmo essere molto più aperti su certi temi, perché la salute della mente continua a essere guardata con un occhio diverso rispetto a quella fisica e spesso non viene compresa con la serietà che merita.
Pensiamo alle figure professionali come gli psicologi: esiste ancora il pregiudizio che si debba ricorrere a loro solo quando si sta male o quando si soffre di gravi disturbi psichici, come se andare in terapia significasse essere “pazzi”. Non è così. La terapia dovrebbe essere vista come un percorso di crescita personale, un luogo sicuro in cui esprimere se stessi. Per questo mi colpisce quando ci definiamo una “società moderna” nel 2026 e allo stesso tempo restiamo così chiusi su queste tematiche. Se ne parla molto meno rispetto ad altri argomenti, come l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, eppure le due cose sono profondamente collegate: abbiamo tutti bisogno di una maggiore educazione al nostro mondo interno. Ci dimentichiamo che la ferita più dolorosa è spesso quella che portiamo dentro. A volte lì c’è bonaccia, altre volte scoppia un temporale. E questo non riguarda pochi, non riguarda solo i ricchi o i VIP: riguarda chiunque, perché alla fine siamo tutti esseri umani e, grosso modo, sulla stessa barca.
Oggi voglio fare l’avvocato dei ragazzi e delle ragazze, degli studenti e delle studentesse. Sento spesso gli adulti dire che tornerebbero volentieri a studiare, ma la quantità di compiti e verifiche che oggi grava sulla mente degli studenti è davvero pesante. È vero, è il loro dovere, è la loro responsabilità, ma penso sia altrettanto giusto riconoscere che hanno il diritto di lamentarsi. Il sistema scolastico attuale è vecchio e necessita di un cambiamento profondo e radicale. Dovrebbe concentrarsi su un’educazione completa, che metta al centro la salute mentale e fisica degli studenti.
È vero che qualche passo avanti è stato fatto. Esistono i bonus e gli sportelli d’ascolto nelle scuole, ma serve un salto di qualità. La mia proposta è quella di introdurre lo psicologo in pianta stabile, con l’autorizzazione delle famiglie già all’inizio dell’anno, quando si firma il Patto di Corresponsabilità Educativa. Bisogna partire dall’istruzione per sfatare questo tabù, introducendo ore dedicate alla sfera emotiva già dalle scuole medie, l’età in cui si inizia davvero a comprendere se stessi, il proprio mondo interno e quello esterno.
Aggiungo anche, che in assenza di un supporto accessibile, sta crescendo sempre di più, il numero di ragazzi che non si confidano più nemmeno con i genitori o con un professionista, ma scelgono di sfogarsi con ChatGPT o con un’Intelligenza Artificiale. Non bisogna giudicare nessuno: per un giovane è difficile dire in famiglia “voglio andare dallo psicologo”, anche per via dei costi elevati. Non voglio dire “che tristezza”, ma una riflessione va fatta. Cercare conforto in uno schermo o in una macchina, invece che in una persona in carne e ossa, non è un cambiamento positivo. Il vero cambiamento sarebbe favorire il dialogo e il confronto con una persona reale.
Misure come il Bonus Psicologo dell’INPS e gli sportelli scolastici sono ottimi punti di partenza, ma serve uno step ulteriore: rendere la terapia accessibile a tutti, o almeno molto più accessibile. Sono felice che la politica stia iniziando a riconoscere quanto la salute mentale sia fondamentale per gli studenti, che saranno i lavoratori di domani. Eppure, durante le campagne elettorali, questo tema riceve ancora poca attenzione, nonostante sia essenziale per il benessere di tutti i cittadini.
Sono consapevole che ci sono molti altri passi da fare oltre a quello che ho proposto per le scuole. Per questo spero che possiate commentare e proporre anche voi le vostre idee. Credo profondamente che, così come prendersi cura del proprio corpo è un diritto di tutti, debba esserlo anche prendersi cura della propria mente.
Un piccolo passo avanti per farne mille indietro
Buongiorno, buon pomeriggio e buonasera a tutti; chiaramente dipende da quando state leggendo questo post.
Oggi parleremo di educazione sessuale e affettiva nelle nostre scuole, il punto è che, secondo me, il decreto Valditara non risponde per niente all'esigenza di un rafforzamento di questa materia. Al di là del fatto che l'educazione sessuale all'asilo non si possa fare, io inizierei comunque a seminare qualcosa già dalla quarta o quinta elementare, guardando ai modelli dei Paesi del Nord Europa dove questo insegnamento è obbligatorio e naturale.
Specialmente oggi con l'avvento di Internet la situazione è pericolosa, è lecito che qualcuno possa domandarsi come faccia un bambino di sette anni ad avere lo smartphone, ma basta guardare i ristoranti o la vita quotidiana per accorgersi di quanti genitori diano il telefono ai propri figli o figlie per farli stare zitti o zitte. Il telefono è uno strumento potente che bisogna saper usare bene. Se un bambino o una bambina lo utilizza per cercare determinate cose su Internet è normale, perché a quell'età la curiosità è naturale, magari alimentata da quello che si sente dire nel gruppo di amici o di amiche.
Il vero problema è che sappiamo tutti benissimo cosa rischiano di trovare online in quel modo: contenuti distorti che si introducono nella loro testa invece di essere spiegati in modo completamente diverso, protetto e consapevole. Trovo, quindi, che la cosa più grave di questo decreto sia l'obbligo del permesso scritto da parte dei genitori.
Qualcuno potrebbe dire che i genitori debbano essere a conoscenza delle attività scolastiche, e sono d'accordo, ma questo dovrebbe avvenire all'inizio dell'anno firmando il Patto di corresponsabilità educativa. Proprio tramite quest'ultimo documento, all'inizio dell'anno, si può comunicare la presenza di consultori interni e la disponibilità di colloqui individuali con lo psicologo o con la sessuologa per la componente studentesca delle scuole medie e superiori. Inoltre, si specifica che durante l'anno verranno svolte attività informative dedicate all'educazione affettiva e sessuale.
Questo approccio iniziale è decisamente migliore rispetto all'obbligo di chiedere un consenso scritto pochi giorni prima dell'inizio di ogni laboratorio. Una richiesta continua e a ridosso dell'evento finisce per amplificare l'imbarazzo dell'intera componente studentesca, specialmente se il rapporto comunicativo a casa è più chiuso o difficile. Certo, è legittimo che un genitore possa non essere d'accordo e decidere di dire di no.
Il punto centrale, però, è un altro: l'educazione sesso-affettiva serve a formare una maggiore consapevolezza del proprio mondo interiore e a insegnare a relazionarsi in modo positivo, sano e costruttivo con le altre persone. Impedire la partecipazione a questi percorsi significa attuare una privatizzazione e una privazione profonda, togliendo la possibilità di conoscere meglio se stessi e le proprie relazioni. Inoltre, nelle scuole ci dovrebbero essere stabilmente psicologi, mediatori linguistici e un consultorio interno con sessuologi.
Il mio pensiero è che l'educazione non riguarda solo imparare cosa è successo a Waterloo, quanto fa tre alla terza, o studiare italiano, storia, matematica e inglese. Sono materie importanti, ma la formazione deve essere a 360 gradi. Oggi l'educazione civica è diventata una materia debole che trasmette poco, trasformata in un elemento burocratico che mette ansia da prestazione; infatti, se si prende un'insufficienza in educazione civica, si rischia di avere il debito o di subire conseguenze dirette sul voto di condotta.
La scuola dovrebbe togliere pressione, non aggiungerne. L'educazione deve diventare totalizzante ed è proprio per questo che è necessario rafforzare l'educazione finanziaria nel nostro Paese, così come serve un piano strutturato per l'educazione sessuale dalla terza media in poi. Chiaramente non servirebbero soltanto queste due materie, ma ce ne vorrebbero anche altre; queste, attualmente, sono solo i primi esempi fondamentali che vengono in mente per una scuola davvero completa.
È importante sottolineare che questi laboratori non devono ridursi alle solite lezioni frontali in cui una figura esperta arriva, spiega e se ne va, ma devono essere attività coinvolgenti e progetti capaci di stimolare la componente giovanile. Ed è proprio per questo che trovo assurdo che il Ministro liquidi percorsi così partecipativi bollandoli semplicemente come "propaganda gender".
All'interno di queste ore, al contrario, è fondamentale e giusto parlare apertamente di identità di genere e di omoaffettività, perché la diversità non è una moda recente, ma è sempre esistita nella storia umana. Pensiamo ad Alan Turing: una mente geniale che ha cambiato le sorti del mondo e che non era eterosessuale, ma omoaffettivo, eppure è stato tragicamente perseguitato per questo.
L'eterosessualità non può essere considerata l'unico canone di normalità ed è tempo di riconoscere e accettare tutte le identità. Trovo altrettanto assurdo che in Italia una persona omoaffettiva non possa sposarsi con rito civile egualitario o adottare figli, forse perché la politica ha paura delle reazioni della Chiesa.
Questo rifiuto della diversità si collega perfettamente al razzismo e al modo in cui guardiamo i migranti. Spesso si generalizza l'immagine degli stranieri che delinquono per dire che tutte le persone di colore portano il male, creando una deviazione del pensiero. Questa distorsione è fortemente alimentata sia dai mezzi di comunicazione, che su queste notizie di cronaca ci marciano parecchio, sia da una parte della politica, sempre pronta a lanciare slogan immediati per fare propaganda contro l'immigrazione.
Ormai cavalcano persino parole d'ordine di tendenza come "remigrazione" pur di soffiare sul fuoco dell'intolleranza. Al contrario, le culture diverse vanno accolte e possono mescolarsi portando novità positive, a patto che rispettino le leggi, la cultura e il buon costume del Paese in cui si trovano.
Martin Luther King è morto combattendo la segregazione razziale, eppure ancora oggi c'è chi guarda le persone con occhi diversi solo per il colore della pelle. Tutto questo mi fa pensare a una riflessione contenuta nel libro "Robinson Crusoe". Quando Robinson vede gli indigeni sulla spiaggia, il suo primo impulso è prendere il fucile e ucciderli tutti. Poi però si ferma a riflettere e si chiede con quale diritto lui possa giudicare quegli uomini e definire sbagliata la loro cultura, considerando che la sua stessa civiltà si macchia di altre violenze, come l'uccisione degli animali.
Purtroppo oggi si vive troppo all'interno del proprio schermo e del proprio "io". Tutto ciò che è fuori sembra strano, ed è allucinante che la realtà venga vista sotto un unico punto di vista, rifiutando di accettare le altre prospettive. Trovo ancor più assurdo doverne ancora parlare nel 2026, dover ancora discutere del fatto che avere la pelle di un colore diverso sia identico ad averla bianca, o dover lottare per diritti che dovrebbero essere scontati.
Erano proprio questi i traguardi elementari che Martin Luther King sperava si verificassero, le fondamenta di quel sogno per cui ha dato la vita. E insieme a lui anche Nelson Mandela, che ha combattuto per dimostrare che l'uguaglianza non è un'opinione, ma un diritto umano universale. È assurdo che, dopo le loro battaglie e i loro sacrifici, siamo ancora qui a dover rivendicare l'ovvio.
È semplicemente incredibile che la normalità venga schiacciata ogni volta sotto un unico punto di vista, rifiutando di vedere che essa si esprime, invece, in mille punti di vista differenti. La cosa più inquietante, secondo me, a cui stiamo assistendo ultimamente è come l'istruzione riesca in qualche modo a influenzare e a indirizzare il pensiero della componente studentesca.
Per questo motivo ritengo che l'istruzione debba rimanere il più possibile terza e imparziale: non deve trasmettere ideologie di destra o di sinistra, né deve appiattirsi sulle dottrine religiose. Per questo ritengo che la riforma, di conseguenza, non rappresenti affatto un passo in avanti, bensì un netto e profondo passo indietro.
Questo si tramuta nel chiudersi anziché abbracciare la modernità e un mondo che va inevitabilmente avanti. L'educazione sesso-affettiva deve essere maggiormente rafforzata già a partire dalla prima media, senza che questo tolga alle famiglie il dovere di educare i propri figli e le proprie figlie.
Tuttavia, anche in questo ragionamento esiste una chiara fallacia logica: se la componente studentesca di oggi non riceve una corretta formazione a scuola, domani diventerà a sua volta genitore. Come potrà, allora, educare la propria prole se in passato non ha ricevuto gli strumenti adatti? Ci troviamo davanti a un circolo vizioso strutturale che è assolutamente necessario spezzare.
Oggigiorno l'unica vera strada è costruire consapevolezza digitale, superando la chiara contraddizione normativa per cui a scuola si vieta lo smartphone ma si permettono tablet e PC, che causano la medesima dipendenza. Invece di limitarsi a divieti parziali, le istituzioni dovrebbero centralizzare la reale comprensione di questi strumenti, trasformando la scuola nel luogo in cui si impara a decodificare la complessità della rete attraverso un percorso laico e congiunto insieme alle famiglie.
Questo, secondo me, sarebbe il vero modo di abbracciare la modernità, invece ci troviamo davanti all'ennesima riforma che non promuove un bel nulla, l'ennesima dimostrazione di come si tenda sempre a fare piccoli passi superficiali senza mai modificare il problema in modo strutturale. Si fanno piccoli passi mediatici solo per dimostrare a giornali e TV che si sta parlando di educazione sessuale, quando nei fatti non si sta costruendo niente.
Genitori non si nasce, non si diventa, bensì si impara a esserlo. Avere una base solida fin da giovani, almeno secondo me, aiuterebbe tantissimo le famiglie del domani. Trovo ancor più assurdo doverne ancora discutere nel 2026, dover ancora rivendicare che avere la pelle di un colore diverso sia identico ad averla bianca, o dover lottare per diritti che dovrebbero essere scontati.
Erano proprio questi i traguardi elementari che Martin Luther King sperava si verificassero, le fondamenta di quel sogno per cui ha dato la vita. E insieme a lui anche Nelson Mandela, che ha combattuto per dimostrare che l'uguaglianza non è un'opinione, ma un diritto umano universale.
Oggi fare il genitore è probabilmente il mestiere più difficile del mondo; proprio per questo ci vorrebbe una mano forte da parte dello Stato. Una mano protettiva e lungimirante che, purtroppo, attualmente continua a non vedersi, né nell'ambito dell'educazione né in altri settori pubblici come la sanità.
Meno contante e più educazione
Buongiorno, buon pomeriggio o buonasera a tutti, a seconda di quando state leggendo!
Oggi vorrei parlare della proposta sul limite del contante, attualmente fissato a 5.000€ in Italia. Molti partiti inseriscono nei loro programmi l'intenzione di alzarlo fino a 10.000€, giustificandola come un adeguamento alle direttive dell'Unione Europea. Vi chiedo: considerate questo cambiamento una misura lecita e giusta, o un provvedimento che finirà per ritorcersi contro di noi?
Personalmente sono contrario all'innalzamento della soglia e preferirei un percorso graduale di riduzione, attuato senza strappi repentini ma tramite un piano transitorio pluriennale, così da evitare disagi. Modelli del Nord Europa come Svezia e Norvegia insegnano che, pur a fronte di economie diverse, i vantaggi di questa transizione possono superare i contro. Ecco perché.
Oggi in Italia il livello di educazione finanziaria è molto basso. Secondo i dati dell'Edufin Index, il voto medio degli italiani in competenze finanziarie e assicurative è di appena 56 su 100, dunque sotto la sufficienza, e solo il 40% della popolazione raggiunge una conoscenza minima accettabile. Per chi volesse approfondire, lascio il link allo studio della SDA Bocconi: Why Italians' financial literacy still falls short | SDA Bocconi.
Per colmare questa lacuna, bisognerebbe introdurre lo studio della finanza e del diritto di base già dalle scuole medie, rafforzando l'educazione civica. Ogni studente dovrebbe acquisire solide basi sul risparmio, sui pagamenti digitali e sui propri diritti e doveri. È paradossale trovare numerosi programmi televisivi dedicati alla salute ma nessuno focalizzato su elementi di diritto basilare per tutelare i cittadini nella vita quotidiana. Un'ulteriore misura utile sarebbe promuovere l'uso di carte prepagate per gli studenti delle scuole superiori, abituandoli fin da giovani all'utilizzo consapevole della moneta elettronica.
Prima di procedere a qualsiasi riduzione del contante, lo Stato dovrebbe inoltre confrontarsi fermamente con gli istituti di credito privati per calmierare le commissioni, impedendo che traggano profitti ingiusti da questa transizione. Si potrebbe valutare per legge l'azzeramento o la forte riduzione delle commissioni per le transazioni sotto i 30€.
In seguito, la stretta sul contante dovrebbe essere progressiva e calibrata per fasce d'età. Per gli under 30, forti di un'educazione finanziaria e civica scolastica strutturata a tutto tondo, la soglia potrebbe essere ridotta fino a un limite di spesa di 50€. Per la fascia dai trent'anni in su, il tetto potrebbe attestarsi sui 60 o 70€.
Per gli over 65, invece, lo Stato dovrebbe garantire un accompagnamento mirato e a lungo termine. Si potrebbe, ad esempio, integrare uno strumento di pagamento digitale direttamente all'interno della tessera sanitaria, così da semplificare gli acquisti nei negozi o online senza la necessità di ricordare PIN complessi o di utilizzare uno smartphone. Trattandosi di un Paese con una forte componente anziana, lo Stato ha il dovere di offrire un supporto concreto e dignitoso.
Tuttavia, so benissimo che questo è un piano che richiede anni, che forse è abbastanza irrealistico e difficile da mettere in pratica. Per questo, secondo me, l'uso del contante a 5.000€ è già molto buono ed elevarlo ulteriormente sarebbe semplicemente un assist perfetto per l'evasione fiscale.
Un vassoio vuoto
Buongiorno, buon pomeriggio e buona sera a tutti; chiaramente da quando state leggendo questo post.
Il 28 agosto 1963 segnava una data storica per il mondo ed oggi, 13 agosto 2026, siamo a soli 15 giorni da quell'anniversario.
In quel giorno d'estate, un uomo pronunciò davanti al Lincoln Memorial di Washington un discorso che tutti ricordiamo per quattro parole precise: "I have a dream" (Io ho un sogno). Diceva così:
>"Oggi, amici miei, vi dico: anche se dobbiamo affrontare le difficoltà di oggi e di domani, io continuo ad avere un sogno. È un sogno che ha radici profonde nel sogno americano. Ho un sogno, che un giorno questa nazione sorgerà e vivrà il significato vero del suo credo: noi riteniamo queste verità evidenti di per sé, che tutti gli uomini sono creati uguali..."
Eravamo in piena segregazione razziale e quello era il sogno di Martin Luther King per un'America finalmente libera dall'ingiustizia, ma oggi, a distanza di decenni, facciamo ancora un'enorme fatica a raggiungere una parità reale, non parlando solo di discriminazioni razziali o di genere, bensì di uguaglianza e dignità in senso generale verso un traguardo che sembra ancora tristemente lontano.
Ma oggi non sono qui per parlarvi solo dei sogni del passato, poiché vorrei farvi una domanda diretta: qual è il vostro sogno per il futuro?
Nel 2027 ci saranno le elezioni politiche nel nostro Paese e andare a votare è un diritto meraviglioso che significa esercitare il potere del demos e la democrazia, eppure, guardando l'offerta politica attuale, penso che sia meglio un vassoio vuoto che un vassoio pieno di stupidaggini, mentre i nuovi protagonisti della scena politica provano a smuovere le acque ma alla fine la sostanza rimane la stessa acqua stagna ed anzi le cose stanno peggiorando, se guardiamo il mondo intorno a noi dove il cambiamento climatico avanza senza sosta e le guerre aumentano invece di diminuire, facendo sembrare il mondo una torta preziosa che si sta sgretolando tra le nostre mani, ed è per questo che la mia domanda si ribalta, poiché se il sogno di un'Italia diversa svanisce e cambiano solo i registi ma non la trama della storia, allora non stiamo più sognando, bensì stiamo entrando in un incubo.
Gli incubi sono le nostre paure inconsce che prendono forma quando chiudiamo le serrande e la notte ci avvolge, e poiché nessuno ha mai chiesto a Martin Luther King quale fosse il suo incubo, oggi lo chiedo invece a voi, dato che io il mio lo conosco bene, avendo l'incubo di svegliarmi in un'Italia che rimarrà sempre identica a se stessa, intrappolata in uno spettacolo cupo.
Il mio vero sogno sarebbe avere una politica che vada oltre le vecchie ideologie di destra e di sinistra e vorrei una politica che si metta sinceramente al servizio del popolo, sapendo infiammare i cuori per essere una fonte ispiratrice e una Stella Polare, mentre oggi assistiamo invece a un teatro triste in cui i leader recitano personaggi costruiti per i social, senza mai andare a fondo dei problemi reali.
Come dice una canzone di Kid Yugi: "Vendetta, paura, violenza, prevaricazione, odio, onore e rispetto, assenza di perdono". Davvero ci è rimasto solo questo? È questa la domanda che dovremmo porci.
La nostra Terra forse è povera, ma non di materie prime o di terre rare, essendo invece povera di speranza e di fiducia nel fatto che qualcosa possa cambiare davvero, e perciò ci serve un cambio netto di passo che non annaffi di nuovo il mondo con il sangue, bensì usi parole capaci di costruire, come dice Papa Leone XIV, una pace disarmante.
Dobbiamo rimettere al centro la vera diplomazia, che consiste nel saper parlare, saper dialogare e saper cooperare, poiché questa è l'unica via d'uscita dal pantano in cui siamo sprofondati.
Invece, gli incubi che ho si stanno avverando tutti, giorno dopo giorno, senza che serva nemmeno fare l'elenco dei disastri quotidiani, poiché nel 2026, pur essendo 205 Paesi sparsi in 5 continenti su un'unica, sola Terra, ci comportiamo come piccoli frammenti isolati, distanti e nemici, e questa è la cosa più triste, dimostrando che non è il mio discorso a essere pessimista, bensì il mondo attuale.
Oggi le parole hanno perso il loro senso magico e non servono più a collegare le persone, rafforzarle o farle cooperare, poiché si passa subito alle mani, ai fatti e alla violenza, senza usare prima la ragione, ed è questa la cosa più preoccupante e triste, poiché evidenzia anche come questo mondo assomigli sempre di più a un vassoio vuoto, e i vassoi vuoti non vanno quasi mai riempiti di fretta, bensì vanno vissuti, analizzati e compresi prima di prendere decisioni, ricordandoci com'è fatta la vita e come l'esistenza sia simile a un piatto vuoto che noi esseri umani, vaneggiando, cerchiamo continuamente di riempire senza renderci conto che finiamo per farlo con le cose sbagliate.
Nel 2027, cosa pensiamo di ottenere con il nostro voto, temendo di ricevere la solita minestra riscaldata poiché, anche da qui al 2027, saremo costretti a vedere ancora questo triste spettacolo di politici che si attaccano a vicenda e di un'opposizione che non sa più fare l'opposizione, chiedendoci per quante volte questo palcoscenico si ripeterà e quanto dovrà durare ancora questo incubo.
Voglio concludere questo discorso lasciandovi il mio invito più grande, ovvero quello di ritrovare, riscoprire e riamare il nostro pensiero critico, poiché è inutile stare passivamente dietro a questi partiti politici, essendo invece meraviglioso se ognuno di noi riacquisisse la capacità di approfondire le tematiche anche da solo, riutilizzando la parola, la logica e la capacità di pensare con la nostra testa senza fermarci ai titoli clickbait, alle notizie false o ai brevi video su TikTok e Instagram, ma andando più a fondo, ben sapendo che la profondità a volte può fare paura e sembrare noiosa, pur essendo assolutamente necessaria per riacquistare quella ricchezza che ci rende ciò che siamo, ovvero esseri umani dotati di coscienza e consapevolezza, senza seguire ciecamente chi, da un palco, parla bene solo perché usa una comunicazione efficace che spesso, nei fatti, si rivela deludente, dato che sul palcoscenico sono tutti bravi a fare gli attori, mentre quando scendono da lì sono esseri umani come noi, persone con i loro limiti, iniziando quindi un percorso di consapevolezza basato sul nostro giudizio e non su quello che ci viene promesso, poiché se il vassoio di proposte che ci offrono non ci piace è giusto esprimerlo, facendo però in modo che il nostro dissenso sia sempre pacifico, diplomatico e democratico, costruendo qualcosa senza mai usare la forza e ricordando, come ci ha insegnato Gandhi, che la violenza e la prevaricazione non sono mai la soluzione, poiché le armi migliori sono il rispetto, la civiltà e l'uso delle parole e non delle mani, usando le idee per fare del bene e aiutare gli altri in quella che è la forza pacifica più bella che ci sia, capace di non ferire nessuno e di aiutare la comunità, essendo esseri umani con una coscienza e una consapevolezza, e se è vero che il mondo non cambierà dall'oggi al domani, è altrettanto certo che rimanere fermi, non muovere le acque e continuare a seguire il gregge non porterà alcun cambiamento, rendendo conto del fatto che restare seduti sulla propria poltrona è sempre comodo, mentre alzarsi e attivarsi è difficile, rappresentando però questo il primo, vero passo verso un profondo cambiamento.
Grazie a tutti e a tutte.
Il programma di "Futuro Nazionale": svolta reale o rischio per il Paese? (Parte 2)
Bentornati a tutti e a tutte! Come promesso nella prima parte, dove abbiamo analizzato l'economia, i diritti e la geopolitica, riprendiamo l'analisi dettagliata del manifesto programmatico di Futuro Nazionale, il movimento di Roberto Vannacci.
In questa seconda parte entriamo nel vivo dei temi che rappresentano il reale centro del suo programma: la sicurezza, la giustizia, la gestione dell'energia, i trasporti e la mobilità. Andando a fondo ed esaminando i testi ufficiali, emergono forti dubbi, contraddizioni giuridiche, derive concettuali preoccupanti e alcune enormi assenze sui problemi reali che viviamo ogni giorno.
Sicurezza urbana
Sul piano della sicurezza urbana e del contrasto alla microcriminalità, il testo evidenzia la capacità militare di Vannacci con aspetti sicuramente condivisibili: la fermezza contro l'illegalità, il Daspo urbano potenziato, lo sberonamento controllato e lo scudo penale per gli agenti.
Tuttavia, il paradosso nasce dall'applicazione di strategie militari sul territorio nazionale. Citando direttamente il manifesto:
>"serve una strategia complessiva di riconquista, presidio e ricostruzione della legalità fondati che integrino lo schema 'Modellare, Bonificare, Presidiare e Ricostruire' (noto tecnicamente come 'Shape, Clear, Hold and Build'). Per questo Futuro Nazionale promuove una disciplina organica per l'impiego delle Forze Armate..."
L'idea di applicare la dottrina NATO Shape, Clear, Hold and Build al territorio interno rischia di trasformare quartieri e città in zone rosse permanenti. Il mio consiglio sarebbe quello di utilizzarla solo in zone veramente rischiose e ben delimitate (come ad esempio Scampia o contesti simili), ma non ovunque. L'uso dell'Esercito ha senso solo in zone circoscritte nel tempo e in contesti di massima emergenza: passare davanti ai carri armati mentre vai semplicemente a comprare il pane cambia la percezione di normalità e non dà alcun senso di reale libertà.
Giustizia penale
Sul campo della giustizia emergono le mie più grandi delucidazioni e dubbi. Il manifesto afferma che la sicurezza del cittadino onesto (usando ancora una volta solo il maschile e ignorando la cittadina) viene prima dei diritti del criminale. Tuttavia, come ricorda l'avvocato Ivano Chiesa anche nel suo libro, i diritti dell'imputato (i "diritti del cattivo") sono lo scudo di tutti noi fino all'ultima sentenza definitiva. Smantellare le garanzie e imporre ritmi serrati rischia di indebolire la precisione della giustizia: un processo richiede tempo, e correndo si rischia di portare in carcere gente innocente (cosa che purtroppo già avviene).
Sulla difesa personale, il testo recita:
>"quando è violato lo spazio domestico o quello dell'esercizio professionale, la proporzionalità della reazione deve essere sempre presunta come verificata [...] nei casi di urgenza il soggetto offeso non ha il tempo per complessi ragionamenti morali [...] in extremis extrema sunt tenenda [...] Così come ove siano stati utilizzati violenza non lieve o minaccia di uso di armi, anche se c'è desistenza e fuga dell'aggressore, è da presumersi il turbamento di timore o ira invincibili, lasciando alla coscienza morale e al foro interno e non al giudice penale il discernimento..."
È sacrosanto potersi difendere in casa. Tuttavia, estendere la presunzione di legittima difesa anche in caso di fuga dell'aggressore e sottrarre la valutazione al giudice penale affidandola alla coscienza dell'individuo è una scelta sbagliata. Se non gestita con perfetto equilibrio, rischia di aprire la strada alla vendetta privata: la difesa personale decade nel momento stesso in cui l'aggressore non ha più alcun modo di ferirti o sta scappando.
Su altre cose della giustizia si può discutere, come la separazione delle carriere tra PM e giudici (tema di forte dibattito anche nel recente referendum) o la proposta del "sorteggio digitale dei giudici per i processi sensibili". Ma questi aspetti sono nulla in confronto a ciò che si legge nei capitoli successivi.
Società, laicità, cittadinanza e l'odio impunito
Entrando nella visione sociale e culturale, il manifesto prende una piega decisamente discutibile. Nel paragrafo dedicato alla prevenzione della violenza si legge:
>"Fatta piazza pulita delle tecniche di manipolazione operate dalla sinistra in merito al cosiddetto 'femminicidio' [...] Il modello educativo della sinistra fondato sull'ideologia della costante 'lotta al patriarcato' è, evidentemente, fallimentare [...] dovremmo proteggere e non criminalizzare il nostro modello: quello del 'patriarcato mediterraneo', volto alla sottolineatura delle specificità e alla formazione di maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne..."
Proporre la formazione di "maschi forti che proteggono le donne", riesumare il Patriarcato Mediterraneo e bollare la lotta contro il patriarcato come propaganda di sinistra è puro marketing politico che svaluta il principio di parità dei sessi. La donna non deve essere vista come un soggetto fragile da proteggere, ma come una cittadina consapevole, con pari dignità e valore all'uomo, sia come cittadina italiana sia come membro dell'Unione Europea.
Inoltre, emerge una forte contraddizione sulla libertà d'espressione: da un lato si invoca l'abrogazione della Legge Mancino sostenendo che "le idee non si processano", dall'altro, nel capitolo sulla giustizia, si chiede di punire l'uso ideologico delle denunce e la calunnia. Invocare la libertà d'espressione per sé e il pugno di ferro per le idee altrui è un corto circuito logico. Ma la cosa più grave è che l'odio va sempre punito: senza scomodare la storia, fenomeni devastanti come la segregazione e l'omofobia nascono dal pensiero. Ricordiamoci la banalità del male di Hannah Arendt: il male nasce prima di tutto nella testa, non solo nell'atto pratico.
Questa visione rigida e poco laica si riflette anche sulla Cittadinanza, dove il manifesto richiede:
>"venti anni di residenza regolare e continuativa, livello di lingua C1, esami scritti e orali, comportamento onorevole, assenza di condanne penali e dichiarazione formale di accettazione e avvenuta assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana..."
Vannacci vuole ergersi a paladino della libertà, eppure impone vincoli d'accesso alla cittadinanza estremamente stringenti. Non si tratta solo dei 20 anni o del livello C1 (quando poi lo stesso testo del manifesto presenta diverse sgrammaticature), ma del fatto che per essere cittadini occorra dichiarare l'assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana, cancellando la laicità dello Stato.
Sistema carcerario
Sul tema del sovraffollamento carcerario, il testo propone 10.000 nuovi posti in 36 mesi promettendo impianti tecnologici, senza però mai specificare dove, come e quando verranno realizzati. Introduce poi misure fortemente controverse:
>"Riteniamo che l'imposição di lavori obbligatori (con effetto penale per chi si rifiuta e conseguente aumento di pena) il cui frutto serva a pagare parte del costo carcerario possa dare vita ad un carcere che retribuisca la persona..."
L'imposizione del lavoro obbligatorio sotto minaccia di aumento della pena si scontra frontalmente con le convenzioni internazionali sul lavoro coatto. Inoltre, l'inasprimento dell'isolamento con la sospensione di colloqui e telefonate pone una domanda fondamentale: quanto è educativo tutto questo? In Europa esistono modelli (come quello estone) che puntano sulla rieducazione: il carcere deve insegnare un lavoro, un'organizzazione e percorsi di reinserimento. L'isolamento punitivo o l'inasprimento cieco non curano la devianza, mentre la Costituzione impone che la pena debba tendere alla rieducazione del condannato.
Energia e Trasporti
Sul fronte energetico è condivisibile l'uso della parola "mix energetico" (idroelettrico, biomasse, biometano, rinnovabili su tetti e capannoni senza consumare suolo agricolo). Il mio mix ideale punta sulle rinnovabili per produrre idrogeno verde e sulla ricerca della fusione nucleare (anche se ad oggi resta un sogno irrealizzabile al 100%).
Riguardo al nucleare da fissione, il programma recita:
>"Le nuove tecnologie nucleari (SMR e AMR) [...] Il ritorno al nucleare richiederà tempi non inferiori ai 20 anni tra autorizzazioni, costruzione e messa in esercizio..."
Promettere tagli in bolletta a breve termine puntando su un piano nucleare che richiederà almeno vent'anni significa fare propaganda su tempi in cui probabilmente lui non sarà nemmeno più al governo. Fissare obiettivi colossali e rifiutare i materiali esteri per rinnovabili e batterie (che oggi arrivano in gran parte dalla Cina) è irrealistico: l'Europa non ha tutte le materie prime interne. Rifiutare la Cina per poi riaprire i canali del gas con la Russia significa solo cambiare padrone, passando dalla dipendenza cinese a quella russa. La vera soluzione non è l'isolamento sovranista, ma promuovere la cooperazione con i paesi membri dell'Unione Europea e cercare, magari assieme alle case automobilistiche, un accordo che soddisfi tutti quanti.
Trasporti
Sul fronte della mobilità e dei trasporti, il programma presenta elementi condivisibili sulla necessità di una transizione graduale e pragmatica.
La proposta di affiancare all'elettrico l'uso dei biocarburanti avanzati (HVO), dei carburanti sintetici (e-fuels) e dell'idrogeno per i trasporti pesanti e marittimi ha una sua logica industriale.
>"La transizione della mobilità deve essere guidata dal buonsenso, impedendo che i costi ricadano in modo sproporzionato sui cittadini, sui lavoratori della filiera automobilistica e su chi vive nelle aree periferiche."
Tuttavia, c'è un aspetto molto dispiacevole che il testo non cita: la situazione dei pendolari e di tutte le cittadine e i cittadini che vivono in città sprovviste di mezzi di trasporto adeguati, costretti così a utilizzare il proprio veicolo per raggiungere scuola o lavoro. Anche laddove i trasporti pubblici sono presenti, spesso risultano disorganizzati e con orari inefficienti. Nel programma mi sarei aspettato una riflessione più ampia, che andasse oltre quanto scritto sui trasporti, affrontando ad esempio il tema dei veicoli dismessi, le cui vetture vengono spesso esportate verso i paesi terzi. Data la necessità generale di adottare modelli sempre più sostenibili, sarebbe opportuno limitare questa pratica: è infatti inutile promuovere un modello ecologico e vetture più pulite a livello locale se poi nel resto del mondo si continuano a utilizzare automobili altamente inquinanti.
Dal mio punto di vista, per affrontare concretamente la questione della mobilità, la priorità dovrebbe essere anche l'investimento nella sicurezza delle stazioni e il potenziamento delle piste ciclabili. Penso che si dovrebbero offrire incentivi reali per l'uso dei trasporti pubblici e delle alternative ecologiche, proponendo soluzioni che non vincolino la cittadinanza all'uso dell'auto privata, specialmente cercando di collegare in modo più accessibile i vari punti delle città vicine attraverso differenti mezzi. Attualmente molte aree urbane non risultano facilmente raggiungibili a piedi, una condizione che costituisce un forte svantaggio per l'intera collettività, in particolare per i nuclei familiari che si trovano in situazioni di maggiore vulnerabilità economica.
Cosa manca nel programma di Vannacci secondo me?
Un manifesto che si propone di rivoluzionare l'Italia in un testo così articolato ed elaborato stupisce per quello che NON dice. Su alcuni dei pilastri fondamentali della vita di tutti noi cittadini e membri dell'Unione Europea, cala un silenzio assordante:
- La Sanità Pubblica: Nessuna riga concreta su come riformare il Sistema Sanitario Nazionale o su come salvare gli ospedali, che oggi vivono un momento di crisi e collasso profondo, esattamente come le carceri.
- L'Evasione Fiscale: Nessun piano serio sulla lotta al sommerso e all'evasione, piaghe storiche che sottraggono risorse vitali ai servizi pubblici.
- La Gestione dei Rifiuti e del Territorio: Manca una visione sull'economia circolare e la gestione dei rifiuti nelle aree metropolitane e nelle periferie.
Agitatore o Premier?
Andando oltre il manifesto e osservando la figura di Roberto Vannacci, è indubbio il suo talento comunicativo. Parliamo di una persona con tre lauree magistrali, preparata, capace di catturare l'attenzione e di "smuovere le acque" nel dibattito pubblico. Come valutare il suo ruolo?
- Come "Ministro dell'Interno" o della Sicurezza: Il lavoro sulla sicurezza urbana, la gestione della microcriminalità, il Daspo potenziato, lo scudo penale per le forze dell'ordine e le unità cinofile riflettono la sua esperienza militare e mostrano idee chiare e d'impatto.
- Come Premier / Presidente del Consiglio: A livello di guida del Paese, il giudizio cambia radicalmente. L'ostinazione a mescolare la politica con richiami alla religione cattolica (dimenticando la fondamentale laicità dello Stato), l'isolamento geopolitico, le contraddizioni economiche e la mancanza di riforme strutturali sui servizi essenziali rendono questo programma estremamente rischioso per la stabilità dell'Italia; almeno dal mio punto di vista.
L'importanza del pensiero critico
Il rischio reale di movimenti come Futuro Nazionale non è l'assenza di idee, ma la capacità di smuovere grandi masse facendo leva sulla pancia delle persone, senza poi offrire un reale cambiamento positivo nei fatti. Per questo motivo, il mio invito finale per tutti voi è uno solo: esercitate il vostro pensiero critico.
Non fermatevi ai video su TikTok, agli Shorts su YouTube o ai post sui social. Non basate la vostra opinione politica su una clip di 30 secondi che vi entusiasma o vi indigna.
Aprite un motore di ricerca, cercate il programma politico di Futuro Nazionale (così come quello di qualsiasi altro partito) e leggetelo con i vostri occhi. Dedicateci un paio d'ore. Approfondite, usate i libri di diritto, la rete o l'intelligenza artificiale per capire i pro e i contro di ogni singola proposta. Ogni decisione politica ha dei benefici e dei costi enormi.
L'obiettivo di questa riflessione non è portarvi a pensarla come me, ma esortarvi a non farvi guidare passivamente da nessun "agitatore" o slogan elettorale. Abbiamo il dovere di riscoprire la capacità di approfondire prima di scegliere.
Per facilitarvi la lettura, vi lascio qui il link; chiaramente non siete costretti a leggerlo ma spero quanto meno che possiate seguire il mio consiglio che trovate sopra.
Programma - Futuro Nazionale
Grazie a tutti per la lettura e il tempo dedicato.
Il programma di "Futuro Nazionale": svolta reale o rischio per il Paese? (Parte 1)
Buongiorno, buon pomeriggio e buona sera a tutti; chiaramente dipende da quando state leggendo questo post.
Oggi vorrei proporre un tema di discussione un po' diverso dal solito: il programma politico di "Futuro Nazionale", il movimento di Roberto Vannacci. La domanda di fondo da cui voglio partire è molto semplice: questo partito può davvero rivoltare l'Italia come un calzino in meglio, o propone un cambiamento che rischia di finire molto male?
Se leggiamo con attenzione il manifesto, ci rendiamo conto di trovarci di fronte a un testo ambiguo. Da un lato ci sono pochissime idee condivisibili; dall'altro emergono gravi squilibri economici, arretramenti sui diritti civili e una visione geopolitica al limite del discutibile.
Economia e finanza: tra illusioni contabili e rischio Euro
Sul piano economico le proposte appaiono fin da subito fragili e rischiose. L'idea della cosiddetta "moneta fiscale" viene inizialmente presentata come un innocuo meccanismo di credito e compensazione tra Stato e cittadini. Tuttavia, leggendo tra le righe delle pagine successive, la maschera cade: il manifesto attacca frontalmente l'Euro e la perdita di sovranità monetaria, facendo capire che questa moneta parallela è solo un grimaldello per preparare l'uscita dalla moneta unica. Dopo aver visto le conseguenze della Brexit nel Regno Unito, avventurarsi in scorciatoie del genere con il nostro debito pubblico è un azzardo spaventoso.
A questo si aggiunge la volontà di alzare il limite del contante a 10.000 euro. Dal mio punto di vista, da sostenitore di una progressiva riduzione del contante, questa è una misura che finisce per fare un enorme favore al lavoro in nero e al riciclaggio di denaro, proprio mentre a parole si dichiara di voler combattere la criminalità. Anche il tentativo di copiare il protezionismo di Donald Trump e l'uso spinto dei dazi dimostra una profonda incomprensione del nostro sistema: gli Stati Uniti d'America sono un gigante, mentre l'Italia non ha un mercato interno autosufficiente e vive di esportazioni. Sfidare i partner europei con i dazi significa condannare le nostre eccellenze a ritorsioni commerciali devastanti.
Appare altrettanto irrealistico il sogno di trasformare l'Italia nella nuova Silicon Valley acquistando startup e aziende di microchip tramite un Fondo Sovrano, o pretendere di finanziare il taglio del cuneo fiscale con i presunti "risparmi" derivanti dai futuri rimpatri dei clandestini: se i tribunali o la burocrazia bloccano le espulsioni, i fondi spariscono e la copertura crolla.
Impegno sociale, cittadinanza e diritti
Andando oltre l'economia, l'impatto sociale del programma solleva preoccupazioni ancora più ampie.
- La cancellazione del ricongiungimento familiare: Proporre di abolire questo diritto per chi non ha la cittadinanza, bollando le famiglie dei lavoratori come un "costo netto" per lo Stato, è una scelta spietata. Uno Stato civile non dovrebbe costringere lavoratori onesti che pagano regolarmente le tasse a vivere separati dai propri figli e coniugi.
- La figura femminile azzerata: Nel testo la presenza delle donne sembra del tutto dimenticata. Si parla solo di "cittadini" e si usa la metafora del "padre di famiglia" che deve sfamare i figli. Nel 2026 le parole hanno un peso, e ignorare il ruolo delle madri e delle donne lavoratrici è una disattenzione grave.
- Cittadinanza e assimilazione: Portare a 20 anni il limite di residenza per richiedere la cittadinanza e pretendere una "dichiarazione di assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana" rasenta l'assurdo. Significa cancellare la laicità dello Stato e confondere la cittadinanza con un indottrinamento culturale del tutto fuori dal tempo.
- Il requisito della lingua: Si pretende dagli stranieri un livello di italiano C1 (pari a un madrelingua colto), quando poi nel capitolo su Malta e le ONG lo stesso partito scrive frasi sgrammaticate con congiunzioni sospesi ("Che anche i natanti..."). Chiedere la perfezione agli altri senza padroneggiare la propria grammatica significa predicare bene e razzolare male.
In mezzo a tanta rigidità, l'unica reale nota positiva è la proposta della "remigrazione programmata attraverso l'immigrazione rotazionale". Permettere a un lavoratore straniero di venire legalmente in Italia per qualche anno, accumulare competenze e risorse (con liquidazione finale) per poi rientrare in patria ad avviare un'attività, è un modello valido e dignitoso per governare i flussi alla radice, anche se da solo non risolve del tutto il problema.
Emergenza ambientale e geopolitica
Un altro punto sconcertante riguarda la totale cecità di fronte all'emergenza ambientale. Il testo liquida la transizione verde e la decarbonizzazione come semplici "fisse ideologiche" europee da cancellare. Con estati che superano costantemente i 40 gradi e una crisi climatica che sta devastando la nostra agricoltura, le riserve idriche e le infrastrutture, considerare l'ambiente un problema inesistente fa davvero venire i brividi. Ma su come Vannacci ritorni su questo tema proponendo la sua specifica ideologia ci soffermeremo meglio nel prossimo post.
Quando si passa alla politica estera, il manifesto si trasforma in una complessa costruzione teorica, citando il Katechon teologico, Dante Alighieri, il Sacro Romano Impero e varie teorie diplomatiche. Si propone di scavalcare l'Unione Europea per trattare direttamente con la Casa Bianca o con i governi sovranisti come Ungheria e Slovacchia, attaccando l'UE per la sua presunta "invasione maomettana". Spaccare l'Europa, però, non fa l'interesse dell'Italia: fa solo il gioco di superpotenze come Stati Uniti, Russia e Cina, che hanno vita facile nel dominare paesi europei divisi e isolati. L'Italia deve saper interloquire con tutti, proponendosi come mediatore neutrale nei conflitti russo-ucraino e mediorientale, ma deve farlo da protagonista dentro l'Unione Europea, non da Italia isolata.
Il punto più surreale si raggiunge quando si ipotizza di gestire la diplomazia e le informazioni internazionali d'Italia facendo perno sul dialogo con la Chiesa Cattolica. In uno Stato laico e moderno la politica estera e le analisi strategiche si fanno con i canali istituzionali e l'intelligence, non appaltando le informazioni alla rete ecclesiastica.
Riporto direttamente le frasi esatte del programma per farvi capire fino a che punto si spingono:
>
Il finto pragmatismo
Nel testo si legge che la linea del movimento dovrebbe basarsi su "amicizia con chi ci rispetta, fermezza con chi ci danneggia, pragmatismo in ogni dossier". Ma non c'è alcun pragmatismo reale se poi si sottomette ogni missione militare o accordo economico alla "difesa della visione romana e cristiana del mondo".
Invocare l'Impero Romano e citare Dante ("onde Cristo è romano") per definire i contratti energetici, le infrastrutture o le rotte navali è l'esatto contrario del realismo politico. Significa fare della propaganda ideologica l'unico filtro per le relazioni internazionali, riducendosi a fare i teorici sul palco invece di tutelare le aziende e gli interessi concreti del Paese.
Tutte le successive analisi verranno fatte in un secondo post, altrimenti questo sarebbe diventato davvero troppo lungo. Voi intanto cosa ne pensate di questa prima parte? Scrivete la vostra nei commenti!
Anche per sognare servono le autorizzazioni?
Buongiorno, buon pomeriggio e buonasera a tutti, a seconda di quando leggerete questo post.
Disclaimer importantissimo: questo è un testo che potrebbe essere divisivo. Ho notato che in rete la discussione si è polarizzata parecchio: molte persone sono scattate subito a difendere i ragazzi, senza magari riflettere seriamente sulla questione complessiva. Questa è la mia linea di pensiero; perciò, se partite dal presupposto assoluto che i giovani abbiano ragione al 100% e che l'adulto abbia torto su tutta la linea, forse questo post vi farà solo arrabbiare. Il mio obiettivo non è provocare, ma invitarvi a ragionare in modo aperto. Nei commenti, vi chiedo quindi di essere il più civili e rispettosi possibile.
Parlo della storia dei ragazzini di 13 anni che, a Pradamano, hanno allestito un piccolo banchetto in strada per vendere limonata, caffè e dolci a offerta libera, con l'obiettivo genuino di racimolare i soldi per comprarsi un vecchio motorino Piaggio "Ciao". Tutto andava bene, finché un cittadino non ha chiamato la polizia locale. Come raccontato successivamente, quel signore ha chiesto ai ragazzini se avessero le autorizzazioni necessarie, comprese quelle igieniche per gli alimenti, attivando poi l'intervento dei vigili che hanno dovuto bloccare il chiosco.
Mettiamo subito in chiaro una cosa dal punto di vista legale, cercando di essere il più oggettivi possibile: quel signore ha tecnicamente ragione. Le regole igienico-sanitarie esistono per proteggere la salute pubblica e vanno rispettate. Però, la vera domanda da cui voglio partire non riguarda l'avvenimento in sé, su cui possiamo avere visioni etiche e morali differenti, pensando ad esempio che l'adulto potesse farsi gli affari suoi, ma un altro interrogativo: quanto è difficile fare impresa al giorno d'oggi in Italia? Quanti livelli di burocrazia deve superare una persona prima di poter diventare a tutti gli effetti un imprenditore o un'imprenditrice?
Questo episodio, per quanto piccolo, è la metafora perfetta di quante montagne di carta e quanti muri amministrativi un cittadino o una cittadina debbano oltrepassare prima di avviare una qualunque attività. Pensiamo banalmente a cosa serve oggi: si deve presentare la SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività), iscriversi nel Registro delle Imprese, aprire la partita IVA e così via. Per non parlare di tutte le altre certificazioni come quelle alimentari, per cui serve il corso HACCP. Spesso si spendono migliaia di euro tra commercialisti e tecnici prima ancora di fatturare un solo centesimo.
La burocrazia è ormai ovunque, ed è un problema enorme che troviamo, ad esempio, anche nelle scuole. Lì il corpo docente e la dirigenza scolastica devono passare la maggior parte del tempo a compilare scartoffie, moduli per i progetti o a gestire il continuo scambio di circolari. Chi insegna dovrebbe dedicarsi alla didattica, non alla burocrazia. Lo stesso accade negli ospedali, dove il personale medico passa ore a riempire moduli di scarico di responsabilità per ogni singola prestazione.
Sia chiaro: le regole e la burocrazia servono. Sono nate per evitare gravi problemi e per proteggere la collettività, pensiamo alla sicurezza sul lavoro o all'igiene dei cibi. Ma allora la domanda fondamentale, che dovrebbe essere il fulcro di questo dibattito, è: qual è il limite? Qual è il confine oltre il quale la burocrazia smette di proteggere e inizia invece a essere solamente un peso?
Secondo me, la burocrazia è una protezione sacrosanta quando difende la vita: è giusta quando garantisce che un balcone sia sicuro, che chi lavora torni a casa sano e salvo la sera dalla propria famiglia, o che il cibo servito sia sicuro perché si sa come manipolarlo senza rischi. Diventa invece un peso ingiusto e spietato quando si trasforma in una montagna di moduli identici da inviare allo stesso ufficio, o quando bisogna aspettare mesi solamente per ottenere un timbro su un foglio.
La burocrazia diventa assurda quando si fa oppressiva, togliendo dignità al lavoro. Mi metto nei panni di chi vive questa realtà ogni giorno: penso a chi esercita la professione medica e vorrebbe solamente curare i propri pazienti, ma oggi deve firmare fogli su fogli per tutelarsi legalmente, perché l'errore umano ormai non è più tollerato. Penso a chi insegna per amore, per educare e far crescere le nuove generazioni, e si ritrova a perdere le giornate tra circolari e verbali. Penso a chi lavora nell'artigianato, nel commercio, nella psicologia o nella ricerca. Persone appassionate che amano il proprio mestiere, ma che si sentono con le mani legate a rincorrere muri di carta.
Quando le regole spengono la voglia di fare e bloccano l'energia dell'impresa invece di aiutarla, significa che abbiamo superato un limite morale ed etico. In questo modo stiamo distruggendo una delle cose più belle del mercato: l'iniziativa personale, privata e umana. Poter fare impresa era la parte migliore di questo sistema. Le regole servono, indubbiamente, ma non devono trasformarsi in una gabbia che soffoca i sogni e la voglia di fare; altrimenti, rischiamo di fare la fine di un uccello a cui vengono tagliate le ali.
AI Act europeo: solo il primo passo di mille.
Buongiorno, buon pomeriggio e buonasera a tutti. Chiaramente dipende da quando state leggendo questo post!
Oggi volevo riflettere insieme a voi sull'AI Act europeo, ovvero la nuova legge dell'Unione Europea creata per stabilire regole chiare e controllare l'uso dell'intelligenza artificiale, garantendo sicurezza e correttezza. Vi pongo subito una domanda molto diretta per iniziare: oggigiorno si parla spessissimo di intelligenza artificiale, ma secondo me lo si fa quasi sempre in modo troppo polarizzato, "bianco o nero". Da un lato, la maggior parte delle persone la vede in chiave ultra-positiva, come uno strumento miracoloso in grado di aiutarci in qualsiasi cosa; dall'altro lato, c'è chi la considera un pericolo assoluto che isola gli individui, li rende pigri e rischia di rubare loro il lavoro in futuro.
Soggettivamente parlando, la mia visione si colloca esattamente nel mezzo: considero l'intelligenza artificiale semplicemente come uno strumento. E quando si parla di strumenti ci sono due parole fondamentali da tenere a mente, ovvero l'uso e l'abuso a cui però ne aggiungerò una terza nella mia argomentazione finale.
L'uso di uno strumento può essere consapevole, etico e morale. Con questo intendo dire che, molto banalmente, se si ha bisogno di svolgere un lavoro e velocizzare i tempi, l'intelligenza artificiale può offrire un ottimo supporto. Ad esempio, per uno studente alle prese con compiti ripetitivi, noiosi e meccanici, come ordinare una lunga lista di dati o correggere la formattazione di un testo, impiegare l'IA per ottimizzare quella parte automatica rappresenta un utilizzo intelligente e sano.
L'abuso, invece, nasce quando si decide di delegare interamente la propria vita alla tecnologia. Diventa una deriva dannosa, specialmente in ambito scolastico, quando gli studenti si fanno svolgere i compiti interamente dall'intelligenza artificiale senza nemmeno leggerli e smettendo di ragionare con la propria testa, oppure quando le persone si isolano fino a non saper più vivere senza un'applicazione o uno schermo davanti agli occhi.
Ed è proprio qui che si collega la mia riflessione di oggi: lasciando da parte gli aspetti positivi di Internet per concentrarmi sul lato più oscuro, vorrei parlare del degrado causato dall'abuso della tecnologia, come la dipendenza emotiva artificiale e l'uso distorto dei deepfake per colpire le persone.
Davanti a tutto questo, come ci si può muovere sul piano legislativo? Personalmente mi trovo d'accordo con il passo compiuto dall'Unione Europea con l'approvazione dell'AI Act, diventato pienamente applicabile in questi mesi, poiché introduce obblighi sacrosanti: chiunque utilizzi l'IA per generare immagini sintetiche, testi complessi o video alterati ha l'obbligo legale di inserire un bollino trasparente e chiarissimo per avvisare gli utenti che il contenuto non è reale. Inoltre, chi viola questa trasparenza rischia sanzioni durissime, che possono arrivare fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato globale annuo delle multinazionali coinvolte.
(Per chi volesse approfondire il testo di legge nel dettaglio, lascio qui sotto il link ufficiale: https://www.europarl.europa.eu/topics/it/article/20230601STO93804/normativa-sull-ia-la-prima-regolamentazione-sull-intelligenza-artificiale).
Sulla carta si tratta di un importante passo avanti, ma non basta e serve un pugno ancora più duro. Le lobby del settore tech fanno enormi pressioni a Bruxelles per addolcire le sanzioni, pensando esclusivamente al proprio profitto e ignorando i rischi a cui vengono esposte le persone ogni giorno, in particolare i più giovani.
Per questo l'Unione Europea non deve cedere di un millimetro, ma muoversi come un blocco politico unito e forte per sconfiggere la dipendenza tecnologica dalle multinazionali estere, da cui stiamo diventando schiavi soprattutto a livello di software civili (lasciando da parte il tema militare). Un esempio straordinario di sovranità tecnologica ci arriva dalla Francia, il cui governo ha avviato un piano strutturato per uscire progressivamente da Windows e tagliare la dipendenza dalle multinazionali americane come Microsoft, sostituendo i sistemi operativi della pubblica amministrazione con Linux e software open source. Questo significa avere coraggio politico e proteggere i dati dei cittadini, recidendo il cordone ombelicale con l'estero.
L'Unione Europea deve seguire questa strada, dimostrandosi più compatta contro le Big Tech per dettare le regole almeno a casa propria. Qualsiasi strumento, al di là dell'uso e dell'abuso, richiede infatti quella terza parola che vi avevo promesso all'inizio: la regolamentazione. Senza regole rigide e guidate dallo Stato, l'uso corretto svanisce e rimane solo l'abuso selvaggio; far rispettare tali norme non è affatto semplice, ma le sfide più complesse sono spesso anche quelle più necessarie.
Disunione europea
Buongiorno, buon pomeriggio e buonasera a tutti (chiaramente dipende da quando state leggendo questo post!
Oggi vorrei portarvi una riflessione nata proprio dagli ultimissimi avvenimenti. Come avete visto, la Spagna ha appena risposto alla mossa del nostro governo introducendo, a sua volta, controlli di frontiera a campione su tutti i voli e i traghetti provenienti dall'Italia.
La scelta iniziale dell'Italia di sospendere il trattato di Schengen è stata un'azione abbastanza rischiosa: non voglio definirla stupida, ma quantomeno azzardata, e infatti ha finito per scatenare questa immediata e illegittima reazione a catena da parte di Madrid. La scelta del nostro governo, alla fin fine, si è rivelata sbagliata, e posso ipotizzare che lo abbiano fatto solo per dare una prova di forza, mostrando a fini politici che il governo protegge i propri territori.
La cosa più grave, però, non è tanto questa lotta infantile tra Spagna e Italia a colpi di ultimatum, ripicche e sospensioni di Schengen, considerando che Madrid alla fine è riuscita in qualche modo a gestire sul momento la crisi legata ai flussi migratori rimpatriando alcune persone. Il vero scandalo, secondo me, è l'indifferenza totale e attuale dell'Unione Europea. Si parla continuamente di immigrazione, anche qui in Italia, usando sempre le solite parole di rito, ma senza mai affrontare il nodo di come l'Europa, come blocco unico, debba gestire e combattere l'immigrazione clandestina.
Per questo il punto fondamentale del post è: qual è il ruolo dell'Unione Europea davanti a tutto questo? A causa di tutto questo immobilismo, oggi possiamo quasi definire questa istituzione non più come un'Unione, bensì come una vera e propria "disunione europea".
Eppure l'Europa avrebbe la chance di mostrarsi forte a livello internazionale. Dovrebbe, ad esempio, intervenire subito in questa assurda disputa tra Stati membri, ponendosi come un soggetto terzo e neutrale capace di mediare e far dialogare i Paesi attualmente in conflitto politico; ma soprattutto, l'Europa dovrebbe difendere in prima persona l'integrità territoriale dei suoi confini esterni. È giusto che ogni singolo Paese adotti le proprie soluzioni interne, ma se davvero tanti sognano un'Europa federale (spoiler: non arriverà mai), il primo passo dovrebbe essere proprio una difesa comune dei confini.
I territori di Ceuta in Spagna o le coste di Lampedusa e della Sardegna, concretamente parlando, non sono semplici confini nazionali, poiché al loro interno ospitano cittadini e cittadine europee: è quindi l'Europa che deve intervenire a proteggerli direttamente, senza lasciare i singoli membri abbandonati a se stessi.
Dobbiamo pretendere un'Europa unita che sappia ascoltare tutti i Paesi, dal più grande al più piccolo, perché se fossimo davvero uniti avremmo un potenziale economico e politico immenso. Invece l'Europa si comporta un po' come una persona che ha tutte le capacità per fare grandi cose, ma non le sfrutta e non si applica.
È esattamente per questa nostra debolezza che poi subiamo le derisioni da parte delle altre potenze extraeuropee: basti pensare a quante volte Donald Trump ha deriso pubblicamente l'Europa per la sua totale incapacità di agire unita, e queste prese in giro purtroppo arrivano proprio perché ci mostriamo deboli e prestiamo il fianco.
Voglio essere chiarissimo: io non sono contro l'Unione Europea, sono contro questa Unione Europea. Definirla oggi un'Unione è quasi un complimento, essendo un continente di Paesi frammentati che provano a stare insieme senza mettersi mai d'accordo su nulla, nemmeno sulle emergenze globali come il superamento della crisi climatica, dove dovremmo muoverci con un fronte unico che invece non esiste.
Vedere un progetto con un potenziale così alto, che potrebbe brillare e guidare il mondo, sgretolarsi giorno dopo giorno a causa di scelte politiche sbagliate e vaneggiamenti dei singoli governi è un vero colpo al cuore. Per questo dico che, secondo me, l'Unione Europea è un progetto che sulla carta sarebbe stato anche ottimo, ma che nella pratica si sta piano piano distruggendo come un castello di carte.
Premier o presidente: chi comanda davvero?
Buongiorno, buon pomeriggio e buonasera a tutti! Chiaramente dipende da quando state leggendo questo post. Oggi vorrei proporvi una riflessione sulla riforma del premierato. Chiariamo subito un punto: l'obiettivo dichiarato di questa proposta è quello di dare stabilità all'Italia, evitare che i governi cadano ogni anno e far scegliere il premier direttamente ai cittadini. Di per sé, questo è un intento assolutamente nobile che condivido al cento, anzi, al centotré per cento. L'intenzione non è il problema principale, bensì il modo in cui si sta cercando di realizzarla, poiché la strada scelta mi fa un po' insospettire e mi sta facendo comprendere che la situazione andrà invece al contrario rispetto a quanto dichiarato.
Seguiamo il mio ragionamento. Questa analisi rappresenta un punto di vista puramente soggettivo: non costituisce una presa di posizione preconcetta contro il premierato, bensì un ragionamento che spero risulti logico. Auspico che ognuno di voi sviluppi una propria opinione e un proprio pensiero critico su questo argomento, argomentando a favore o contro liberamente. Questo intervento esprime soltanto il mio punto di vista e non intende convincere nessuno.
Andiamo ad analizzare la situazione. Con questa legge, al premier eletto verrebbe garantito un premio di maggioranza del 55% dei seggi in parlamento. Cosa significa in parole povere, per fare un esempio pratico? Significa che più della metà delle sedie e dei voti in parlamento verrebbe assegnata alla sua coalizione per blindare il governo. Davanti a tutto questo, il dubbio sorge spontaneo: se il premier acquisisce questa forza, il Presidente della Repubblica che cosa fa?
Già oggi, secondo me, chi ricopre la carica di capo dello Stato detiene poteri forti ma circoscritti, pensati soprattutto per i momenti di emergenza. È lui infatti che nomina il premier, approva i ministri e può, in tempi di crisi, sciogliere le camere per rimandarci al voto. Si tratta della nostra massima figura di garanzia neutra: in caso di pericolo istituzionale, c'è lui a proteggerci. Con la riforma, tuttavia, il suo ruolo verrebbe, secondo me, non tanto svuotato, quanto meno indebolito. Certo, non diventerebbe una figura del tutto cerimoniale, poiché manterrebbe la presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura o il comando delle forze armate. Ciononostante, sulla scelta del governo non conterebbe quasi più nulla: sarebbe obbligato a nominare il premier scelto dal popolo, senza poter dire mezza parola. Eventuali obiezioni a una scelta popolare lo porterebbero a scontrarsi con la democrazia stessa, e sappiamo che democrazia significa proprio potere al popolo.
Ed è qui che mi si accendono i campanelli d'allarme. Se è giusto che i cittadini scelgano il premier, allora dovrebbe essere altrettanto giusto poter scegliere direttamente anche il presidente. In mancanza di ciò, la domanda nasce spontanea per il timore di creare due figure istituzionali destinate, secondo me, a calpestarsi i piedi. Si sa che quando ci si calpesta i piedi non finisce mai bene: uno dei due si arrabbia, solitamente.
Immaginiamo uno scenario reale: il premier, eletto direttamente dal popolo con il 55% dei seggi, entra in contrasto con il Presidente della Repubblica sulla nomina di un ministro o su una legge. Ricordiamo che il presidente può rinviare una legge alle camere una sola volta, mentre l'obbligo di firma scatta qualora il parlamento la rivoti una seconda volta senza modificarla. Realisticamente, il potere più forte che la massima carica dello Stato possiede oggi, oltre a quelli già citati, rimane la gestione delle crisi di governo e del parlamento. Togliendogli quel potere, gli rimarrebbe comunque qualcosa di ottimo, ma non quello che mi aspetto io per agire da arbitro. Chi avrebbe l'autorità morale per imporsi in un conflitto simile? Il presidente o la presidentessa avrebbe ancora la forza di fare da arbitro? Una simile legittimità verrebbe meno davanti a un leader che dichiara di essere stato scelto dal popolo con milioni di voti. Capitemi che avrebbe le mani abbastanza legate. Esisterebbe comunque la possibilità di opporsi al premier, tuttavia farlo significherebbe andare in parte contro la democrazia.
Il mio motto rimane comunque una soluzione molto semplice, un principio che amo moltissimo e penso che amerò per sempre: più semplice è, meglio è. Trovo inutile mantenere in piedi due figure distinte qualora una di queste venga privata di una delle sue funzioni di arbitro in caso di crisi importante. Allora, riprendendo la domanda iniziale, perché non si può andare a votare direttamente il presidente e avere lui come figura singola? Si potrebbe pensare a un'unica carica, magari sul modello presidenziale americano o sul semipresidenziale francese.
Se dovessi immaginare una soluzione, potremmo pensare a un sistema con un massimo di 10 partiti politici autorizzati a partecipare alle elezioni parlamentari, con un riconoscimento periodico tramite consultazioni primarie aperte online e una soglia elettorale fissa al 5% a livello nazionale per azzerare i micro-partiti. Il mandato del presidente durerebbe 5 anni, associato a un chiaro rapporto con il parlamento basato sulla verifica degli obiettivi e sulla possibilità di sfiducia costruttiva in caso di mancati risultati, per evitare vuoti di potere. Il governo sarebbe diviso in dipartimenti tematici: il presidente guiderebbe la politica estera e il vicepresidente la sicurezza interna, mentre in caso di impedimento o sfiducia l'intero esecutivo cadrebbe per riavviare il processo elettorale.
Certo, capisco perfettamente che una soluzione del genere andrebbe a modificare pesantemente la Costituzione, un'operazione che non va mai compiuta con leggerezza. Ciononostante, se la riforma attuale del premierato rischia solo di generare un enorme caos e un cortocircuito istituzionale, come emerso da questo ragionamento, pur sapendo che ognuno di voi ne avrà uno proprio, forse conviene tenersi lo Stato attuale e lasciarlo così com'è. In alternativa si potrebbe accettare questo cambiamento del premierato, correndo però il rischio che l'obiettivo finale si riveli esattamente opposto a quello dichiarato.
Il premierato può funzionare, ma non in questa forma e non in questo paese; almeno secondo me.