Un piccolo passo avanti per farne mille indietro
Buongiorno, buon pomeriggio e buonasera a tutti; chiaramente dipende da quando state leggendo questo post.
Oggi parleremo di educazione sessuale e affettiva nelle nostre scuole, il punto è che, secondo me, il decreto Valditara non risponde per niente all'esigenza di un rafforzamento di questa materia. Al di là del fatto che l'educazione sessuale all'asilo non si possa fare, io inizierei comunque a seminare qualcosa già dalla quarta o quinta elementare, guardando ai modelli dei Paesi del Nord Europa dove questo insegnamento è obbligatorio e naturale.
Specialmente oggi con l'avvento di Internet la situazione è pericolosa, è lecito che qualcuno possa domandarsi come faccia un bambino di sette anni ad avere lo smartphone, ma basta guardare i ristoranti o la vita quotidiana per accorgersi di quanti genitori diano il telefono ai propri figli o figlie per farli stare zitti o zitte. Il telefono è uno strumento potente che bisogna saper usare bene. Se un bambino o una bambina lo utilizza per cercare determinate cose su Internet è normale, perché a quell'età la curiosità è naturale, magari alimentata da quello che si sente dire nel gruppo di amici o di amiche.
Il vero problema è che sappiamo tutti benissimo cosa rischiano di trovare online in quel modo: contenuti distorti che si introducono nella loro testa invece di essere spiegati in modo completamente diverso, protetto e consapevole. Trovo, quindi, che la cosa più grave di questo decreto sia l'obbligo del permesso scritto da parte dei genitori.
Qualcuno potrebbe dire che i genitori debbano essere a conoscenza delle attività scolastiche, e sono d'accordo, ma questo dovrebbe avvenire all'inizio dell'anno firmando il Patto di corresponsabilità educativa. Proprio tramite quest'ultimo documento, all'inizio dell'anno, si può comunicare la presenza di consultori interni e la disponibilità di colloqui individuali con lo psicologo o con la sessuologa per la componente studentesca delle scuole medie e superiori. Inoltre, si specifica che durante l'anno verranno svolte attività informative dedicate all'educazione affettiva e sessuale.
Questo approccio iniziale è decisamente migliore rispetto all'obbligo di chiedere un consenso scritto pochi giorni prima dell'inizio di ogni laboratorio. Una richiesta continua e a ridosso dell'evento finisce per amplificare l'imbarazzo dell'intera componente studentesca, specialmente se il rapporto comunicativo a casa è più chiuso o difficile. Certo, è legittimo che un genitore possa non essere d'accordo e decidere di dire di no.
Il punto centrale, però, è un altro: l'educazione sesso-affettiva serve a formare una maggiore consapevolezza del proprio mondo interiore e a insegnare a relazionarsi in modo positivo, sano e costruttivo con le altre persone. Impedire la partecipazione a questi percorsi significa attuare una privatizzazione e una privazione profonda, togliendo la possibilità di conoscere meglio se stessi e le proprie relazioni. Inoltre, nelle scuole ci dovrebbero essere stabilmente psicologi, mediatori linguistici e un consultorio interno con sessuologi.
Il mio pensiero è che l'educazione non riguarda solo imparare cosa è successo a Waterloo, quanto fa tre alla terza, o studiare italiano, storia, matematica e inglese. Sono materie importanti, ma la formazione deve essere a 360 gradi. Oggi l'educazione civica è diventata una materia debole che trasmette poco, trasformata in un elemento burocratico che mette ansia da prestazione; infatti, se si prende un'insufficienza in educazione civica, si rischia di avere il debito o di subire conseguenze dirette sul voto di condotta.
La scuola dovrebbe togliere pressione, non aggiungerne. L'educazione deve diventare totalizzante ed è proprio per questo che è necessario rafforzare l'educazione finanziaria nel nostro Paese, così come serve un piano strutturato per l'educazione sessuale dalla terza media in poi. Chiaramente non servirebbero soltanto queste due materie, ma ce ne vorrebbero anche altre; queste, attualmente, sono solo i primi esempi fondamentali che vengono in mente per una scuola davvero completa.
È importante sottolineare che questi laboratori non devono ridursi alle solite lezioni frontali in cui una figura esperta arriva, spiega e se ne va, ma devono essere attività coinvolgenti e progetti capaci di stimolare la componente giovanile. Ed è proprio per questo che trovo assurdo che il Ministro liquidi percorsi così partecipativi bollandoli semplicemente come "propaganda gender".
All'interno di queste ore, al contrario, è fondamentale e giusto parlare apertamente di identità di genere e di omoaffettività, perché la diversità non è una moda recente, ma è sempre esistita nella storia umana. Pensiamo ad Alan Turing: una mente geniale che ha cambiato le sorti del mondo e che non era eterosessuale, ma omoaffettivo, eppure è stato tragicamente perseguitato per questo.
L'eterosessualità non può essere considerata l'unico canone di normalità ed è tempo di riconoscere e accettare tutte le identità. Trovo altrettanto assurdo che in Italia una persona omoaffettiva non possa sposarsi con rito civile egualitario o adottare figli, forse perché la politica ha paura delle reazioni della Chiesa.
Questo rifiuto della diversità si collega perfettamente al razzismo e al modo in cui guardiamo i migranti. Spesso si generalizza l'immagine degli stranieri che delinquono per dire che tutte le persone di colore portano il male, creando una deviazione del pensiero. Questa distorsione è fortemente alimentata sia dai mezzi di comunicazione, che su queste notizie di cronaca ci marciano parecchio, sia da una parte della politica, sempre pronta a lanciare slogan immediati per fare propaganda contro l'immigrazione.
Ormai cavalcano persino parole d'ordine di tendenza come "remigrazione" pur di soffiare sul fuoco dell'intolleranza. Al contrario, le culture diverse vanno accolte e possono mescolarsi portando novità positive, a patto che rispettino le leggi, la cultura e il buon costume del Paese in cui si trovano.
Martin Luther King è morto combattendo la segregazione razziale, eppure ancora oggi c'è chi guarda le persone con occhi diversi solo per il colore della pelle. Tutto questo mi fa pensare a una riflessione contenuta nel libro "Robinson Crusoe". Quando Robinson vede gli indigeni sulla spiaggia, il suo primo impulso è prendere il fucile e ucciderli tutti. Poi però si ferma a riflettere e si chiede con quale diritto lui possa giudicare quegli uomini e definire sbagliata la loro cultura, considerando che la sua stessa civiltà si macchia di altre violenze, come l'uccisione degli animali.
Purtroppo oggi si vive troppo all'interno del proprio schermo e del proprio "io". Tutto ciò che è fuori sembra strano, ed è allucinante che la realtà venga vista sotto un unico punto di vista, rifiutando di accettare le altre prospettive. Trovo ancor più assurdo doverne ancora parlare nel 2026, dover ancora discutere del fatto che avere la pelle di un colore diverso sia identico ad averla bianca, o dover lottare per diritti che dovrebbero essere scontati.
Erano proprio questi i traguardi elementari che Martin Luther King sperava si verificassero, le fondamenta di quel sogno per cui ha dato la vita. E insieme a lui anche Nelson Mandela, che ha combattuto per dimostrare che l'uguaglianza non è un'opinione, ma un diritto umano universale. È assurdo che, dopo le loro battaglie e i loro sacrifici, siamo ancora qui a dover rivendicare l'ovvio.
È semplicemente incredibile che la normalità venga schiacciata ogni volta sotto un unico punto di vista, rifiutando di vedere che essa si esprime, invece, in mille punti di vista differenti. La cosa più inquietante, secondo me, a cui stiamo assistendo ultimamente è come l'istruzione riesca in qualche modo a influenzare e a indirizzare il pensiero della componente studentesca.
Per questo motivo ritengo che l'istruzione debba rimanere il più possibile terza e imparziale: non deve trasmettere ideologie di destra o di sinistra, né deve appiattirsi sulle dottrine religiose. Per questo ritengo che la riforma, di conseguenza, non rappresenti affatto un passo in avanti, bensì un netto e profondo passo indietro.
Questo si tramuta nel chiudersi anziché abbracciare la modernità e un mondo che va inevitabilmente avanti. L'educazione sesso-affettiva deve essere maggiormente rafforzata già a partire dalla prima media, senza che questo tolga alle famiglie il dovere di educare i propri figli e le proprie figlie.
Tuttavia, anche in questo ragionamento esiste una chiara fallacia logica: se la componente studentesca di oggi non riceve una corretta formazione a scuola, domani diventerà a sua volta genitore. Come potrà, allora, educare la propria prole se in passato non ha ricevuto gli strumenti adatti? Ci troviamo davanti a un circolo vizioso strutturale che è assolutamente necessario spezzare.
Oggigiorno l'unica vera strada è costruire consapevolezza digitale, superando la chiara contraddizione normativa per cui a scuola si vieta lo smartphone ma si permettono tablet e PC, che causano la medesima dipendenza. Invece di limitarsi a divieti parziali, le istituzioni dovrebbero centralizzare la reale comprensione di questi strumenti, trasformando la scuola nel luogo in cui si impara a decodificare la complessità della rete attraverso un percorso laico e congiunto insieme alle famiglie.
Questo, secondo me, sarebbe il vero modo di abbracciare la modernità, invece ci troviamo davanti all'ennesima riforma che non promuove un bel nulla, l'ennesima dimostrazione di come si tenda sempre a fare piccoli passi superficiali senza mai modificare il problema in modo strutturale. Si fanno piccoli passi mediatici solo per dimostrare a giornali e TV che si sta parlando di educazione sessuale, quando nei fatti non si sta costruendo niente.
Genitori non si nasce, non si diventa, bensì si impara a esserlo. Avere una base solida fin da giovani, almeno secondo me, aiuterebbe tantissimo le famiglie del domani. Trovo ancor più assurdo doverne ancora discutere nel 2026, dover ancora rivendicare che avere la pelle di un colore diverso sia identico ad averla bianca, o dover lottare per diritti che dovrebbero essere scontati.
Erano proprio questi i traguardi elementari che Martin Luther King sperava si verificassero, le fondamenta di quel sogno per cui ha dato la vita. E insieme a lui anche Nelson Mandela, che ha combattuto per dimostrare che l'uguaglianza non è un'opinione, ma un diritto umano universale.
Oggi fare il genitore è probabilmente il mestiere più difficile del mondo; proprio per questo ci vorrebbe una mano forte da parte dello Stato. Una mano protettiva e lungimirante che, purtroppo, attualmente continua a non vedersi, né nell'ambito dell'educazione né in altri settori pubblici come la sanità.