Il calcio dilettantistico italiano ha scimmiottato le dinamiche tossiche di quello professionistico
Ciao a tutti,
vorrei fare una mia riflessione sul calcio dilettantistico qui in Italia, mi riferisco almeno a prima/seconda categoria che è dove più o meno ho sempre giocato.
Già da piccolo, a livello giovanile, ho sempre trovato assurda la maniera di gestire le squadre. In categorie come juniores provinciali, in squadre magari pure di bassa classifica, sentivo allenatori e presidenti parlare di mentalità, di guerra, dire esplicitamente "Non siamo qui per divertirci, se volete divertirvi andate a giocare con gli amici". E chiarisco: il calcio è competizione, agonismo, come tutti gli sport d'altronde. Ma se fin da piccolo, in squadre di bassa categoria, ci si sente dire che non si è lì per divertirsi, per cosa si gioca a fare, dal momento che si toglie il tempo allo studio per farlo? E questo seguito da tante altre cose: calci alle borse, lavagnette lanciate, presidenti che entrano a fine primo tempo nello spogliatoio, bestemmiando e strillando perché si è preso l'ennesimo gol da palla inattiva, il tutto davanti a dei ragazzini di 13/14 anni.
Questo mi ha fatto anche smettere per qualche anno, ho ricominciato poi solamente perché amo questo sport, e in un futuro, vorrei sicuramente allenare o magari provare a fare il direttore sportivo, perché comunque mi sono sempre fatto ben volere ed ho una buona rete.
Tuttavia, anche da più grande, in queste categorie più basse, trovo delle cose assurde. Sempre più squadre, costruiscono queste rose giganti, di 30 e passa persone, 3 scelte per ruolo, anche quando non serve, quando il giocatore nel ruolo è già forte e ha già giocato bene, con la giustificazione che "La competizione alza il livello". Qualcuno, a volte, la domenica, fa venire gente alle 9 di mattina, per poi dire solo sul momento chi andrà in tribuna. Queste sono dinamiche da professionismo, non applicabili a questi livelli: chi ha lavoro, università, ragazza, famiglia, deve venire lì 2/3 volte a settimana, tornando a casa alle 23, alzarsi la mattina alle 9, per trovarsi 3 scelte nel suo ruolo, se una volta ha la febbre non viene convocato, e il tutto per cosa? Perché tanto se vinci il campionato non è che ti arrivano i milioni.
Spesso, gruppi storici, vengono distrutti perché "Se i nuovi sono meglio dei vecchi, mando via tutti i vecchi". Per carità, ovviamente è giusto ogni anno prendere qualche persona nuova, se è veramente di livello superiore. Ma se cambia poco, se magari il nuovo è anche una testa calda, che neanche lega col resto del gruppo, ha senso rischiare di perdere in un paio d'anni 10/15 persone che stanno lì da anni e ti reggono tutto? Queste situazioni solitamente vanno bene un paio d'anni, poi qualcosa scoppia e si ritrovano senza più nessuno. Inoltre, persino nei contesti dilettantistici, bastano un paio di mesi sottotono, per cui si diventa sostituibili e potresti essere tranquillamente mandato via o comunque messo in tribuna fisso.
Tutte queste dinamiche, mi sembrano uno scimmiottamento del professionismo, che oltretutto, negli ultimi 10/15 anni, in Italia, ma piano piano anche nel resto del mondo, sta andando alla deriva più totale.
Da piccolo ero un grande tifoso della Roma, adesso le seguo più che altro per compagnia e per amore dello sport, ma non più per il tifo. Una cosa che mi fece innamorare del calcio, fu la Roma di Spalletti: tolto Totti, non aveva gente sulla carta veramente di livello, eppure, lottava con l'Inter per lo scudetto, arrivava ai quarti e agli ottavi di Champions, vinceva qualche Coppa Italia e Supercoppa, se la giocava con squadre molto più blasonate dando spesso lezioni di calcio(al Lione, al Real, il 3-1 al Chelsea). Eppure, poi, guardando adesso quella squadra: De Rossi era un giovane un po' irrequieto, non era certo De Rossi. Cassetti e Tonetto erano 2 terzini di provincia, arrivati pure in età avanzata. Perrotta era un buon centrocampista di quantità, non era certo l'incursore micidiale che è diventato dopo. Mancini era un buon giocatore di qualità, molto discontinuo. Taddei un buon giocatore di qualità da squadre di bassa classifica. Doni era un portiere brasiliano sconosciuto. Mexes era un difensore indisciplinato e fumantino.
Eppure, lavorando sul gruppo, sulla coesione, su quegli stessi giocatori, poi, sono arrivati ad altissimi livelli. Tanto che, quando sono arrivati giocatori più blasonati, come magari Julio Baptista, o Cicinho, hanno reso meno di quelli che sulla carta erano più scarsi.
Oggi, non funziona più così: un giocatore che sbaglia qualche partita è da sostituire, un allenatore che perde 2 mesi è da cacciare. Eppure mi ricordo che Spalletti, prima di vincerne 11 di fila, stava sprofondando in classifica. O lo stesso Ranieri, l'anno che perse lo scudetto all'ultimo contro l'Inter.
Di fatto, la cultura del risultato immediato, domina il professionismo, ed è arrivata a dominare anche il dilettantismo. Tutto poi amplificato dai social: squadre dilettantistiche fanno video su youtube delle partite, che postano in continuazione sui social, pagine che vanno in giro a fare video e a commentare partite di provincia, squadre che millantano che dalla terza categoria arriveranno ai pro in pochi anni, con risultati disastrosi.
La conferma più assoluta di questo, l'ho vista durante Italia-Bosnia: gli italiani erano letteralmente terrorizzati. Nel mentre, un giovane sconosciuto del PSV, Bajraktarevic, ai supplementari, prova una rabona. In Italia, nel calcio, non ci si diverte più, mentre da altre parti, sì: questo è ciò che fa la differenza. E questo, parte dagli allenatori giovanili, che ti dicono che non sei lì per divertirti. I giocatori della Nazionale che vediamo oggi, provengono sempre da giovanili, dove gli venivano insegnate queste cose.
Possiamo parlare di tutto, di strutture insufficienti, di mancanza di reti di scouting, dei giocatori che giocano solo perché grossi, dei troppi stranieri: c'è un fondo di verità in tutto. Ma il problema alla base, è esattamente questo. Ma purtroppo, è più comodo affibbiare la colpa a tutto il resto, perché cambiare radicalmente la cultura del risultato immediato, implicherebbe che molti dei vertici attuali dovrebbero farsi da parte, ma il potere tende ad autoconservarsi. È più facile affibbiare la responsabilità al singolo, incolparlo di non avere carattere e personalità , che non ammettere che questo sistema sta distruggendo il calcio.
Voi cosa ne pensate?