u/NecothaHound

Exclamations

Hi again,

Sorry for flooding this group with posts.

As part of my research I'm looking into exclamations used in the tenth century, some are still used today I believe.

I know in sha Allah and al hamdu lillah

I also came across: yā lillāh , wayḥaka, waylī , yā rajul, subḥān Allāh, tallāh and billāh.

First and foremost, I dont speak arabic, if any of these are blasphemous please forgive me, my apologies and most importantely, let me know so I can avoid them.

Does anyone know if they are correct and found in any manuacripts from the middle ages?

Again thanks to you all, hope to not have offended anyone.

reddit.com
u/NecothaHound — 2 days ago

Looking for a clarification

Hi everyone.

I'm doing a research into the muslim expansion in southern europe. In Sicily to be precise.

I'd like to ask if anyone could clarify a term. Im looking for the most correct word used in the tenth century, for 'scroll'.

So far I came across: 'riqq' 'jild' 'ṣafḥah' and 'qirṭās', though the last one is less convincing because Im looking for the most correct term for scrolls that usually were made out of pressed leather.

Thank you to anyone who can shed some light. God Bless.

reddit.com
u/NecothaHound — 3 days ago

Parere su romanzo storico

Salve.

Ho visto che in molti postano prologhi o spezzoni di romanzo per ricevere pareri. Io ne ho tanto bisogno, non ho alcuna preparazione accademica, ma adoro i romanzi storici. Questa è solo una bozza al momento, il romanzo intero è ancora alla prima stesura.

Qualcuno saprebbe dirmi da come scrivo, su cosa dovrei lavorare di più?

Grazie a chiunque spenda del tempo per darmi un parere.

Mi scuso per la formattazione, il copia/incolla mi ha stravolto tutto.

PROLOGO

Monte d’Argento 908 A.D.

La vedetta della fortezza del Garigliano non credeva ai suoi occhi, l’ esercito che piano piano si avvicinava alla loro fortezza sembrava enorme. Dovevano essere in migliaia.

Non facevano caso neppure a non fare rumore, anzi sembravano farlo apposta. Forse per fare sembrare l’ esercito più corposo di quanto fosse, e tutto in pieno giorno.

Con il sole ancora alto nel cielo, la vedetta non si aspettava di certo di vedersi un esercito di quelle dimensioni piombargli addosso.

Tuttavia scese dalla sua torre di appostamento e cominciò a correre a perdifiato verso il ribat. la sua colonia militare. Arrivò madido di sudore, impolverato e senza fiato. Le guardie del corpo del Qa’id della fortezza, gli chiesero se avesse visto un Jinn o Shayṭān in persona, lui rispose solamente: «Peggio!»

Ma si rifiuto di elaborare, volendo riferire di persona quanto visto direttamente al comandante della fortezza. Sapeva bene che Alīku non ammetteva intransigenze quando si trattava di seguire ordini, fare rapporti o rispettare la catena di comando.

Lo portarono da lui, un uomo alto e robusto, aveva già compiuto i cinquant’anni d’età’, ma col suo fisico possente ne dimostrava dieci di meno. Era scuro di carnagione e anche di carattere, aveva una folta barba nera a coprirgli il viso, che manteneva sempre ben curata.

Alīku guardò il murabit, il soldato di frontiera, con disinteresse nonostante sembrasse ancora stravolto.

Ripose lo sguardo al riqq che stava leggendo e gli chiese:

«Parla soldato, cos’è che ti ha tanto turbato?»

«E tornato comandante, quel principe di Benevento, Atenolfo I, e stavolta ha un esercito enorme»

Alīku non credeva alle sue orecchie, fece un espressione cupa. Le guardie del corpo e la vedetta rimasero ammutoliti, aspettando quale fosse la sua reazione.

Scoppiò in una sonora risata, poi si rivolse alla vedetta: «Mi stai dicendo che a quel cane infedele non è bastata l’ultima volta?»

La vedetta cominciò ad abbozzare una risposta che Alīku gli diede una borraccia d’acqua e lo lasciò lì a bocca aperta.

Si incamminò verso il portone principale, salì sul torrione e scrutò l’ orizzonte. L’ esercito di Atenolfo I era già visibile. Dopo poco tempo due emissari a cavallo arrivarono vicino l’entrata.

Alīku pensò che erano furbi, si tenevano vicini abbastanza da poter essere uditi, ma lontani a sufficienza da non venire colpiti da qualche freccia scagliata dagli arcieri.

Il primo tra i due, quello che sembrava più anziano, cominciò a parlare in un arabo neanche troppo stentato: «Il principe di Capua, nonché di Benevento e delle gentis Langobardorum, Atenolfo I ...»

Alīku lo interruppe: «Cosa?! Vieni più vicino codardo, o ti stai urinando addosso dalla paura? Noi mussulmani non scagliamo frecce contro emissari inermi»

Si girò verso i suoi arcieri appostati a entrambi i lati e disse con tono più basso: «Almeno non sempre»

I due emissari si guardarono l’un l’altro, ma nessuno dei due si mosse per avvicinarsi. Alīku riprese a parlare con un tono alto, per marcare la distanza che ancora non veniva colmata dagli emissari

«Dite pure alla ‘principessa’ di Benevento che anche si portasse dietro tutti i suoi fidanzatini, finirà come cinque anni fa, e forse stavolta, anche si nascondesse dietro la gonna di sua madre, in shā’ Allāh lo uccido io stesso a mani nude!».

Gli emissari si guardarono tra loro un’ altra volta e senza replicare, si voltarono e tornarono alla volta del loro esercito.

Una volta giunti vicino

Atenolfo, che cavalcava a passo d’uomo alla testa del esercito, su un cavallo brigliato con un morso ad aste lunghe, lo salutarono chinando il capo, Atenolfo fece loro cenno di avvicinarsi e cavalcare di fianco a lui.

Ormai erano prossimi alla fortezza. Di nuovo il più anziano dei due prese a riferire: «Signore, abbiamo conferito con un comandante della fortezza».

«E cosa vi ha detto, sono pronti a una resa?» chiese Atenolfo.

«Beh, vedete signore, il saraceno ha preso a urlare ingiurie contro la vostra persona, non abbiamo avuto modo di dichiarare le nostre intenzioni o i patti per una resa. Si sa, questi cani mussulmani sono pronti all’insulto e non hanno l’acume per trattare come si dovrebbe fra nobiluomini.»

Atenolfo si diede una pacca sulla gamba. Il guanto di cuoio sopra la protezione a lamelle di ferro sulla coscia, produsse un rumore sordo che fece quasi sobbalzare gli emissari.

Poi replicò: «Già, questi saraceni sono bravi solo a compiere scorribande e terrorizzare contadini. Ma quanto è vero Iddìo li caccerò dalle nostre terre».

Congedò gli emissari, che tornarono nei ranghi col resto del esercito, entrambi sollevati per lo scampato pericolo, sia coi saraceni che con il loro signore.

Erano ormai prossimi alla fortezza. I musulmani, per lo più dalla Sicilia, vi si erano insediati decenni prima. Distrussero la città in quella collina per poi stabilirvi una loro colonia, costruendo una fortezza sul Monte d’Argento, nella piana del fiume Garigliano.

Da quel ribat, devastavano e depredavano il territorio circostante già da molti anni. Troppi per il principe Atenolfo, che provò a espugnarla nel 903 d. C. senza successo.

Questa volta però era riuscito ad adunare più truppe, non solo da Capua e Benevento ma anche da Amalfi e Napoli, aveva persino chiesto aiuto a Costantinopoli. Cosa che gli rodeva parecchio in quanto non vedeva di buon occhio i romani d’oriente, né la loro presenza, per quanto ormai ridotta, nella penisola italica.

Ma di certo non poteva tollerare i musulmani, che dal loro Emirato Siculo, erano già fin troppo vicini.

Cominciassero a prendere piede, proprio a un passo dalle sue terre, sarebbe un affronto.

Dovevano essere cacciati.

Se solo tutti loro principi longobardi e duchi sotto Costantinopoli, si decidessero a mettere da parte i loro screzi e si unissero per un bene comune.

Alīku adunò il suo piccolo esercito nel cortile principale della fortezza e diede disposizioni per prepararsi a un assedio.

Si rivolse agli uomini:

«Murabitun, ascoltate: Abbiamo il nemico alle porte, ma non e’ la prima volta che siamo in questa situazione. Lo stesso nemico ci ha già provato anni fa e penso che ancora zoppichi, per le pedate che gli abbiamo dato nel didietro.»

I suoi uomini si misero a ridere.

Li lasciò fare, poi continuò: «Stavolta sembrano in molti. Possibilmente il doppio della volta precedente, ma loro non hanno quello che abbiamo noi. Noi abbiamo il volere di Allah. Se lui lo vorrà e noi facciamo la nostra parte, vinceremo anche questa volta e non solo, col suo volere ci prenderemo altro territorio, altri campi, altre donne, ci prenderemo tutto!»

I soldati scoppiarono in un boato, poi scattarono ai loro posti assegnati.

Alīku prese da parte un messaggero e li diede disposizioni di lasciare la fortezza, scendere dal lato opposto della collina e giù per il fiume, salpare per la Sicilia e chiedere aiuti all’emiro a Balarm. Lo aspettavano giorni duri.

Passarono settimane, ma l’assedio non sembrava portare i frutti sperati, senza una flotta che bloccasse le imbarcazioni, che dalla Sicilia portavano scorte ai saraceni, Atenolfo aveva capito che non poteva prenderli per fame.

«Da dove passano le loro navi, le nostre pattugliano tutto il Tirreno, le vedette sono ovunque»

Sbatte una mano sulla mappa aperta davanti a lui e si pose l’altra sul capo, era esasperato. Sentiva il peso del fallimento di nuovo crollargli addosso.

Sapeva che i musulmani controllavano il fiume Garigliano e probabilmente le scorte passavano da lì, ma dalla Sicilia dovevano pure approdare da qualche parte. Aveva mandato vedette in tutti i punti di avvistamento, per cercare di capire da dove venissero i rifornimenti dei saraceni.

Il primo sospettato era ovviamente Gaeta, che sicuramente, come in passato, aiutava i saraceni che utilizzava come mercenari nelle sue guerre, cosi come del resto avevano fatto i signori napoletani.

E proprio uno dei generali di Napoli prese a dire: «E se partissero da un altra città. Contiamo sul fatto che le navi partano da Balarm, se partissero da qualche altra città della Sicilia?»

Atenolfo lo guardo incuriosito. Sembrava inverosimile ma probabile, se le navi con le loro scorte risalissero lo Ionio e poi l’Adriatico, del resto ormai i saraceni avevano in pugno tutta l’ isola. Pure Rometta, che aveva resistito per ultima, cedette anni addietro. Le incursioni dei romani d’oriente ormai non portavano alcun risultato. Ogni tentativo di riconquista era fallita.

Se le navi dei saraceni davvero partivano da città come Siracusa, Messina o magari Catania, come avrebbe fatto a fermarle, o anche solo a vederle salpare.

Non aveva certo una sua flotta e doveva per forza contare su quella dei napoletani.

Si voltò verso il generale e disse: «E se partissero proprio da Napoli. Non sarebbe la prima volta che gli aiutate, e non siete estranei neanche a doppi giochismi voi napoletani»

Il generale divento rosso di rabbia, poi replicò: «Voi avete perso il lume della ragione principe. Siete stato voi a trascinarci in questa impresa senza senso, e adesso ci accusate di averla tradita?!»

Landolfo, il figlio di Atenolfo, cerco di rispondere prima che lo facesse lui. Conosceva il carattere irascibile del padre e pensò di provare a mettere pace prima che la situazione degenerasse.

«Generale, siamo tutti uomini d’onore qui, tutti accomunati dalla stessa fede e dagli stessi ideali. Mio padre faceva solo una constatazione, non voleva certo mancarle di rispetto»

Il generale rispose: «Ho sentito abbastanza per oggi, riferirò al Duca di tali constatazioni»

Si voltò e uscì dalla tenda dove si teneva lo stato maggiore.

Atenolfo non lo guardò nemmeno. Fece un lungo sospiro, e si voltò di nuovo verso la mappa aperta sopra il tavolo davanti a lui. Aveva gli occhi fissi sulla Sicilia che sembrava schernirlo. Quel piccolo triangolo di terra abitato dai saraceni gli stava causando problemi ormai da anni.

Erano settimane che tentavano di espugnare la fortezza. Gli unici scontri coi mussulmani erano avvenuti solo di notte, quando i saraceni facevano schermaglie mordi e fuggi, più per infastidire i longobardi che per altro, riuscendoci però bene.

Atenolfo era allo stremo, i soldati demoralizzati, i napoletani e gli amalfitani parlavano di tornarsene indietro. Avevano perso già troppe risorse in quella che sembrava ormai più una sua guerra personale che un atto per il bene dei cristiani.

Pareva che fosse giunta l’ ora di arrendersi… per l’ennesima volta.

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u/NecothaHound — 5 days ago