Infermieri nell'assistenza domiciliare: tra contratti da fame, zero tutele e colleghi rassegnati. Ma quando abbiamo deciso che andava bene farci calpestare così?
Ci ripetono continuamente che il territorio è il futuro della sanità, che l'assistenza domiciliare è il fulcro delle nuove riforme e la risposta ai bisogni dei pazienti fragili. Quello che non vi dicono è che dietro questa narrazione c'è un Far West fatto di cooperative e aziende d’appalto che lucrano sistematicamente sulla pelle di chi lavora e di chi soffre.
Lavoro nell'assistenza domiciliare (alta intensità/cure complesse). Per chi non conosce questo mondo: significa entrare da soli nelle case della gente e gestire pazienti con tracheostomie, ventilazione meccanica invasiva, accessi vascolari complessi, nutrizioni artificiali ed emergenze cliniche improvvise. Sei solo tu, le tue competenze e la tua totale responsabilità civile e penale. Non c’è il medico di guardia nella stanza accanto, non c’è il carrello delle emergenze con dieci persone intorno.
A fronte di tutto questo, qual è il trattamento economico e contrattuale? Un insulto continuo:
La spinta ossessiva alla Partita IVA**:** ti spingono in tutti i modi ad aprire la P.IVA offrendoti al massimo 20 euro lordi l'ora. Da questi devi togliere tasse, cassa previdenziale, assicurazione professionale, commercialista e benzina. Tutele per ferie, malattia o infortuni? Zero.
Il ricatto del Co.Co.Co**.:** l'azienda il Co.Co.Co. non te lo vuole fare, perché per legge dovrebbero versare i due terzi dei contributi. E come risolvono il problema quando sono costretti a concederlo? Semplice: si rifanno sulla tariffa oraria. Nessuno ti fa un Co.Co.Co. a 20 euro lordi; abbattono drasticamente la paga oraria a cifre ridicole, col risultato che il netto orario che ti resta in tasca è inferiore a quello che prende la signora delle pulizie. Con tutto il rispetto per qualsiasi lavoro dignitoso, qui parliamo di professionisti laureati, iscritti a un ordine, con la vita delle persone tra le mani e anni di studio alle spalle.
La ciliegina sulla torta: ieri mi hanno recapitato l’ennesima proposta contrattuale fasulla. Un documento assurdo, pieno di clausole inique e formulato con quella tipica arroganza di chi pensa: “Tanto firmano senza leggere”. Hanno fatto male i conti: io so leggere, comprendo perfettamente cosa c'è scritto e non ho intenzione di svendere la mia dignità professionale.
La rabbia più grande, però, non è solo verso queste aziende predatrici che prendono i soldi degli appalti pubblici dalle ASL e a noi girano le briciole. La rabbia vera è verso la nostra stessa categoria.
Come facciamo ad accettare tutto ciò?
Com'è possibile che ci sia sempre qualche collega disposto a chinare la testa, ad accettare tariffe da fame, ad aprire partite IVA pagate due spicci e a firmare accordi indecenti pur di lavorare? Finché ci sarà chi accetta per disperazione, rassegnazione o per l'eterno ricatto morale del "lo facciamo per vocazione / pensiamo al paziente", queste aziende continueranno a banchettare sulle nostre spalle.
La vocazione non paga le bollette, non paga la cassa previdenziale e non ci tutela se qualcosa va storto in un domicilio isolato alle due di notte.
Io mi rifiuto di alimentare questa spirale al ribasso. Se vogliamo che la nostra professione venga rispettata dalle istituzioni e dalla società, dobbiamo essere noi i primi a non accettare condizioni vergognose.
Ai colleghi dico: leggete attentamente quello che vi mettono davanti. Rifiutate i contratti-farsa e le tariffe indegne. Se iniziamo a dire compatti di no, sono loro a non poter andare avanti, non noi.