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La nuova schiavitù di Zanzibar: ciò che il turista non vede.

La nuova schiavitù di Zanzibar: ciò che il turista non vede.

La nuova schiavitù di Zanzibar: ciò che il turista non vede. C'è una parola che a volte sembra appartenere al passato:schiavitù. Ma siamo davvero sicuri che sia così?

Jambo. Eccoci di nuovo! Per tutti coloro che odiano i lunghi testi creati con l'aiuto dell' IA

Nel post precedente vi ho invitato a sedervi nella nostra piazza virtuale di Kiwengwa e a farmi le domande che normalmente non trovano spazio nelle brochure turistiche. Oggi voglio affrontare una di quelle domande che fanno più male.

Che cosa significa davvero lavorare nel turismo a Zanzibar?

Quando arrivate sull'isola vedete il mare, le palme, i sorrisi, i resort, le escursioni. Vedete una Zanzibar da sogno. Ma dietro quel sogno ci sono migliaia di persone che ogni giorno lavorano perché quel sogno possa esistere.

Camerieri.

Cuochi.

Addetti alle pulizie.

Guide

Pescatori.

Artigiani.

Autisti.

E qui dobbiamo fermarci un momento. Perché non tutto ciò che sembra lavoro è necessariamente dignità. Quando una persona lavora per ore e ore per uno stipendio che non le permette di vivere dignitosamente, quando non ha potere di contrattare, quando dipende completamente da chi possiede la struttura o controlla il flusso dei turisti, quando non ha alternative…possiamo davvero parlare soltanto di "opportunità di lavoro"? È questa la domanda che voglio lasciarvi. Il problema non è il turista. Non voglio puntare il dito contro chi viene a Zanzibar. Anzi. Il turismo è una delle forze più importanti per il futuro della nostra isola. Il problema nasce quando il denaro entra a Zanzibar, ma troppo poco rimane a Zanzibar. ( tralascio di parlare di politica, per questo qui si finisce nei guai in fretta! Viva la repubblica, viva la libertà) Un turista paga una camera, un'escursione, una cena, un trasferimento. Ma quanto di quei soldi arriva realmente alla persona che vive qui? E soprattutto: quanto serve per costruire un futuro per quella persona? Perché se un ragazzo del villaggio lavora nel paradiso turistico di Zanzibar ma non può permettersi di vivere dignitosamente, qualcosa non funziona. La nuova schiavitù non ha catene Questa è forse la parte più difficile da capire.

La schiavitù moderna non ha necessariamente catene.

Può avere una divisa.

Può avere un contratto.

Può avere un sorriso obbligatorio davanti al cliente.

Può essere nascosta dietro la parola ospitalità.

E proprio per questo è più difficile da vedere.

Non significa che ogni resort sfrutti i propri lavoratori.

Non significa che ogni imprenditore straniero sia parte del problema. Conosco anche qualche imprenditore tanzaniano che applica questo sistema. Pensiamo ai ragazzi che arrivano dalla terra ferma speranzosi di trovare chissà cosa, e si trovano davanti a realtà che sono le dinamiche della nuova forma di schiavitù. Lontani da casa come unico punto di riferimento il loro sfruttatore. Quello che gli garantisce un pasto e un posto dove dormire in condizioni che non potete immaginare, molte ragazze devono accettare anche le attenzioni di questi "uomini di potere" non riescono a negarsi per paura e si ritrovano incinta con la speranza di migliorare la loro condizione ma non è così ed anche i maschi non sono esenti da queste attenzioni... (lasciatemi aggiungere un bel "che shifo") e spesso senza un soldo in tasca per il traghetto che li riporterebbe a casa. Dobbiamo avere il coraggio di guardare anche ciò che non appare nelle fotografie.

Vi chiederete: e noi cosa possiamo fare?

Molto più di quanto pensiate

Scegliere una struttura locale Mangiare almeno qualche volta nei ristoranti locali . Pagare il giusto chi lavora per noi. Chiedere chi organizza davvero un'escursione e dove finiscono i soldi. Sembrano cose da poco ma possono fare grandi differenze. Perché la persona che vi sorride mentre vi serve il pranzo, non è una fotografia di Zanzibar.

Ha una famiglia. Ha dei sogni. Ha problemi. Ha una storia.

E magari sta cercando semplicemente di costruirsi un futuro. All' Ayla vogliamo partire da qui. Ayla Beach House non vuole raccontarvi che Zanzibar è perfetta. Non lo è. È meravigliosa, ma fragile. È accogliente, ma ha problemi. È piena di opportunità, ma anche di disuguaglianze. E forse il modo migliore per amare davvero un luogo non è fingere che le sue ferite non esistano. È avere il coraggio di conoscerle.

La prossima volta che sarete a Zanzibar, provate a guardarvi intorno con occhi diversi. Non chiedetevi soltanto:"Quanto costa?" Provate a chiedervi:" Chi riceverà davvero quei soldi?"Questa è la nostra piazza di Kiwengwa. Qui non promettiamo risposte perfette. Promettiamo domande vere.

Asante sana.

E adesso tocca a voi. Sono pronto anche per gli insulti!

u/AylaBH_Zanzibar — 5 days ago