Commercialista + consulente finanziario

Lo trovate conveniente per una libera professione con proprio studio? Sapete se qualcuno lo fa?

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u/IlSosia — 13 hours ago

Libera professione e PA

Pensate che nei prossimi anni si rivaluteranno, anche in termini di possibilità di fare carriera i liberi professionisti (commercialisti, ingegneri, avvocati ecc..) o i posti pubblici per come sta andando il mercato del lavoro in Italia? Mi sembra che negli ultimi anni la NARRATIVA abbia un po' "declassato" le categorie, i primi per legittime questioni di difficoltà con il sistema italiano (comprensibilissimo) e le seconde perché associate magari a inefficienza e poca produttività (spesso vero). Però mi chiedo, alla luce di discorsi fatti anche con gente già entrata nel mondo del lavoro, se a livello di probabilità le alternative sono le PMI (alcune mie conoscenze sono veramente critiche sulla categoria), le multinazionali non le conto perché statisticamente è più raro entrarci pur dando lavoro a molti, assumendo almeno una situazione normale e pari opportunità per tutti, ne vale davvero la pena? Chiaro che la risposta è soggettiva e personale ma mi piacerebbe avere dei pareri ed esperienze personali.

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u/IlSosia — 1 day ago

Dottore Commercialista

Buonasera a tutti.

A brevissimo mi laureerò in Finanza LM-16, un percorso interessante ma che non ho sentito particolarmente mio, soprattutto in ottica di un futuro lavoro. Già avevo conseguito una triennale in economia aziendale L-18. Mi sto riavvicinando a questo mondo ma il problema è che per sostenere l'esame di stato per l'abilitazione alla professione è necessaria una laurea magistrale di classe LM-56 o 77 andando a memoria, chiaramente previo tirocinio di 18 mesi. Avevo sentito parlare della possibilità di integrare in qualche modo qualche esame mancante, essendo comunque la mia una magistrale in ambito economico per poter essere ammessi all'esame di stato. Vi chiedo delle informazioni a riguardo qualora ne sapeste qualcosa, grazie per l'attenzione.

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u/IlSosia — 1 day ago

Riflessioni sul futuro

Ho 25 anni, vengo da un piccolo paese del Centro Italia e tra pochissimo finirò l'università. Ultimamente mi ritrovo spesso a pensare al futuro e, più ci penso, più mi sembra che tante cose che diamo per scontate abbiano smesso di avere senso. Magari sono io che mi sto facendo troppi film mentali, però sono curioso di capire se qualcuno si è trovato nella mia stessa situazione.

Sono cresciuto in provincia fino ai 19 anni, poi mi sono trasferito a Roma per studiare. In questi anni, però, non ho mai reciso il legame con il mio paese o con la mia famiglia. Anzi, quando torno mi accorgo che, nonostante abbia molti meno servizi rispetto a una grande città, lì riesco a respirare in un modo che a Roma faccio fatica a ritrovare. Ho tanti ricordi legati a quel posto e, forse proprio per questo, continuo a guardarlo con affetto.

Ho sempre avuto un carattere abbastanza introverso e riflessivo. Sono uno di quelli che tende a pianificare tutto, a ragionare molto sulle cose e che va un po' in crisi quando la vita diventa troppo caotica o imprevedibile. Fin da piccolo mi hanno spesso detto che ero un ragazzo intelligente, educato, con del potenziale. Probabilmente, senza rendermene conto, ho finito per interiorizzare quelle aspettative e per sentirmi in dovere di essere sempre all'altezza.

Adesso, però, arriva il momento delle scelte vere.

E, se devo essere completamente onesto, questa cosa mi spaventa.

Mi sento parecchio confuso. Non tanto perché non abbia delle possibilità, ma perché non ho una strada che sento davvero mia. Non ho mai avuto quella vocazione lavorativa che sembra abbiano tutti. Mi interessano tante cose, riesco ad appassionarmi facilmente a diversi argomenti, ma non mi sono mai svegliato pensando: "Ecco, voglio fare questo per tutta la vita."

Forse è proprio questa mancanza di certezze che mi porta a farmi tutte queste domande. Ho paura di prendere decisioni importanti semplicemente perché "si fa così", senza chiedermi se siano davvero quelle giuste per me.

Negli ultimi mesi mi sono quasi fissato con questi temi. Mi informo continuamente: leggo dati, seguo discussioni sui social, guardo interviste, ascolto podcast e, soprattutto, ne parlo con tante persone di età e percorsi diversi dal mio. Cerco sempre di confrontarmi con punti di vista differenti perché ho paura di costruirmi una visione troppo influenzata dalla mia esperienza. Però, più ascolto le persone e più ho l'impressione che esista una differenza enorme tra la narrazione che viene venduta e la realtà che molti vivono.

Ed è qui che iniziano i dubbi.

Per esempio: ma siamo sicuri che vivere in una grande città sia davvero tutta questa fortuna?

Lo chiedo senza voler fare polemica. A me le grandi città non sono mai piaciute particolarmente. Capisco perfettamente che offrano più opportunità lavorative, più servizi e più possibilità, però quando provo a immaginare una futura vita di coppia o una famiglia non riesco proprio a vedermi in un contesto del genere.

Poi guardo i prezzi delle case e mi sembra di essere impazzito io. Si parla tranquillamente di 400 o 500 mila euro per un appartamento normalissimo a Roma.

Davvero è diventato normale pensare di indebitarsi per trent'anni, forse quaranta, per comprare sessanta metri quadrati?

Perché a me sembra che abbiamo iniziato a considerare normale una cosa che, se raccontata a qualcuno trent'anni fa, sarebbe sembrata assurda.

Sì, lo so, il mercato funziona così. Domanda e offerta, posizione, servizi... tutto vero.

Ma il punto è un altro.

Ne vale davvero la pena?

A volte mi sembra che il ragionamento sia semplicemente: "Roma è Roma", "Milano è Milano", quindi qualsiasi sacrificio diventa automaticamente giustificato.

Io, invece, mi domando se abbia senso passare gran parte della propria vita a pagare un mutuo enorme solo per poter dire di vivere in una metropoli. Preferirei avere una casa più grande, spendere meno, riuscire a risparmiare qualcosa, investire, fare qualche viaggio, vivere con meno ansia. Possibile che questa visione venga considerata quasi una mancanza di ambizione?

Lo stesso discorso vale per il lavoro.

Ho la sensazione che oggi venga richiesto infinitamente di più rispetto a quello che viene restituito. Lauree, master, certificazioni, lingue, aggiornamento continuo, networking, disponibilità praticamente costante... e tutto questo per stipendi che, tra inflazione e costo della vita, spesso permettono uno stile di vita meno sereno di quello che avevano i nostri genitori.

E poi c'è tutta la narrativa sulla carriera.

Più passa il tempo e più mi sembra che soffra di un enorme survivorship bias. Si raccontano continuamente quelli che "ce l'hanno fatta", quelli che hanno trovato il lavoro dei sogni nella multinazionale, che a trent'anni guadagnano cifre importanti. Ma quanti sono davvero? E soprattutto, quanti invece conducono una vita assolutamente normale, con ritmi massacranti, affitti altissimi e poco tempo per vivere? Di loro si parla molto meno.

Un'altra cosa che faccio fatica a capire è l'entusiasmo quasi religioso con cui certe persone parlano dell'azienda in cui lavorano. Vision, mission, team spirit, siamo una famiglia, crescita condivisa... ogni tanto mi chiedo se ci credano davvero o se, semplicemente, sia il modo migliore per dare un senso al fatto che passeremo gran parte della nostra vita lavorando per qualcun altro.

Perché, alla fine, nessuna azienda è davvero una famiglia. Una famiglia non ti sostituisce perché il trimestre è andato male.

Ho anche l'impressione che i social contribuiscano ad alimentare questa narrativa. Si vedono continuamente persone che sembrano avere una carriera perfetta, una vita perfetta, una casa perfetta. Ma quanto c'è di reale? E quanto, invece, è semplicemente una vetrina? Più parlo con le persone dal vivo, più mi accorgo che dietro quella facciata emergono spesso stress, ansia, mutui enormi, paura di perdere il lavoro e una continua sensazione di rincorrere qualcosa che si sposta sempre un po' più avanti.

Alla fine mi rimane una domanda.

Siamo sicuri che l'ambizione, così come ci viene raccontata, sia davvero sinonimo di felicità? O forse abbiamo semplicemente interiorizzato un modello culturale secondo cui bisogna sempre guadagnare di più, lavorare di più, vivere nella città "giusta", comprare la casa "giusta" e avere il lavoro "giusto", anche quando tutto questo ci rende oggettivamente meno sereni?

Forse la vera provocazione oggi non è voler diventare ricchi.

Forse la vera provocazione è dire: "Io voglio una vita tranquilla."

Eppure sembra quasi una frase da giustificare, come se chi scegliesse consapevolmente una vita più semplice fosse automaticamente uno che "si accontenta". Ma siamo sicuri che sia davvero così? O forse siamo noi ad aver trasformato l'ambizione in un dovere morale, invece che in una scelta personale?

Magari tra cinque anni rileggerò questo post e penserò di aver esagerato. Oppure mi renderò conto che molte di queste paure erano fondate. Per questo mi interessa confrontarmi con chi ci è già passato.

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u/IlSosia — 1 day ago