La libertà usata come esca
Vengo da un ambiente familiare estremamente chiuso e sono cresciuta con una madre profondamente manipolatrice.
Non lo dico per giustificarmi, né perché senta di avere colpe da giustificare, ma per spiegare come sia stato possibile che, fino alla fine della laurea magistrale, io non avessi neppure il reale permesso di uscire di casa.
Non ero mai libera di farlo senza la stretta sorveglianza di mia madre; e, nelle rare occasioni in cui uscivo, lei trovava sempre il modo di farmi sentire in colpa, inadeguata e sbagliata.
Quando avevo vent’anni, mia madre fece rientrare nella propria vita un amico d’infanzia, un uomo di sessant’anni. Con lui, improvvisamente, mi era concesso uscire: potevo vedere luoghi nuovi, parlare senza essere sottoposta alla supervisione ostile di mia madre, sperimentare qualcosa che fino ad allora mi era stato quasi completamente negato. Quell’uomo approfittò della mia ingenuità e della mia assoluta inesperienza. Mi fece sentire speciale, amata e, soprattutto, libera.
Progettava di lasciare sua moglie, di sposarmi e di convincermi a interrompere definitivamente ogni rapporto con mia madre, che descriveva – non senza ragioni, ma certo non per proteggermi – come una presenza tossica nella mia vita. Io, però, non volevo sposarlo. Non volevo nulla da lui.
Ero molto giovane, impreparata a riconoscere la manipolazione e incapace di difendermi dalle fortissime pressioni psicologiche che esercitava su di me.
Il 3 gennaio di molti anni fa mi condusse con l’inganno nella sua villa di campagna e mi violentò.
Dissi che avrei accettato il nostro futuro assieme e riuscii a tornare a casa, finsi che non fosse accaduto nulla. Fu il modo che trovai per sopravvivere a ciò che era successo e per riuscire, a poco a poco, ad allontanarmi da lui e a tenerlo lontano dalla mia vita. Per farlo chiamai di nascosto mio padre, da cui mia madre è separata e che non vuole che vediamo o sentiamo, e lo minacciò. Lui promise fuoco e fiamme ma si ritirò, giurando vendetta.
Mia madre non ha mai voluto comprendere le ragioni della mia decisione, perché non conosce questo fatto. Le ho però chiesto, supplicandola, di non raccontargli mai più nulla di me.
Eppure continua a farlo. Ignora deliberatamente le mie richieste e lo fa con un sorriso che percepisco come una forma di maligna soddisfazione.
Oggi ho più di quarant’anni, una vita mia e un lavoro. Eppure, quando torno a trovare mia madre, capita ancora di trovarli al telefono. Sento lui chiamarla “amore” o “tesoro” e provo un brivido di orrore e di nausea.
Credo che la vendetta di quella persona sia cercare di ammorbare la vita di chi mi è vicino e chiedere morbosamente mie informazioni, ma non gli auguro nessun male voglio solo che mi lasci in pace.
Non posso sapere fino a che punto mia madre fosse consapevole di ciò che quell’uomo avrebbe potuto fare. So però che, dopo avermi cresciuta nell’isolamento e avermi privata degli strumenti necessari per riconoscere il pericolo, mi consegnò praticamente inerme nelle mani di un uomo molto più anziano, che usò il mio bisogno di libertà e di affetto per esercitare su di me il proprio potere.
E so che ancora oggi, pur conoscendo il mio rifiuto e avendo ricevuto richieste inequivocabili, continua a oltrepassare i miei confini e a mantenere con lui una complicità che mi ferisce profondamente.
Disprezzo mia madre per questa situazione. A volte rivolgo lo stesso disprezzo contro me stessa, anche se la responsabilità di ciò che è accaduto non appartiene alla ragazza inesperta che ero. Più di ogni altra cosa, però, questa vicenda mi costringe a misurare una verità dolorosa: mia madre non ha mai protetto me, ma il proprio potere su di me.
E ciò che oggi percepisco come mancanza d’amore non nasce soltanto dal passato, ma dal fatto che continua consapevolmente a violare i miei confini anche nel presente.
Scusate, dopo tanti anni avevo bisogno di consegnare questo dolore a qualcuno e che non fosse più invisibile