Se avrei avuto una pistola lo avrei sparato!

(Storia di caporalato, lessico fedele).

Se avrei avuto una pistola lo avrei sparato,

al caporale grasso, che ieri m'ha stuprata.

M'ha stuprata sotto al noce a mezzogiorno,

sussurrando: "Taci, taci… o ti tolgo di torno!"

La brutta cosa era toccata pure a mia sorella,

sempre col caporale grasso… sotto le stelle.

Era solo una bambina, chissà dov'è finita?

Non s'è più vista, più vista e né sentita.

Se avrei avuto una pistola lo avrei sparato,

al caporale grasso, che c'ha stuprate.

Domani tornerà, poiché gli son piaciuta

a prendermi ancora… come dovuta!

M'ha detto: “Domani al vespro al frantoio vecchio,

ammazzo te e tuo padre se apri il becco!"

Andrò senza pistola a fargliela pagare,

ho visto come si fa… a scannare il maiale!

Dovrò farlo sparire non so come…

o mi toglierà di mezzo quel porco del padrone!

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u/Quick_Many6267 — 3 days ago

Non chiamatemi nano

Sono un uomo di bassa statura,

ma il mio cervello è di buona levatura.

Sono laureato in ingegneria civile,

non fate gli esteti con fare vile!

Fin da bambino a scuola mi facevan le angherie,

"Poverino, poverino" mi dicevano le zie.

In età adolescenziale volevo una morosa,

nessuna mi guardava, mi toccai a iosa!

Non rimasi cieco per cotanto andazzo,

facevo sport, leggevo, studiavo come un pazzo!

E mi sono laureato con 110 e lode,

sarà perché mangiavo sempre uova sode.

Un bel dì a pranzo alla tavola calda,

una bella pupa vedo che mi guarda!

Mi chiede cosa voglio

porgendo il menù.

Rispondo: "Una porzione di lasagne,

un frutto di stagione

e niente più".

Mi sorride dolce, dolce come un bignè,

le faccio: "Con la lasagna torna te!"

Appare poco dopo con la pasta fumante,

le sussurro: "Sei la più radiosa

fra le tante,

qual è il tuo nome,

dimmi come ti chiami”.

Gioiosa risponde: "Il mio nome è Ivana”.

"Ivana occhi a mandorla, pelle di pesca,

capelli color del grano,

dimmi che mi vuoi

e chiederò a tuo padre la tua mano!"

Lei arrossendo mi risponde salda:

"Ma non vedi che ho la trisomia 21?

Per Sant'Ubalda!"

"Ti giuro no, non me ne sono accorto,

accecato dal tuo sorriso giocondo,

m'è parso di volare in un altro mondo,

ma d'altra parte, mi vedi in piedi?

Ho il nanismo ipofisario,

non guarirò

sgranando un bel rosario!"

Lei turbata mi rivela:

"Pure la mia non è malattia,

ma una cromosomica anomalia,

e sì, d'accordo,

ma non c'è da scherzare,

sempre a controllare i parametri vitali,

quello che posso o non posso fare.

E poi, la mia vita

sarà più breve della norma,

se mi vuoi, non darmi illusioni,

indietro non si torna!"

"Oh! Ivana occhi a mandorla, pelle di pesca,

capelli color del grano,

appena m'hai sorriso ho capito che ti amo.

Pensa che privilegio provare empatia,

quella, ti giuro, non è una brutta malattia!"

Gualtiero, uomo vero

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u/Quick_Many6267 — 5 days ago

L' assedio

All'ospedale Erismann

di Leningrad,

il valoroso soldato

Ivan Ivanovich Rurik

… giaceva sopito

da massicce dosi

di morfina.

Giaceva monco

di braccia e di gambe

e sfigurato in viso.

Quel mattino era Sophia

di turno, suo il compito

di cambiare le bende

e liberarlo dalle deiezioni.

Risvegliato, mugolava

il soldato, come mai prima

… come a dire qualcosa,

che la gola afona

più non poteva emettere.

Era evidente la voglia

e pietosa Sophia gliela spegneva.

Copiose lacrime di gratitudine

interrompevano per poco

i rantoli grevi, gli occhi ciechi rivolti

alla finestra… agli alberi nudi

carichi di neve ghiaccia.

Pareva un lombrico, che inerme

sgomenta in cerca del lembo

reciso e allora senza

indugio ella strappava

i fili delle sevizie.

Scoperta, veniva allontanata

con ignominia.

Il valoroso soldato

Ivan Ivanovich Rurik

salvato in extremis…

agonizzava per legge

sull’altare dell'ipocrisia.

Fotografi e giornalisti

internazionali, lì,

attorno in processione.

Il Compagno Direttore,

mostrava fiero al mondo

… quell'uomo “samovar”.

Mostrava fiero al mondo

l'efferatezza dell'assedio.

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u/Quick_Many6267 — 6 days ago

Il mio giovane okuribito

Sono morta ieri, a ventitré anni,

un colpo fulminante al cuore.

Ed eccomi qua, distesa sul tatami

attorniata dai miei cari in lacrime.

È arrivato un giovane okuribito

per il rito del nokanshi…

Mi toglie le scarpe, s'inchina,

mi guarda con rammarico,

come fossi un fiore di loto

reciso da un lampo.

Apre la borsa, estrae bende,

unguenti e teli di lino,

chiede dell'acqua per purificarmi.

Poi mi adagia su di un fianco

e compie il suo dovere,

celando il mio corpo sotto la seta

come perla preziosa in uno scrigno.

I suoi gesti sono carezze,

le uniche mai ricevute.

Declama a voce sommessa ogni rito

e infine domanda quale tono di rossetto

pennellare sulle labbra.

«Rosa!», risponde mia madre.

«Rosa pesca?», sussurra lui.

La mamma singhiozza forte,

egli comprende ed esegue:

stende con perizia la polvere di riso

sul volto e sul collo,

pettina i lunghi capelli neri

e li raccoglie alti col fermaglio a cigno.

Il mio preferito, quando danzavo

e tutti mormoravano:

«Com'è bella e luminosa Shizuko».

Non sono mai stata tanto bella

… e ciò grazie alle mani dolci,

premurose e sublimi…

del mio giovane okuribito.

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u/Quick_Many6267 — 8 days ago

Pelle e ossa, ottanta libbre appena

Ricordo, era il tempo della rosa,

sbocciavo a vent’anni florida e radiosa.

A Cincinnati, al bar dietro la casa,

m'imbattei in un tizio a mente invasa.

Mi squadrò come famelica iena

davanti alla carogna putrescente;

era chiaro il delirio onnipotente,

ma stolta rifiutai l'astrusa pena.

Mi offrì un caffè che di fiele sapeva,

giacché «lo zucchero», diceva, «nuoceva».

Mi tolse il dolce splendido e dorato,

ché «rende l'animo apatico e fiaccato».

Mi donò bulbi di tulipani gialli,

narrando di deserti e di cammelli;

al fiume Ohio per l'intera estate

stringeva le mie forme ben piantate.

Al suo bel desco stoviglie preziose,

ciotole Raku e tisane odorose,

tovaglie e tovaglioli ricamati,

garofani Jane Austen, i più amati.

A perder peso mellifluo mi esortò

tra doppi sensi e risolini e sfottò,

nella ciotola Kintsugi dall'oro ornato

con uno scone e un pomodoro ho desinato.

Alle nebbie e all’afrore del primo mosto

caddi per sempre succube del mostro

e presto poi divenni così esangue,

come ameba che senz'acqua langue.

Egli, la notte, virile e delirante,

scosse lo scheletro mio scricchiolante.

Esalai l'ultimo fiato una mattina

emancipata dalla mia rovina…

nella pancia un cracker e un'oliva nera,

pelle e ossa, ottanta libbre appena.

Al cimitero egli viene a volte e forte

stringe una bionda florida e radiosa.

Vorrei dirle: «Fuggi il desco della morte

o verrai qui, nel tempo della rosa».

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u/Quick_Many6267 — 9 days ago
▲ 2 r/Poesie

Combien de ficelle?

Combien de ficelle faut-il,

pour coudre les lèvres mutilées

de deux cents et plus millions

de petites filles?

Combien de sacs de thé,

de sucre, de légumineuses,

de céréales, de chaux et de ciment

pourrait-on faufiler, avec tous

ces milliers de fil?

Combien d'épines d'acacia,

là où la sécheresse

ne donne guère plus?

Combien de chiffons

à enfoncer dans la bouche

pour rejeter le cri

au fond de la gorge?

Combien de morceaux

de tissu à l'inventaire

utilisés, réutilisés

et mal lavés,

car le sang s'obstine

à ne pas disparaître?

Et combien de cercueils

pour celles mortes

d'accouchement,

de septicémie,

avec un nœud coulant

autour du cou?

Pour beaucoup,

le même tranchoir rouillé,

le cautère et l'aiguille

ébréchée en garantie

d'honneur et de pudeur.

Que les exciseuses

ne prennent pas la peine

de désinfecter, que les

grands-mères et les mères

perpétuent la demande

du sacrifice, car si les vierges

crèvent sur terre, il y a sûrement

un dieu prompt au secours,

à l'accueil… quelque part!

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u/Quick_Many6267 — 10 days ago

Suonavo il pianoforte in un bordello

Suonavo il pianoforte in un bordello,

ogni sera vedevo l'usuraio,

l'avvocato, il notaio impomatato,

il bottegaio grasso, il dottorino bello.

Suonavo il pianoforte in un bordello,

sorridevano meste alla luna,

la rossa, la bionda, la castana riccia, la bruna,

e sorridevano a me, come sorelle.

Suonavo il pianoforte in un bordello,

tra miasmi di cipria, tabacco e alcol da poco,

di sterco di vacca e rancide carte da gioco.

Ognuno stava lì, per un diverso scopo,

incurante dell'altrui destino e del suo giogo,

nessuno che curasse l'altrui fardello.

Si cedevano a pezzi le poverine nel bordello,

tra lazzi, sguaiate risa e pacche sul culo,

costante dentro al mio naso, ve lo giuro,

l'afrore nauseabondo della carne da macello.

Suonavo il pianoforte in un bordello,

ricordo ancora quell'allegro motivetto,

di quando m'è scoppiata una vena nel cervello

e nessuno che mi abbia dato aiuto benedetto!

Quella volta s'inaugurava un nuovo bordello,

ecco dov'era… ahimè... il dottorino bello!

Al camposanto m'hanno condotto, le signorine,

la rossa, la bionda, la castana riccia, la bruna,

piangevano lacrime sincere le poverine

e profumavano di buono, lì, ognuna.

Al camposanto lontano dal bordello,

era svanito l'afrore di carne da macello.

La rossa emanava olezzo di violetta,

la bionda mi stordiva come fronda di mimosa,

la castana riccia profumava di mughetto

e la bruna emetteva preci dalla bocca rosa.

Nessuno a blaterare del più e del meno,

a farsi invidia del raccolto, del grano e del fieno.

Soltanto loro, a piangermi come un fratello,

le signorine buone… le poverine del bordello.

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u/Quick_Many6267 — 10 days ago

Squartata per la scienza

Teneva un buffo tic

all'uocchio destro

o Dutturino bello,

ma le mani

… le mani fini

e doce o tocco!

Fui tutta tutta sua.

Ero bella e fresca,

ma gnurante

e sculturata

… e mi gittette

comme ‘na pezza

fetente e lercia.

Senza famiglia,

senza sustegno

me pazziai

… sbaraccata

o manicomio

intra mura

muffe e ‘mpisciate.

Un anno accussì

o malamente

… co’ la camisa

legata stritta

e ‘na tenaglia

in ‘ta testa.

E pe’ furnire in allegria

‘na notte ‘sta prisone

prendette foco e suffucai!

Chiedettero al paese

chi vulisse ‘a morta

e nisciuno me volette.

In goppa a ‘na lastra

dura e puzzolente

all'obitorio stetti

e poi, fui scariolata

in ‘ta ‘na stanza

d’ana… d’ato…

d’anta… d’anatomia

tutta lustra, lustra.

Trasitte o Dutturino

bello co ’na grambiala

longa e me fissave

co’ l’uocchio buono!

L’uocchio sfrate

partive e chiù

nun se fermave

… tic e tic e tic e tic

comme caricato

a manovella.

Sudavan fridde

chille mani ‘ncantatrici

intra la mia carne…

squartata per la scienza.

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u/Quick_Many6267 — 11 days ago
▲ 3 r/Poesie

À la rue de la Grande Truanderie

À la rue de la Grande Truanderie,

je vais tous les matins au travail.

Certains jours je vole avec habileté,

dans les poches des gros bourgeois,

certains jours, couvert de haillons

et de crasse, je fais semblant d’être

affaibli et boiteux, ou une pauvre aveugle.

Près de Noël, pour pas perdre de temps

à faire des allers-retour, je demande

de la soupe brûlée et un lit

au bon aubergiste, ici dans la rue.

Je n’ai jamais vendu des morceaux

de mon corps aux très riches…

j’avais déjà été privé d’un salaire

décent dans les champs pour biner

la terre dure, au lavoir, ulcéré par la lessive

et d'eaux glacées et au servir à la maison

d’un monsieur impoli.

A la rue de la Grande Truanderie

nous travaillons et jurons libéré des maîtres

… et de l’illusion du paradis dans le ciel.

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u/Quick_Many6267 — 11 days ago

I soldati dagli occhi a mandorla

Non fanno rumore

i soldati delle steppe

caduti in Ukraina.

È lontano da Moskvá

il Daghestan,

lontane da Moskvá

le grida delle madri.

Non fanno rumore

le misere vite trafitte,

al posto della stirpe slava

del comandante.

Arruolati dalla fame

come i loro antenati

schiacciati dagli Tzar,

schiacciati dai Soviet.

Non fa rumore l’etnocidio

dei soldati dagli occhi a mandorla

e la pelle glabra che odora di kefir.

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u/Quick_Many6267 — 12 days ago
▲ 2 r/Poesie

Prés du bayou 2

Mademoiselle Miù,

ma sueur âcre a disparu

sur Votre peau blanche?

Votre parfum d'opium

a disparu, sur ma peau noire,

c’est de la nourriture pour le vers.

Mais ce que Vous a dit est vrai

par moquerie et cynisme.

J’ai beaucoup de chance

rester ici enterré

au cimetière des esclaves

… où vient très clairement

le coassement imparable

des grenouilles dans le bayou.

Et merci pour la statue

avec le Crist crucifié

un peu trop près cependant

a mon trou.

Vous savez, Mademoiselle Miù,

les gens murmurent sur ma tombe

quand il vient.

Il murmure à propos de Vous et moi

… de cette époque les nuits d'été.

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u/Quick_Many6267 — 12 days ago
▲ 3 r/Poesie

Prés du bayou 1

J’ai dormi et rêvé

les après-midi étouffante

à la maison de vacances.

J’ai dormi et rêvé

privilégié et indifférent

au labeur des esclaves

dans les champs de canne à sucre.

La nuit était pour l'amour

avec les plus jeunes et plus belles

et agité parmi eux… au rythme

du coassement imparable

des grenouilles dans le bayou.

A la fin de l'été je revenais à Bienville

à la vie habituelle, faite de tout et de rien,

l'odeur âcre sur ma peau

de ce type sombre et grincheux.

Je savais qu’il était mort

sur le terraine de mon père

lors de la coupe des roseaux

et qu’il avait été enterré pressé.

Quelle chance qu’il a eu à la fin!

Au cimetière des esclaves

est venu très clairement

... le coassement imparable

des grenouilles dans le bayou.

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u/Quick_Many6267 — 13 days ago

Occhio al cecchino

Vai bambino, vai a sgurare il tegame

con la sabbia e sciacqua con l'acqua di mare.

​

Vai bambino, mettiti in fila per la sbobba

e occhio al cecchino, che mira alla testa,

che mira ai genitali!

​

I suoi avi patirono millenni e millenni di angherie,

ora è lui… che si adopera a sfoltire la tua stirpe.

​

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u/Quick_Many6267 — 14 days ago

Ascolta il mio inno e capirai

Ascolta del mio inno, le parole,

esortano dunque alla warra feroce

armati di spade, arieti e cannoni?

​

Ascolta del mio inno, l'aria,

è dolce e mite eppur fiera,

è supplica di benedizione

e anelito di pace.

​

Ascolta e dimmi, v'è traccia forse

di marcia militare a passo d'oca?

​

Se non hai versato lacrime di pietà

nell'apprendere degli stupri e degli scanni

e di tutto quel cemento frantumato

e degli scheletri di ferro a fuoco,

che tenevano a sé vite e sogni e incanto,

se non hai versato lacrime di pietà

per i cani e le vacche e i maiali atterriti,

per gli uccelli e i caprioli del bosco,

per gli alberi e le semine andate a male

nella madre terra ingiuriata,

se non hai versato lacrime di pietà,

per ogni forma vivente interrotta,

ascolta il mio inno!

​

Esso, ti dirà più di mille congetture

e storie e disamine colte.

​

Ascolta l'inno di noi, Ukraìni… e capirai.

​

.

u/Quick_Many6267 — 16 days ago

Dirsi solo quel che serve

È fradicio di pioggia ocra,

l'olmo su cui sono salito.

​

Stufo d'imbattermi colle prefiche

e cogli sgorbi grassi e flaccidi.

Stufo di smorfie edulcorate,

di recite stantie, ridondanti.

​

Mi è insopportabile la torma,

stante in massa come i polipi,

si fan su di voce a primeggiare,

è tutto un dire di malanni,

di sciatalgie e bruciori di stomaco,

quando non di pettegolezzo

su questo e quella e quell'altro.

​

Era dialogo allora, da bambini,

in armonia o in baruffa…

ora niente altro che soliloquio,

per tedio, per ingannar la morte.

​

Quassù nessuna voce stridula,

giù macchie in movimento,

quiete, silenti, fin belle.

​

Quassù lo stormire delle foglie,

le bianche nuvole, i passeri

a faccendar nel giusto…

a dirsi solo quel che serve.

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u/Quick_Many6267 — 17 days ago

Fai di me quel che ritieni giusto

Fai di me quel che ritieni giusto, madre!

Tagliami ancor piccina le ali di farfalla e cauterizza con lama arroventata, affinché non muoia dissanguata, cucimi con ago e spago, sai non ti darò diniego, fallo! Prega poi il tuo dio distratto, stipula con esso un bel contratto, che mi preservi dalla sepsi perniciosa e fulminante, butterebbe all'aria il tuo piano favoloso ed eclatante.

​

Fai di me quel che ritieni giusto, fratello!

Seguimi come la mia ombra, sono il tuo fardello, seguimi ogni qualvolta vado a scuola o al mercato, mio guardiano sei stato nominato.

​

Fai di me quel che ritieni giusto, padre!

Dammi in sposa al vecchio potente del villaggio, egli ti renderà in denaro e prestigio gran vantaggio. Vendimi al miglior offerente, sono pari ad agnello del tuo gregge, indifferente!

​

Fai di me quel che ritieni giusto, marito!

Marito non desiderato… marito non amato. Scucimi e strappami senza riguardo lo spago sconcio e marcio, che m'ha tenuta pura, a forza incatenata, donando onore alla mia famiglia ladra. Sbattimi ogni volta che ne avrai voglia, sbattimi a figliare e a figliare, a strigliare pavimenti, a sbruscare panni stinti, sbattimi in cucina a prepararti da mangiare, a lavare ciotole e tegami, a rassettare.

​

Fai di me quel che ritieni giusto, guardiano della fede!

Infilami un sacco in testa… che alcun uomo onesto non abbia a eccitarsi al mio passaggio dal tormento. Frustami, se per la via non l'ho indossato, làpidami se il fratello di mio marito ho desiderato, giacché si mostra dolce e premuroso, dichiarami adultera anche solo per uno sguardo, làpidami furioso! Cancella la mia immagine con una bomboletta spray dalla vetrina del coiffeur. Cancella con l'acido la mia faccia, tagliami la lingua, cancellami dalla faccia della terra, fa che mi estingua! Chiedi poi al tuo dio misericordioso di farti nascere non più da donna… ma in altro modo.

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​

u/Quick_Many6267 — 17 days ago

Licisca, Licia e le altre

Io sono l'Imperatrice Valeria Messalina e di me si dissero e si dicono infamie all'infinito. Svetonio quella lingua biforcuta ne proclamò assai di sconce,Tacito a dispetto del suo nome, logorroico e maldicente, mi apostrofò bagascia, ninfomane e lupa. Due pesi e due misure a quel tempo ingrato, la donna dissoluta se scoperta e smascherata, da legge misogina veniva esiliata. All'uomo invece ogni adulterio era concesso, con uomini, con donne, con ragazzini fa lo stesso. Millantarono questi detrattori e anche altri, che ogni notte raggiungessi il lupanare più fetido della Suburra e là denudata, com'era usanza per la prostituta più reietta, parrucca bionda, occhi tinti di nero fumo e capezzoli dorati, m'intrattenessi lasciva ed estenuata su di un giaciglio repellente, con non si sa quanta malfamata gente. Che presi nome d'arte Licisca corrisponde a verità, ma in quanto a numero d'amanti calcolate la metà della metà. Il mio consorte claudicante, vecchio, canuto, mi lasciò fare di tutto, fuor che d'innamorarmi. E venne il tempo che dopo tanto cercare affetto e stima, conobbi Caio Silio una tiepida mattina. Tramutò egli, il mio perso animo in gran concilio. Fu questo inciampo che non mi perdonò l'arcigno Claudio Imperatore, che mi fece dunque d'arbitrio pugnalare al cuore! Avevo 23 anni e tracimavo passione e amore vero per il mio gaio amante. Persi la mia gara contro le ingiustizie tante.

​

​

Io Mupina, romana de Roma, rimasi orfana a soli quindici anni di padre e di madre. Caddi non so come in una notte di bufera, tra le grinfie di una megera arcigna, ladra e fiera. Mi portò nella sua locanda alla Suburra in un vicolo sporco e tetro. Pensai, che mi avrebbe relegato ai fuochi, a preparare puls e zuppe di farro, zucca, verze, rape e a sgurare panni e pavimenti. Invece con un ghigno avido, crudele, senza denti, mi mostrò una piccola stanzetta a piano terreno e mi farfugliò: "Guarda, mia cara fanciulla intoccata, questo è il loculo che per te ho preparato, è qui che ti dovrai accucciare a soddisfare voglie impellenti di marinai, fabbri, carrettieri e altre basse genti, posseggo licentia stupri è tutto regolare non ti allarmare, ti darò vitto e alloggio e due assi al giorno. E adesso sù preparati e togliti d'attorno! Ah! Vestirai succinta e di poca spesa e dovrai tingere i capelli di turchese". Fu così che principiò la mia gran carriera sul lercio materasso, ad accoppiarmi notte e giorno col fabbro guercio, col marinaio sbronzo, col carrettiere storpio, col beccaio grasso! Una tenda lurida mi separava dalla strada, un losco figuro lì davanti, come cane mi teneva a bada!

​

​

Io sono Fedro e di lavorare non tengo voglia, non lo nego. La pugna e la spada e la carriera militare non si confaceva con la mia morale! Mi dissi, ma perchè non vendere favori a vogliosi gran signori? Presi a fitto fisso una stanzetta alla Suburra, in una locanda malfamata parecchio frequentata. Il talamo di tufo era in buono stato, gettai il pagliericcio sovrastante infettato e mi feci confezionare da un artigiano rinomato, un caldo giaciglio in lana robusto ed appropriato. Rassettai per benino, pitturai io stesso le anguste pareti di rosso pompeiano e oro secco e decorai sgargianti colibrì, che succhiavan nettare d'ibiscus col lungo becco. Chi entrava da me un "ohhhh" meravigliato sussurrava. Anch'io me ne stavo dietro ad una tenda a pian terreno, a guardia lesto a difendermi da ogni malintenzionato, un nerboruto leno. A ogni prestazione chiedevo cinque assi e in poco tempo mi arricchii con secchi e grassi. Non vi racconto nei dettagli il mio gran sconquasso orgiastico, mi parrebbe di cattivo gusto e pleonastico. Perché sfrugugliar morbosità? Son le cose che da sempre per sollazzo fa tutta quanta l'umanità! Giungevano a reclamare i miei servigi senatori, governatori, burocrati, gladiatori e religiosi. Più d'uno perdutamente invaghito intese divenire mio amoroso. Un famoso auriga, pretendeva salirmi tutto bardato in groppa come fossi la sua biga! Non vi dico la frustrazione a sopportare la frusta di quell'omone! Ma mi pagava doppio e chiusi spesso un occhio. Dopo un decennio di questo ingaggio, aprii la tenda e m'incamminai per un lungo viaggio… Africa, oriente, mari, monti, oceani, occidente, l'Impero tutto mi fu accogliente. La mia fama m'ebbe preceduto e pure questo mi fu di grande agio e aiuto.

​

​

Incontrai la mia bella cerbiatta Etiope, trascinata qui nell'urbe a forza dagli sciacalli di Nerone, all'ufficio edile ove m'ero recata per ottenere la licentia stupri, anch'ella giunta lì per la medesima ragione. Notò la mia pelle diafana e i capelli d'oro e mi sorrise in palese affascinata emozione. Ottenuta la patente c'incamminammo insieme verso il Celio. Destino volle fossimo entrambe in accordo con un postribolo per l'alte classi. Esercitammo ligie il nostro infamante mestiere con clienti danarosi e raffinati, che ci elargirono tanti assi e nel tempo liberato ci abbandonammo l'una nelle braccia dell'altra estasiate. Queste effusioni perfino le più caste di nascosto dal mondo tutto, l'amore tra donne ai nostri tempi era proibito, immorale, sconcio e brutto!

​

​

Il mio nome è Licia e vengo dalla Dacia. Con l'inganno fui condotta qui a Roma da un governatore, che governava la mia terra col terrore. Mi disse: "Licia, mia bella Licia, che fai qui in provincia? Vieni con me nella capitale, ti porterò ogni fine settimana al mare". Accettai credendo ingenuamente a quell'uomo sì potente. Fui trasportata in comoda lettiga da schiavi negri soggiogati in un magnifico palazzo al centro dell'urbe nominata. Una lussuosa alcova finemente decorata per me fu approntata. Serva, cuoca, ancella personale e sì, ogni fine settimana al mare. Lì, fui il fulcro di un gran daffare tutti mi vollero assaggiare. Divenni presto il gingillo prediletto di uomini di gran lignaggio: consoli, governatori, burocrati, gabellieri, amministratori! Tutti violenti, sadici, bastonatori. Quante ricchezze in breve tempo accumulai, a costo d'angustia, umiliazione, caldi lai. Mi colse accidia e ignavia. Pensavo con nostalgia alle foreste, alla bruma e al vento, al richiamo dei lupi della mia Dacia. Di marmi, pietre preziose, oro, argento, donne, saccheggiata.

​

​

Oh! Scandza mia gelida, amata e profumata landa. Si viveva di fatica, sudore e sacrifici nelle incombenze quotidiane, ma pur liberi e felici. Ci ghermirono tribù venute dalle orientali steppe, mi afferrarono per le fluenti chiome e mi trascinarono fuori dalla mia tenda accogliente. Mi fu comandato d'imperio, in cambio di una sbobba d'erbe allungata, di soddisfare le pulsioni di tutta quella brutta gente barbara arrivata. Chi sopravvisse fuggì profuga e stracciata, a compiere su terre e popoli innocenti, le stesse brutali gesta inclementi. Io rimasi lì, gettata in una fossa ghiaccia, moribonda e profanata, a mirare il cielo terso e a respirare l'aria sottile della mia Scandza dissacrata.

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Io l'ho scampata! La mia famiglia disastrata questa carriera m'aveva suggerita! Col cuor spaccato verso la Suburra m'incamminai, tra le viuzze maleodoranti incontrai ladri, truffatori, bambini sudici e imploranti, galline, maiali, muli, capre, anatre starnazzanti. Mi venne incontro un saltimbanco, mi prese per mano, mi sorrise stanco. Disse: "Mi chiamo Franco, dimmi il perchè dei tuoi occhi tristi e colmi di pianto!" Di me gli raccontai in un sol fiato della vita buona, del declino, della deriva sciagurata. Senza tentennare mi fece: "Vieni con me lontano da quest'urbe troppo affollata, andremo sui miei monti dove sono nato, vedrai ti piacerà, Roma tentacolare e lassa non ti mancherà". Lo seguii fiduciosa! Sulla vetta innevata e quieta ci aspettava vita onesta, dura, sobria, eppure lieta!

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u/Quick_Many6267 — 17 days ago

Abitavo a Scampia, alle vele

Abitavo a Scampia alle vele, conducevo vita agra e mi pareva miele, incontravo brava gente con cui parlare del giusto e dell'ingiusto, del bene e del male. Per campare mio marito vendeva pane, io, m'ingegnavo a lavare le nostre scale, ognuno a fine mese mi donava quel che poteva, nessuno barava, nessuno mi mentiva.

Mi vedevo con le vicine ogni santa mattina... le paste calde, il caffè, una sigaretta, una battutina. Due volte a settimana passava Carmine col carrello e i numeri di una strana lotteria dentro a uno strano cappello. Vincevo sempre qualcosa… pasta, strofinacci, bacinelle, detersivo liquido, sapone di Marsiglia, tovaglioli, caramelle. Questo il mio procedere, il mio basico arrancare, ogni giorno sempre diverso, sebbene sempre uguale. Si diceva, che le vele fossero preda del degrado... bande di spaccio, camorra, prostituzione, piccoli ladri, ma io con nessun inganno mi sporcavo, io pulivo e rassettavo, pulivo e rassettavo.

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E giungevano nel 98 gli artificieri con tutto il necessario e segnavo una grande croce nera sul calendario, da lontano ma non troppo, spiavo per farmi male, un fantasma la mia amata al suo stesso funerale. Schiacciavano il maccheggio, gli eroi, ma inutilmente, la vela F mostrava al mondo intero d'esser resiliente. Un lugubre mesto pianto, un ringhio disperato e si piegava in ginocchio un pezzo di cemento armato. Cadeva con onore soltanto da un lato, si accucciava sanguinante, ferita e bistrattata. Il sindaco, i suoi compari si guardavano allibiti… si sa… la politica fallace ha un gran bisogno di simboli e di miti! Ancora tritolo... e quell'ultimo boato e un polverone acre mal soffocato! Crollava la mia vela assassinata, come lugubre capro espiatorio, con addosso le colpe di una società sbagliata. Continuava da un'altra parte il mio purgatorio.

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u/Quick_Many6267 — 17 days ago