
Ho passato anni a sanificare botti da 30hl con la lampada UV. Poi ho capito che il legno stava coprendo la voce del mio territorio.
Questa è una foto di qualche tempo fa: lavaggio accurato, sterilizzazione con lampada UV, asciugatura e sigillatura a mano della portella con il mastice per una grande botte da 30 ettolitri. Un rito antico che rispetto e che conosco fino all'ultimo dettaglio tecnico.
Eppure, a un certo punto del mio percorso da produttore, mi sono reso conto che stavo usando il legno più per abitudine e per conformarmi a un certo gusto di mercato che per reale necessità del vino.
Il legno trasforma il vino. Spesso gli regala un abito rassicurante, note tostate, vaniglia, spezie dolce, ma rischia di mascherare l'impronta del vitigno e del suolo, soprattutto quando si lavora su terroirs con forti spiccate note calcaree o saline (come nel nostro caso negli Iblei, in Sicilia).
Per questo ho scelto di abbandonare il legno e virare completamente su tre materiali "neutri":
- Terracotta (Anfora): per ottenere la micro-ossigenazione e la maturazione del tannino, ma con impatto aromatico zero.
- Cemento: per la stabilità termica e una maturazione lenta senza interferenze.
- Acciaio: per cristallizzare la freschezza e la fragranza della materia prima nuda.
Non voglio dire che il legno sia il male assoluto, ma credo che l'ossessione per l'affinamento in botte abbia spesso uniformato il gusto dei vini.
Come la vedete voi qui dentro? Preferite quando il legno si sente come "spezia" strutturale o cercate vini totalmente spogliati dalla matrice dell'affinamento in legno?