Pareri

vi voglio riportare due mie conversazioni che ho avuto qui su Reddit, una su Dio l altra sull “aborto“
Vorrei che prima dite un giudizio secco, chi ha ragione chi no, se è possibile e poi argomentare (
Conversazione uno(qui sono B)
A)Indeterminatezza ontologica

Questa è una riflessione strutturata sull'indeterminazione logica dell'esistenza di Dio.

Il nostro universo rispecchia leggi logiche, ma non sappiamo se al di fuori dell'universo esistano logiche diverse dal nostro universo (un po' riprendendo l'indeterminazione al di fuori del Mondo di Wittgenstein). Ad esempio, universi e realtà dove la casualità non esiste e che la mente umana non potrebbe calcolare. Questo non è ovviamente verificabile perché è impossibile verificarlo sperimentalmente e sensorialmente (utilizzando le categorie di esperienza di Locke).

Ritornando al discorso, essendo quindi impossibile determinare la realtà al di fuori dell'universo, è impossibile determinare se la forza creatrice dell'universo rispecchi una logica superiore rispetto alla nostra e se tale entità creatrice, vivendo in uno spazio al di fuori della nostra logica, esista.

Avendo escluso, riprendendo Sant'Agostino, la logica dall'esistenza di Dio, allora dobbiamo prendere come punto di riferimento la fede personale. Ora presupponiamo però che la fede personale sia vera, ma come possiamo determinare che tale fede racchiuda una verità generale e non parziale? E poi, questa è un'idea a priori (sia la fede che l'idea di Dio)?

Da questa indeterminatezza logica e personale, per le analisi delle altre branche filosofiche dobbiamo considerare a mio parere gli aspetti ontologici come falsi nelle analisi etiche, ermeneutiche e linguistiche. Ripeto: questo non vuole dire che Dio non esista, ma solo che non si ha certezza da nessuna prospettiva di analisi sull'esistenza di Dio.

Vorrei sapere cosa ne pensate? (Con rispetto) Grazie per l'attenzione.

B)

  1. Presupponi l'esistenza di altri universi: non è un presupposto da poco.
  2. Presupponi che un mondo diverso abbia una logica diversa, e che quindi la logica non sia solo una, ma che ce ne siano tante di logiche. Anche questo non è un presupposto da poco. Pensare che la logica possa essere diversa, e non sempre uguale, è un presupposto che in partenza cancella l'esistenza di Dio, soprattutto il Dio cattolico, che alla fine è quello davvero abbastanza "serio" da poter mettere gli atei nella condizione di dover combattere molto bene e di non avere risposte definitive. Il fatto è che, invece, la logica potrebbe essere solo una, e Dio potrebbe essere la logica, il Logos (classica posizione rispettabilissima in teologia speculativa), cioè ciò che permette ogni logica, e che l'essere sia uguale alla logica. Insomma, un presupposto davvero potente e non banale. E anche se le regole scientifiche fossero diverse, anche questo è contestabile: non indica che la logica cambi, ma solo che, in base anche alla volontà creatrice di un creatore, cambi il mondo. Già solo pensare che ci possano essere diverse leggi fisiche è molto contestabile, o comunque non scontato.
  3. La meccanica quantistica non è così affidabile, e soprattutto, nelle cose più spinte in assoluto della scuola di Copenaghen, rischia tantissimo l'autoreferenzialità e la totale infalsificabilità: sono idee che vengono dimostrate solo tramite equazioni per cui non abbiamo nessun motivo di credere che dicano la realtà. In più, si può anche provare a dire che sfiderebbe il teorema di incompletezza di Gödel; potrebbe essere un sistema che si verifica solo tramite schemi creati e perfetti, ma solo convenzionali, tramite gli stessi metodi di misura che sono anch'essi tarati su cose quantistiche. Insomma, non è così affidabile, soprattutto quando si parla dell'osservatore che crea la realtà, della sovrapposizione, eccetera. E va approcciata con dubbio epistemico, no? E poi c'è il problema della carica teorica dell'osservazione, di Russell Hanson: ovvero, gli strumenti tramite cui dimostri scientificamente, quei misuratori, sono tarati sulla matematica e su modelli quantistici, quindi sono tarati su ciò che devono dimostrare. È una petizione di principio. Quindi è un sistema autoreferenziale, matematico, artificioso, non collegato alla realtà effettiva, e basato su un linguaggio creato che rende vero ciò che si dice in esso entro certe condizioni. Quindi non dico che bisogna dire che tutto è falso, ma merita un forte dubbio epistemico.
  4. Si dà anche per scontato un presupposto empirista o comunque neopositivista logico, o positivista, in cui, essendo non verificabile sensorialmente, non è dimostrabile e non ha "senso". Ma questo presupposto non è assolutamente semplice; anzi, è molto complicato da argomentare. Ci sono quindi molti postulati e assiomi alla base di questo. E in più, anche qui, è un assioma che di fatto rifiuta la possibile dimostrazione dell'esistenza di Dio; quindi presupponi ciò che dimostri: petitio principii. No?
  5. E poi è inutile dire che sia solo ipotesi operativa non verificabile, perché per trarre conclusioni logiche devi trattare le premesse come valide nel tuo ragionamento. Che tu lo dimostri o meno, devi farlo, sennò non puoi avere una conclusione logica. E se le tratti come pura ipotesi, così, allora che peso ha? È una pippettina, senza peso epistemicamente. Ma trai una conclusione forte, che richiede che le premesse siano accettate nel ragionamento, anche se è solo un'ipotesi, perché le tue conclusioni si basano su quelle premesse: che ci possano essere altri mondi, altre logiche, che la meccanica quantistica sia affidabile, che ciò che è fuori dall'universo sia indimostrabile e indeterminato, che esista un fuori dall'universo, dal reale (meglio dire, che esista un fuori dal reale), e tutti altri presupposti che, anche se ci aggiungi un connettivo modale prima, rimangono presupposti da considerare come validi nel ragionamento per trarre conclusioni logiche.

CONVERSAZIONE DUE

Conversazione su r/TeenagersITA

A (KitchenScore7484):

Ok, ci proverò, premetto che ragiono in maniera consequenzialista, quindi le uniche cose che tengo in considerazione sono le conseguenze finali.

Io sono pro-aborto con tale tesi:

L'aborto può comportare danni fisici e mentali molto meno gravi rispetto al parto e si verificano con una frequenza minore rispetto al parto, quindi abortire è più sicuro rispetto al parto. Inoltre un parto di un figlio non voluto implica di dover ripetere il parto in futuro nel caso si voglia un figlio proprio, rendendo quindi la strada per avere un figlio molto pericolosa.

Io personalmente preferirei poter abortire se avessi una gravidanza per sbaglio oppure qualcuno mi avesse violentata, così da non dover soffrire un parto inutile e non voluto. Considero anche il mio punto di vista da futuro coinquilino con una donna: vorrei che la mia donna possa abortire nel caso ci fossero problemi con le precauzioni durante la relazione, perché incredibile ma vero può succedere (io sono gray-asesuale quindi il sesso per me non è una componente fondamentale del rapporto, ma per molte persone allonormative invece è importante essere considerate anche su quel piano, vabbè questo dettaglio non è rilevante).

Insomma non vedo alcun problema nell'abortire se il figlio non è desiderato. A mio parere si potrebbe abortire anche al nono mese perché rimane comunque più sicuro, però sconsiglio a chiunque di abortire così tardi perché è più rischioso, ma darei comunque la possibilità se qualcuno ha tale necessità: dev'essere qualcosa di improvviso, molto urgente, che costringe ad abbandonare il percorso verso la gravidanza.

Insomma magari ti sembrerà un modo un po' semplice per affrontare la questione, ma ti sembra così perché sono stato molto reale e pratico. Ciò non vuol dire semplice, è semplicemente un modo diverso di pensare.

B (Big-Confusion4819):

  1. Non hai argomentato, letteralmente hai detto "secondo me l'aborto va bene perché io preferirei abortire perché l'aborto fa soffrire meno del parto alla donna".
  2. Questa visione nemmeno si pone il problema del bambino, parla di un parto senza bambino, quindi le conseguenze dovrebbero essere viste anche sul bambino.
  3. Non è pratico, è semplicemente cieco: non consideri tutti i punti del dibattito, la definizione di persona e la potenza, il diritto alla vita eccetera.

Dare per scontato la visione delle sole conseguenze è troppo potente come assioma, troppo poco scontato, e non lo difendi nemmeno, non lo rendi ragionevole, quindi non ho motivo per crederti.

Avere due parti nella vita non è pericoloso quanto averne uno, nel senso finché ne fai due non è pericoloso quanto farne uno, il problema arriva se ne fai 5, 6, anche se i primi pericoli già con tre. Non porta argomentazioni vere e proprie e ragionamenti in senso aristotelico. Spero tu possa capire cosa ti dico, riflettici: la mia critica è epistemologica, non etica.

A (KitchenScore7484):

  1. Io ho guardato un solo punto di vista, quello della madre. Non mi importa il punto di vista del bambino perché non sarà mai la mia situazione. Mi fa comodo che esista l'aborto e fa comodo a molte persone, quindi siamo d'accordo che per noi non ci sono problemi. Io non credo nei valori assoluti, quindi finché la morte di un individuo non ha conseguenze dirette su di me non mi riguarda.
  2. Certo ognuno ha la sua filosofia. La mia si concentra solo su di me eliminando molti problemi. Io non cerco giustizia, non cerco equità, cerco comodità e qualsiasi cosa possa farmi stare bene. Non hai motivo di credermi come io non ho motivo di credere a te.
  3. Certo che non è aristotelico, come premesso è consequenzialista, oppure meglio detto utilitarismo dell'atto, un'altra corrente filosofica più moderna sviluppata da filosofi come Jeremy Bentham e John Stuart Mill.

Quindi dire che è privo di logica è giusto solo nel tuo modello. La realtà è che il tuo modello non riesce a essere compatibile con il mio.

In tal caso la conversazione dovrebbe deragliare su un livello filosofico (livello su cui probabilmente sei più informato di me) e la vera domanda è: "Allora qual è la filosofia migliore?"

B (Big-Confusion4819):

Appunto, non dimostri il tuo metodo, dai per scontato il tuo modo di analizzare il tutto e te ne freghi dei punti del dibattito. Poi l'utilitarismo non è assolutamente "me ne frego solo della donna", no, no e no. Dimostra il tuo metodo, la tua morale. Una morale che riduce tutto, non affronta i problemi e dà per scontato che se non sei nella sua situazione allora non devi considerare il feto. Cioè, ti rendi conto di quante cose dai per scontate, o di quante cose non analizzi? Questa è la mia critica, ed è filosofica. Bello, l'epistemologia è una branca della filosofia.

A (KitchenScore7484):

Tu mi stai imponendo la tua visione dandomi dell'irrazionale. Fratello, mi dispiace correggerti perché mi sembri davvero convinto di ciò che dici, ma:

  1. Il mio è il nucleo dell'egoismo razionale e del solipsismo morale. Tali filosofie dicono che l'individuo non deve fare conto a ciò che è astratto ma solo a ciò che vuole.
  2. Gli assiomi non si giustificano. Ogni corrente filosofica ha degli assiomi non giustificati. Quale scegliere? Beh, è una scelta personale. Io ho scelto la mia perché secondo me funziona in questo mondo. D'altronde se sono egoista cercherò sempre il meglio per me, che a differenza di come si possa pensare richiede strettamente l'aiuto degli altri, quindi è una filosofia che vediamo tutti i giorni in società: costruire una società è la cosa migliore per sé stessi a lungo termine, per esempio. Questo è uno dei motivi per cui seguo tale filosofia. Anzi, penso (speculazione personale) che tutti noi si segua tale filosofia all'inizio. Ognuno di noi sceglie i suoi assiomi in maniera egoista, no? Scegliendo ciò che ritiene più giusto, secondo i suoi valori e il proprio modo di pensare. Non ti costringo a diventare egoista ma ti costringo ad accettare che la mia posizione è filosoficamente esistente e strutturata tanto quanto la tua, perché anche tu hai degli assiomi. Per considerare il feto un individuo penso che tu come assioma abbia l'idea che la giustizia sia equità e quindi ti fa piacere pensare che il feto abbia i nostri stessi diritti. Io invece dico che giustizia è ciò che alla fine si rivela più comodo per quelli come me. Abbiamo assiomi diversi e si sceglie (secondo me in maniera egoista) quale seguire.
  3. Mi dispiace ma per me il feto non conta nulla dato che non sarò mai un feto. Nel momento in cui mi chiedi di essere epistemologico, non mi stai chiedendo ciò: mi stai chiedendo di usare la tua filosofia e i tuoi assiomi, cioè mi stai chiedendo di rendere il mio discorso "logico" nella tua filosofia in cui (probabilmente) la giustizia è l'equità.

Mi dispiace ma se non vuoi dirmi la tua filosofia e cercare di convincermi che sia più "giusta" e perché, mi sa che questo è un capolinea senza accordo in cui tu semplicemente ti trovi meglio nella tua filosofia (che non hai esposto) ed io nella mia che invece ho esposto.

Non mi piace correggere perché quando si corregge sembra quasi che si stia dando dell'inferiore, cosa che non voglio. Non voglio che quando mi rivedrai nel sub pensi che io sia un saccente. Ma tu non sai cos'è un assioma. Un assioma non si dimostra e tutti noi scegliamo i nostri assiomi. Pensa perfino la matematica ha degli assiomi indiscutibili e non si dimostrano. Insomma questa discussione si può chiudere così.

Riconosciamo che i nostri modelli sono incompatibili. Io rispetto il tuo, tu rispetti il mio, dando alla filosofia di ognuno la stessa importanza dato che entrambi basati (ovviamente) su assiomi indimostrabili. Se volessi potresti espormi la tua, che pur non essendo la mia, migliore fa piacere sentire.

Puoi non accettare questa verità, mettere i tuoi assiomi su tutto, insultarmi, darmi del saccente egoista ed andartene, mi dispiacerebbe.

Potresti valutare che magari se mi esponessi la tua tesi mi potresti convincere, ma se così non fosse alla fine dovresti comunque ammettere l'incompatibilità.

Allora? Pace e amore oppure guerra e incomprensione? A te la scelta.

B (Big-Confusion4819):

Tu non dimostri la tua morale e io continui a trattarmi come se la mia critica non fosse epistemologica. Un conto è avere assiomi che sono pochi di solito, un conto è dare per scontata un'intera visione morale. Poi non hai risposto alla mia accusa di petizione di principio, e in più vuoi continuare a non capirmi. Non esiste una mia filosofia, io sto criticando la tua, epistemologicamente. Non è la mia filosofia, è la filosofia della scienza, studiala. Anzi, è sia epistemologia che metalogica. I tuoi assiomi sono la tua stessa visione: petizione di principio di nuovo. Io non sto esponendo alcuna tesi, ok? Io sto criticando sulla base dell'epistemologia la tua tesi, ok. Fidati, preparati un po' perché si vede che non stai capendo ciò che ti dico.

A (KitchenScore7484):

  1. Studia la filosofia della scienza ma davvero. Karl Popper dà ragione a me: la scienza non sceglie delle congetture e si verifica se reggono ai fatti, potrebbe essere tutta una favoletta. La dimostrazione se i numeri tornano va bene. Inoltre in metalogica il teorema dell'incompletezza di Gödel dimostra che nessun sistema coerente può dimostrare i propri assiomi rimanendo dentro il sistema stesso. Chiedermi di motivare l'egoismo è un'assurdità, è impensabile. Se fossi davvero neutro, tu non sei un arbitro neutro, stai usando la tua logica per imporre. Quindi non è vero che stai criticando la mia senza usare la tua filosofia.
  2. "L'unico criterio di valore per me è il mio benessere e quello dei soggetti in cui posso immediatamente": un solo assioma.
  3. Petizione di principio? Ma hai la minima idea di che cosa sia? Io ho fatto una deduzione assiomatica e ciò dimostra che il mio sistema interno è coerente e proprio per questo non dimostrabile. Per favore smettila di usare parole che non conosci.
  4. Nel momento in cui mi dici che non considerare il feto è un errore non sei più neutro. Una tesi l'hai e stai cercando di imporla. Questo fa male per me perché sembra quasi un sistema di propaganda, ed io odio la propaganda perché oscura le menti.

Mi dispiace ma evidentemente hai studiato troppi argomenti in maniera affrettata. Io invece questi argomenti li ho fatti da solo, esatto, sono sale della mia zucca, e solo poi sono andato a cercare chi la pensa così perché, eh, già siamo tutti umani e soprattutto la filosofia: tante idee preesistenti si possono riscoprire da soli ponendosi domande apparentemente inutili e rispondendo in maniere diverse. Io sono intollerante all'ignoto e ho una mente fortemente divergente. Mi pongo un sacco di domande e non passo ore sui libri per sapere quasi alla perfezione quello che ti sto dicendo, bensì ricostruisco il percorso logico. Tu invece non lo fai, ti limiti ad apprendere a memoria, che è una cosa ottima ma non ti dà la possibilità di fare quel passetto in più, cioè di saperle applicare.

Riconosco che sei una persona intelligente ma, come molte persone intelligenti, devi combattere i tuoi demoni. Per te è la saccenteria e la paura di dover essere infallibile sul tuo campo. Dai, su col morale, sei su Reddit, nessuno ti darà un giudizio. Purtroppo molte persone leggermente più intelligenti della media si fermano a metà diventando paradossalmente come gli altri. Il mio è un consiglio, ti sto avvertendo della trappola in cui stai cadendo ed è una trappola mentale contro cui facciamo conto tutti, praticamente tutti i giorni, ma soprattutto chi ne sa qualcosa, chi ha un orgoglio che risiede tutto in una cosa. Io avevo lo stesso problema con la matematica, alla fine ho capito che non devo correre ma devo aspettare che le domande sorgano spontaneamente.

Dai, non essere triste perché hai sbagliato una volta. Ho voluto fare questa discussione fin dall'inizio proprio per questo, cioè cercare di aiutarti. Per favore non ti arroccare, se ti fa comodo non rispondermi, se vuoi cancelliamo la conversazione se ti fa stare meglio.

B (Big-Confusion4819):

Va beh, hai tirato fuori la filosofia della scienza alla cazzum. Popper non ti dà ragione, io sto solo criticando te. Popper non dà ragione al tuo utilitarismo e Gödel parla di sistemi con l'aritmetica dentro. Inoltre io non intendo quell'epistemologia, intendo la variante più vicina alla metalogica. Il tuo assioma in verità se scomposto ha tantissimi altri assiomi velati, e poi avere un assioma così grande, ovvero il tuo assioma è la tua visione: petizione di principio. La petizione è: dimostro che l'aborto deve essere un diritto perché non credo che io debba difendere un feto a scapito dei miei diritti, ma la tua prova è la tua conclusione, la tua premessa è la tua conclusione. Tu devi combattere i tuoi demoni, ovvero leggere il testo dell'altro e capirlo, non mi sembra tanto difficile. Il tuo "non essere triste perché hai sbagliato una volta" è una saccenteria insopportabile perché sei tu che stai sbagliando. Tiri fuori alla cazzum Popper che non c'entra un cazzo. Ahahahahahah, dai, suvvia, fai davvero il professore? Ma ti rendi conto di come non hai mai capito in mezzo messaggio ciò che ti dico? Sai perché? Perché non sai cosa vuol dire epistemologia, non l'hai studiata, almeno dillo, non sai cos'è la metalogica. Mi tratti come se tu fossi il grande saggio che sa tutto quando letteralmente ti sto smontando sotto ogni punto epistemico. Le tue sono solo asserzioni, cose indimostrate, punti che non vuoi capire. Insomma sforzati, invece che fare il grande saggio della situazione.

alla fine ha detto che sul piano politico forse ci sta ma filofico mente è a pezzi abbiamo raggiunto questo compromesso, anche se li ho detto che non mi trovo molto in quella separazione così netta

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u/Big-Confusion4819 — 5 days ago
▲ 10 r/LaTaverna+1 crossposts

È il mio primo meme, abbiate pietà, mi ci sono impegnato molto

Quando tua madre cucina una cena degna di Alcatraz e rifletti sul cosa dirle:

https://preview.redd.it/iq88t3e8reih1.jpg?width=838&format=pjpg&auto=webp&s=e226439e7ec6ec4b10bef822c8e06aa06e0d6ec7

e nel farlo ti ricordi che ha appena litigato con mezza famiglia, quindi ogni singolo commento minimamente negativo farebbe scaturire la Dagor Dagorath:

https://preview.redd.it/fz0xk3jfreih1.jpg?width=821&format=pjpg&auto=webp&s=3aedb868d11c967e9657649766ca6da9209ea3c3

ergo decidi di reagire così perché purtroppo ti rendi conto di non essere Túrin Turambar:

https://i.redd.it/un4r8r0rreih1.gif

meme per pochissimi. Vi prego abbiate pietà, migliorerò. Ve lo prometto.

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u/Big-Confusion4819 — 10 days ago

SigNessuno

io credo Che qui ci sia da rimettere un po’ a posto il sub PERCHÉ oramai la qualità dei contenuti è bassissima, ci sono cose che sono messe su r filosofia ma non sono filosofia, dai ce , metafore su angry birds, o cose sentimentali, o altre cose, non filosofia, contenuti che andrebbero rimossi, facciamo, FILOSOFIA

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u/Big-Confusion4819 — 11 days ago

Basta!

perché la gente stem odia la filosofia ?! viva la filosofia , in ogni cosa, ogni tipo, dalla metafisica a foucalt , ogni cosa, viva la filosofia è sempre interessantissima, voi stem, dovete ammutolirvi!

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u/Big-Confusion4819 — 13 days ago

Tutti si lamentano di r/Italia

allora partiamo col fatto che quella di r/Italia è comunque una cosa orribile, e molto peggiore della situazione che c’è qui. ma MOLTO.
detto questo, però ci terrei a specificare che anche qui, ci sono cose un po’ problematiche, tipo? tipo che se ti azzardi a dire una cosa di destra, o che sia anche minimamente sopportata dal generalissimo Vannacci …vieni, annichilito, bombardato smolecolato distrutto annientato fatto a pezzi smaterializzato , laserato massacrato!

/s(ma non troppo eh)

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u/Big-Confusion4819 — 15 days ago

Tier list filosofi, fatta senza pensarci troppo, estremamente soggettiva

Quelli su bruttino sono SCHOPENAUER , protagora , e Voltaire

https://preview.redd.it/rf2i1dp7kcfh1.jpg?width=1349&format=pjpg&auto=webp&s=4d5cf0b272372c2799dd323a6a4b088cee98df78

Ovviamente tier list molto di pancia eh, se volete chiedere su Nietzsche o su Spinoza chiedete pure
Quel noioso è un , “noioso per gli standard della filosofia”, ossia, mi diverte da morire studiarli, perche la filosofia è troppo bella!…ma…ma…in confronto ad altri sono un po’ più noiosi

Siate clementi senza dire, nah, il bro non ne sa nulla e mette le cose a caso, ci sta sei un bimbo piccolo, no grazie, vi prego 🥺
ps all interno delle stesse tier non sono messi in ordine di classifica, in buoni, il fatto che Wittgenstein sia primo non vuol dire che sia meglio di popper, certo è meglio di Benedetto Croce

reddit.com
u/Big-Confusion4819 — 26 days ago

Post per analisi no region

teoria di filosofia del linguaggio

CAPITOLO DI FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO – Formalizzazione della struttura di ogni frase o proposizione linguistica

Premessa metodologica

Questo capitolo definisce in modo autonomo e coerente la struttura di ogni frase o proposizione linguistica, e la teoria della verità proposizionale che ne deriva.

In tutto questo capitolo, ogni volta che si parla di "esistenza" ci si riferisce esclusivamente all'esistenza linguistica. L'esistenza ontologica (l'essere delle cose nel mondo) è materia di altri scritti (Libro V, Libro VI, ecc.). Qui siamo nel puro linguaggio.

Distinzione fondamentale: La verificabilità di cui si parla in questo capitolo è sempre e solo la verificabilità effettiva nel dominio linguistico D, cioè se esistono effettivamente in D informazioni (fatti, regole, deduzioni logiche, ecc.) tali da poter determinare se la frase è vera o falsa. Non è la verificabilità modale (cioè possibile in linea di principio). La verificabilità modale è già inclusa nell'esistenza linguistica, ma è distinta dalla verificabilità effettiva che determina il senso forte o debole.

§1 – La struttura tripartita di ogni frase

Ogni frase o proposizione linguistica è composta da tre elementi:

  1. Dominio (D): l'ambito in cui la frase si applica (fantasia, realtà effettiva, realtà passata, ipotetica realtà presente, ipotetica passata, ipotetica futura, puro linguaggio, metafisica, ecc.).
  2. Termine di senso (T): ciò di cui la frase parla.
  3. Attributo (A): la proprietà che viene predicata del termine di senso.

§2 – Ordine logico: prima l'esistenza linguistica, poi il senso

Una frase deve prima esistere linguisticamente per poi poter avere senso.

L'ordine è:

  1. Esistenza linguistica: la frase ha un dominio valido, ha una negata nello stesso dominio, ed è almeno modalmente possibile verificarla in D.
  2. Senso: il termine di senso appartiene a D, l'attributo appartiene a D, e la frase è verificabile effettivamente in D.

§3 – Esistenza linguistica di una frase

Una frase F esiste linguisticamente se e solo se:

  1. Ha un dominio valido D: D è uno dei domini ammessi (fantasia, realtà effettiva, realtà passata, ipotetica realtà presente, ipotetica passata, ipotetica futura, puro linguaggio, metafisica, ecc.).
  2. Ha una negata nello stesso dominio: esiste una frase F' che è la negata di F, e F' appartiene allo stesso dominio D di F.
  3. Il dominio non è la frase stessa: se D = F, allora F non ha una negata che appartenga allo stesso dominio (perché il dominio è la frase stessa, che non esiste come dominio valido), e quindi F non esiste linguisticamente.
  4. È almeno modalmente possibile verificarla in D: anche se non ci sono informazioni attuali, è possibile in linea di principio (con gli strumenti del dominio) che vi siano informazioni per determinare se è vera o falsa. Questa è la verificabilità modale, distinta dalla verificabilità effettiva di cui si parla nel §4.

§4 – Senso di una frase (forte, debole e assenza di senso)

Una frase F ha senso solo se esiste linguisticamente.

Senso debole

F ha senso debole se:

  • Il termine di senso T appartiene a D.
  • L'attributo A appartiene a D.
  • F esiste linguisticamente (cioè soddisfa i criteri del §3).
  • Non è verificabile effettivamente in D: non esistono effettivamente in D informazioni (fatti, regole, deduzioni logiche, ecc.) tali da poter determinare se è vera o falsa. È però modalmente possibile verificarla (per §3 punto 4).

Esempio: "Domani piove"

  • D = realtà futura
  • T = "domani" appartiene a D
  • A = "piove" appartiene a D
  • F ha senso in D
  • non è verificabile effettivamente in D (non ho informazioni certe su domani)
  • Quindi F ha senso debole in D

Senso forte

F ha senso forte se, oltre a soddisfare i criteri del senso debole:

  • È verificabile effettivamente in D: esistono effettivamente in D informazioni (fatti, regole, deduzioni logiche, ecc.) tali da poter determinare se è vera o falsa.

Esempio 1: "Socrate è mortale"

  • D = realtà presente
  • T = "Socrate" appartiene a D (è un termine di senso valido anche nella realtà presente)
  • A = "è mortale" appartiene a D (la mortalità è una proprietà che può essere attribuita anche nella realtà presente)
  • F è verificabile effettivamente in D (posso dedurre che Socrate è mortale, perché so che è un uomo e che tutti gli uomini sono mortali, oppure perché so che è storicamente morto)
  • Quindi F ha senso forte in D

Esempio 2: "l'attuale re di Francia è calvo"

  • D = realtà presente
  • T = "l'attuale re di Francia" appartiene a D (perché "re", "attuale", "Francia" sono tutti termini che appartengono al dominio della realtà presente)
  • A = "è calvo" appartiene a D (perché la calvizie è una proprietà che può essere attribuita nel dominio della realtà presente)
  • F ha senso in D (perché T e A appartengono a D)
  • F è verificabile effettivamente in D (perché posso andare a vedere se l'attuale re di Francia è calvo o no)
  • Quindi F ha senso forte in D

Assenza di senso

F non ha senso se:

  • Il termine di senso T non appartiene a D.
  • Oppure l'attributo A non appartiene a D.
  • Oppure F non esiste linguisticamente (per §3).

Esempio: "Ieri piove"

  • D = realtà passata
  • T = "ieri" appartiene a D
  • A = "piove" non appartiene a D (perché "piove" è un verbo al presente, che non appartiene al dominio della realtà passata; nella realtà passata si dice "ha piovuto", non "piove")
  • non ha senso in D

Nota: Una frase che non ha senso non corrisponde al vero in D.

§5 – Regola generale della negata (distinzione tra negata forte, debole e insensata)

Data una frase F che esiste linguisticamente in un dominio D, la sua negata F' si determina in base al senso di F in D.

Caso A – F ha senso forte in D → Negata forte

Se F ha senso forte in D (cioè il termine di senso T appartiene a D, l'attributo A appartiene a D, ed è verificabile effettivamente in D), allora la negata di F è forte.

La negata forte F' deve:

  1. Appartenere allo stesso dominio D.
  2. Avere lo stesso termine di senso T.
  3. Nega totalmente l'attributo A: se T appartiene a D, allora F' nega A.
  4. Includere la negazione dell'esistenza linguistica di T in D: poiché T appartiene a D, la negata deve dire che T non esiste linguisticamente in D (cioè non è un termine di senso valido in D), e quindi che A non gli appartiene.

Esempio 1: "Socrate è mortale"

  • D = realtà presente
  • T = "Socrate" appartiene a D
  • A = "è mortale" appartiene a D
  • F è verificabile effettivamente in D (deducibile)
  • Quindi F ha senso forte in D
  • Negata forte F' = "Socrate non esiste in D, e non è mortale in D"
  • Questa negata forte è falsa in D (perché Socrate esiste linguisticamente in D ed è mortale)
  • Quindi F è vera in D

Esempio 2: "l'attuale re di Francia è calvo"

  • D = realtà presente
  • T = "l'attuale re di Francia" appartiene a D
  • A = "è calvo" appartiene a D
  • F è verificabile effettivamente in D (posso andare a vedere se l'attuale re di Francia è calvo o no)
  • Quindi F ha senso forte in D
  • Negata forte F' = "Non esiste alcun attuale re di Francia, e non è calvo"

Spiegazione di perché "e non è calvo" è vero in D:

Nel dominio della realtà presente, il termine di senso "l'attuale re di Francia" non esiste linguisticamente (non c'è un re di Francia attuale). Poiché non esiste linguisticamente in D, a questo termine non si possono attribuire proprietà positive in D (non si può dire che "è calvo", perché non c'è nessuno a cui attribuire la calvizie). Ma si possono attribuire proprietà negative a ciò che non esiste linguisticamente in D. Perché? Perché una proprietà negativa ("non è calvo") non richiede che il termine esista in D per essere vera: se non c'è un re di Francia in D, allora è vero che "non è calvo" in D. Quindi la negata forte "Non esiste alcun attuale re di Francia, e non è calvo" è vera in D, perché:

  • "Non esiste alcun attuale re di Francia" è vera (non c'è).
  • "E non è calvo" è vera (perché a ciò che non esiste linguisticamente in D si possono attribuire proprietà negative).

Quindi F è falsa in D.

Caso B – F ha senso debole in D → Negata debole

Se F ha senso debole in D (cioè il termine di senso T appartiene a D, l'attributo A appartiene a D, ma non è verificabile effettivamente in D), allora la negata di F è debole.

La negata debole F' deve:

  1. Appartenere allo stesso dominio D.
  2. Avere lo stesso termine di senso T.
  3. Negare solo l'attributo A: poiché F non è verificabile effettivamente in D, non si può determinare se T esiste o non esiste in D, quindi la negata nega solo l'attributo.
  4. Non includere la negazione dell'esistenza linguistica di T in D: perché non è verificabile effettivamente se T esiste o non esiste in D.

Esempio:

  • F = "Domani piove"
  • D = realtà futura (domani)
  • T = "domani" appartiene a D
  • A = "piove" appartiene a D
  • F ha senso in D (perché T e A appartengono a D)
  • non è verificabile effettivamente in D (perché non ho informazioni certe su domani, solo previsioni)
  • Quindi F ha senso debole in D
  • Negata debole F' = "Domani non piove" (senza negare l'esistenza di domani, perché non è verificabile effettivamente)
  • La verità o falsità di F e F' si determinerà domani, quando il dominio diventerà realtà presente e quindi verificabile effettivamente

Caso C – F non ha senso in D → Negata insensata

Se F non ha senso in D (cioè il termine di senso T non appartiene a D, oppure l'attributo A non appartiene a D), allora la negata di F è insensata.

La negata insensata F' deve:

  1. Appartenere allo stesso dominio D.
  2. Avere lo stesso termine di senso T.
  3. Negare solo l'attributo A: poiché T non appartiene a D, negare l'esistenza linguistica di T in D sarebbe superfluo o insensato (T già non esiste linguisticamente in D).
  4. Non includere la negazione dell'esistenza linguistica di T in D: perché T non esiste già linguisticamente in D, quindi non ha senso dire "T non esiste linguisticamente in D".
  5. La negata insensata non acquisisce senso: è semplicemente la frase F con il simbolo di "non" davanti all'attributo, ma rimane insensata perché T non appartiene a D.

Esempio:

  • F = "Ieri piove"
  • D = realtà passata
  • T = "ieri" appartiene a D
  • A = "piove" non appartiene a D (perché "piove" è un verbo al presente, che non appartiene al dominio della realtà passata; nella realtà passata si dice "ha piovuto", non "piove")
  • non ha senso in D
  • Negata insensata F' = "Ieri non piove" (solo il "non" davanti all'attributo)
  • Questa negata insensata non acquisisce senso in D: rimane insensata perché A non appartiene a D
  • non corrisponde al vero in D

§6 – Verità proposizionale e corrispondenza al vero

Per le frasi che hanno senso (forte o debole)

Una frase F che ha senso in D è proposizionalmente vera in D se e solo se la sua negata (forte o debole) è falsa secondo le regole, i fatti e le deduzioni di D.

E viceversa: F è proposizionalmente falsa in D se e solo se la sua negata (forte o debole) è vera secondo le regole, i fatti e le deduzioni di D.

Esempio di frase vera (senso forte):

  • F = "Socrate è mortale" in D = realtà presente
  • Negata forte F' = "Socrate non esiste in D, e non è mortale in D" è falsa
  • Quindi F è vera

Esempio di frase falsa (senso forte):

  • F = "l'attuale re di Francia è calvo" in D = realtà presente
  • Negata forte F' = "Non esiste alcun attuale re di Francia, e non è calvo" è vera
  • Quindi F è falsa

Esempio di frase con senso debole:

  • F = "Domani piove" in D = realtà futura
  • La verità o falsità si determinerà domani, quando il dominio diventerà realtà presente

Per le frasi che non hanno senso

Una frase F che non ha senso in D non corrisponde al vero in D.

Esempio:

  • F = "Ieri piove" in D = realtà passata
  • F non ha senso (perché A = "piove" non appartiene a D)
  • non corrisponde al vero in D
  • La negata insensata F' = "Ieri non piove" non corrisponde al vero in D (perché anche lei non ha senso)

Nota: La negata insensata, pur non avendo senso, può essere usata come negazione puramente formale (con il "non" davanti all'attributo), ma non acquisisce senso e quindi non corrisponde al vero in D.

§7 – La tautologia

Una tautologia è una frase che è vera in virtù della sua stessa forma logica, indipendentemente dal dominio.

Differenza fondamentale tra tautologia e mentitore:

La tautologia non ha come dominio sé stessa. La tautologia parla di A (un termine di senso esterno), non di se stessa.

Esempio di tautologia: "A è A" oppure "Se piove, allora piove".

  • Il dominio di questa frase è il dominio in cui A esiste linguisticamente (per esempio, la realtà effettiva, o la fantasia, o qualsiasi dominio in cui A sia un termine di senso valido).
  • La tautologia non parla di sé stessa. Parla di A.
  • Quindi la tautologia esiste linguisticamente (per §3), perché il suo dominio non è la frase stessa.
  • La tautologia ha senso in D (per §4), perché T = A appartiene a D, e A = "è identico a sé stesso" appartiene a D.
  • La tautologia è verificabile effettivamente in D (perché posso sempre verificare se A è identico a sé stesso in qualsiasi dominio in cui A esista)
  • Quindi la tautologia ha senso forte in D
  • La sua negata forte è: "A non esiste linguisticamente in D, e non è identico a sé stesso in D", che è falsa in D.
  • Quindi la tautologia è vera in D.

Conclusione sulla tautologia:
La tautologia è il fondamento della verità proposizionale, perché è vera in qualsiasi dominio in cui il suo termine di senso esista linguisticamente. La tautologia non crea paradossi, perché non parla di sé stessa.

§8 – Conseguenza per il mentitore

Prendiamo la frase M = "questa frase è falsa".

Passo 1 – La negata di M
La negata di M è: "questa frase è vera".
Ora abbiamo due frasi:

  • M = "questa frase è falsa"
  • M' = "questa frase è vera"

Passo 2 – Il dominio di M e M'
Le due frasi parlano di sé stesse. Il loro dominio sono sé stesse.

Passo 3 – Informazioni nel dominio
In questo dominio (che è la frase stessa), non abbiamo alcuna informazione per dire né vero né falso. Il dominio è costruito dalle frasi stesse per essere contraddittorio, così come sono.

Passo 4 – Il dominio non contiene abbastanza informazioni
Il dominio non contiene abbastanza informazioni, ed essendo una contraddizione il fatto che una cosa possa essere sia vera che falsa allo stesso tempo, il dominio è falso, o meglio, è un dominio sul quale è erroneo costruire frasi.

Passo 5 – Conseguenza
Allora è sbagliato sia dire "questa frase è vera" sia "questa frase è falsa". Bisognerebbe solo dire "questa frase", ma allora non sarebbe più una frase, e allora non esisterebbe nemmeno quel dominio perché il dominio è la frase stessa, che non esiste.

Passo 6 – Conclusione finale
Il dominio non è valido, la frase non esiste, e quindi non è nemmeno negabile perché il dominio non è valido. Semplicemente, il paradosso del mentitore non esiste.

Passo 7 – Verifica con la definizione di esistenza linguistica (§3)
Secondo §3 punto 3: se D = F, allora F non ha una negata che appartenga allo stesso dominio. Quindi M non esiste linguisticamente.

Passo 8 – Verifica con la regola della negata (§5)
Poiché M non esiste linguisticamente, non ha senso, non ha negata (né forte, né debole, né insensata), e non corrisponde al vero in D (perché non esiste in D).

Passo 9 – Nota finale
Provate a fare gli argomenti invertendo "falsa" e "vera" con "vera" e "falsa", e torna tutto lo stesso. Questo dimostra che il problema non è nella verità o falsità, ma nella struttura autoreferenziale della frase stessa.

§9 – Determinazione del dominio

Il dominio D si deduce in base al termine di senso T.

Se T appartiene a più domini, si deve specificare in quale dominio si sta parlando. Una frase può essere vera in un dominio e falsa in un altro, perché la verità proposizionale è relativa al dominio.

Esempi:

  • "Socrate è mortale": ha senso forte sia nella realtà presente (deducibile) che nella realtà passata (verificabile storicamente). È vera in entrambi.
  • "Domani piove": ha senso debole nella realtà futura (non verificabile ora). Diventerà senso forte domani.
  • "Ieri piove": non ha senso nella realtà passata (perché "piove" è al presente). Non corrisponde al vero in D.
  • "l'attuale re di Francia è calvo": ha senso forte nella realtà presente (verificabile). È falsa.

§10 – Differenza tra verità proposizionale e verità ontologica

Verità proposizionale (definita in questo capitolo):

  • È il rapporto tra due frasi nello stesso dominio.
  • È relativa al dominio: una frase può essere vera in un dominio e falsa in un altro.
  • È materia del linguaggio.

Verità ontologica:

  • È la struttura dell'essere stesso.
  • È assoluta: una cosa che è ontologicamente non vera non è vera mai, in nessun dominio.
  • È materia del Libro V e del Libro VI, non di questo capitolo.

Nota:
Una frase può essere non vera proposizionalmente in un dominio, ma vera in un altro dominio.
Invece, una cosa che è ontologicamente non vera non è vera mai, in nessun dominio. Perché l'essere-ente è univoco: una cosa o è o non è. Non ci sono domini dove una cosa è ontologicamente vera e dove non lo è.

Nota 2:
Questa è la definizione di verità proposizionale, e non sostituisce la verità ontologica.

Nota 3:
Non si scambi il termine "positivo" per il termine "affermativo", poiché dire "questa persona non è calva" è un'affermazione, ma questo non lo rende una frase negativa, e viceversa.

Riepilogo finale

Condizione di F in D Tipo di negata Contenuto della negata Esistenza linguistica di F La negata acquisisce senso? F corrisponde al vero in D?
F ha senso forte in D (T e A appartengono a D, verificabile effettivamente) Forte "T non esiste linguisticamente in D, e non A in D" Sì (ha senso forte) Sì (è vera o falsa)
F ha senso debole in D (T e A appartengono a D, NON verificabile effettivamente) Debole "T non A in D" (senza negare l'esistenza linguistica di T) Sì (ha senso debole) Sì (è vera o falsa, ma lo si saprà solo quando sarà verificabile)
F non ha senso in D (T non appartiene a D, o A non appartiene a D) Insensata "T non A in D" (solo il "non" davanti all'attributo, senza acquisire senso) No (rimane insensata) No (non corrisponde al vero in D)
D = F (autoreferenzialità, come nel mentitore) Non esiste F non ha negata, perché il dominio non è valido No N/A No (non esiste linguisticamente in D)
Tautologia (parla di A, non di sé stessa) Forte (perché ha senso forte) "A non esiste linguisticamente in D, e non è identico a sé stesso in D"
reddit.com
u/Big-Confusion4819 — 2 months ago

ADDIO.

dichiariamo, solennemente, con la tristezza di tutti i filosofi, DECEDUTO per SUICIDIO INTELLETTUALE l'utente:
u/No_Region2676
AUGURIAMO A LUI, una buona pace nell iperuranio, e una buona ascesa erotica verso il bene.
e arriviamo a incidere sulla lapide della sua mente, la sua più grande idea:
LA VERITà ASSOLUTA, L UNICA BASE DEL MONDO, ESISTE PIù DI OGNI ALTRA COSA.

https://preview.redd.it/6hoclo33fn9h1.jpg?width=812&format=pjpg&auto=webp&s=e9d1186a2dfa57a70330fa3d19621a05d92719fc

AHAHAHAH

reddit.com
u/Big-Confusion4819 — 2 months ago
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teoria di filosofia del linguaggio

CAPITOLO DI FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO – Formalizzazione della struttura di ogni frase o proposizione linguistica

Premessa metodologica

Questo capitolo definisce in modo autonomo e coerente la struttura di ogni frase o proposizione linguistica, e la teoria della verità proposizionale che ne deriva.

In tutto questo capitolo, ogni volta che si parla di "esistenza" ci si riferisce esclusivamente all'esistenza linguistica. L'esistenza ontologica (l'essere delle cose nel mondo) è materia di altri scritti (Libro V, Libro VI, ecc.). Qui siamo nel puro linguaggio.

Distinzione fondamentale: La verificabilità di cui si parla in questo capitolo è sempre e solo la verificabilità effettiva nel dominio linguistico D, cioè se esistono effettivamente in D informazioni (fatti, regole, deduzioni logiche, ecc.) tali da poter determinare se la frase è vera o falsa. Non è la verificabilità modale (cioè possibile in linea di principio). La verificabilità modale è già inclusa nell'esistenza linguistica, ma è distinta dalla verificabilità effettiva che determina il senso forte o debole.

§1 – La struttura tripartita di ogni frase

Ogni frase o proposizione linguistica è composta da tre elementi:

  1. Dominio (D): l'ambito in cui la frase si applica (fantasia, realtà effettiva, realtà passata, ipotetica realtà presente, ipotetica passata, ipotetica futura, puro linguaggio, metafisica, ecc.).
  2. Termine di senso (T): ciò di cui la frase parla.
  3. Attributo (A): la proprietà che viene predicata del termine di senso.

§2 – Ordine logico: prima l'esistenza linguistica, poi il senso

Una frase deve prima esistere linguisticamente per poi poter avere senso.

L'ordine è:

  1. Esistenza linguistica: la frase ha un dominio valido, ha una negata nello stesso dominio, ed è almeno modalmente possibile verificarla in D.
  2. Senso: il termine di senso appartiene a D, l'attributo appartiene a D, e la frase è verificabile effettivamente in D.

§3 – Esistenza linguistica di una frase

Una frase F esiste linguisticamente se e solo se:

  1. Ha un dominio valido D: D è uno dei domini ammessi (fantasia, realtà effettiva, realtà passata, ipotetica realtà presente, ipotetica passata, ipotetica futura, puro linguaggio, metafisica, ecc.).
  2. Ha una negata nello stesso dominio: esiste una frase F' che è la negata di F, e F' appartiene allo stesso dominio D di F.
  3. Il dominio non è la frase stessa: se D = F, allora F non ha una negata che appartenga allo stesso dominio (perché il dominio è la frase stessa, che non esiste come dominio valido), e quindi F non esiste linguisticamente.
  4. È almeno modalmente possibile verificarla in D: anche se non ci sono informazioni attuali, è possibile in linea di principio (con gli strumenti del dominio) che vi siano informazioni per determinare se è vera o falsa. Questa è la verificabilità modale, distinta dalla verificabilità effettiva di cui si parla nel §4.

§4 – Senso di una frase (forte, debole e assenza di senso)

Una frase F ha senso solo se esiste linguisticamente.

Senso debole

F ha senso debole se:

  • Il termine di senso T appartiene a D.
  • L'attributo A appartiene a D.
  • F esiste linguisticamente (cioè soddisfa i criteri del §3).
  • Non è verificabile effettivamente in D: non esistono effettivamente in D informazioni (fatti, regole, deduzioni logiche, ecc.) tali da poter determinare se è vera o falsa. È però modalmente possibile verificarla (per §3 punto 4).

Esempio: "Domani piove"

  • D = realtà futura
  • T = "domani" appartiene a D
  • A = "piove" appartiene a D
  • F ha senso in D
  • non è verificabile effettivamente in D (non ho informazioni certe su domani)
  • Quindi F ha senso debole in D

Senso forte

F ha senso forte se, oltre a soddisfare i criteri del senso debole:

  • È verificabile effettivamente in D: esistono effettivamente in D informazioni (fatti, regole, deduzioni logiche, ecc.) tali da poter determinare se è vera o falsa.

Esempio 1: "Socrate è mortale"

  • D = realtà presente
  • T = "Socrate" appartiene a D (è un termine di senso valido anche nella realtà presente)
  • A = "è mortale" appartiene a D (la mortalità è una proprietà che può essere attribuita anche nella realtà presente)
  • F è verificabile effettivamente in D (posso dedurre che Socrate è mortale, perché so che è un uomo e che tutti gli uomini sono mortali, oppure perché so che è storicamente morto)
  • Quindi F ha senso forte in D

Esempio 2: "l'attuale re di Francia è calvo"

  • D = realtà presente
  • T = "l'attuale re di Francia" appartiene a D (perché "re", "attuale", "Francia" sono tutti termini che appartengono al dominio della realtà presente)
  • A = "è calvo" appartiene a D (perché la calvizie è una proprietà che può essere attribuita nel dominio della realtà presente)
  • F ha senso in D (perché T e A appartengono a D)
  • F è verificabile effettivamente in D (perché posso andare a vedere se l'attuale re di Francia è calvo o no)
  • Quindi F ha senso forte in D

Assenza di senso

F non ha senso se:

  • Il termine di senso T non appartiene a D.
  • Oppure l'attributo A non appartiene a D.
  • Oppure F non esiste linguisticamente (per §3).

Esempio: "Ieri piove"

  • D = realtà passata
  • T = "ieri" appartiene a D
  • A = "piove" non appartiene a D (perché "piove" è un verbo al presente, che non appartiene al dominio della realtà passata; nella realtà passata si dice "ha piovuto", non "piove")
  • non ha senso in D

Nota: Una frase che non ha senso non corrisponde al vero in D.

§5 – Regola generale della negata (distinzione tra negata forte, debole e insensata)

Data una frase F che esiste linguisticamente in un dominio D, la sua negata F' si determina in base al senso di F in D.

Caso A – F ha senso forte in D → Negata forte

Se F ha senso forte in D (cioè il termine di senso T appartiene a D, l'attributo A appartiene a D, ed è verificabile effettivamente in D), allora la negata di F è forte.

La negata forte F' deve:

  1. Appartenere allo stesso dominio D.
  2. Avere lo stesso termine di senso T.
  3. Nega totalmente l'attributo A: se T appartiene a D, allora F' nega A.
  4. Includere la negazione dell'esistenza linguistica di T in D: poiché T appartiene a D, la negata deve dire che T non esiste linguisticamente in D (cioè non è un termine di senso valido in D), e quindi che A non gli appartiene.

Esempio 1: "Socrate è mortale"

  • D = realtà presente
  • T = "Socrate" appartiene a D
  • A = "è mortale" appartiene a D
  • F è verificabile effettivamente in D (deducibile)
  • Quindi F ha senso forte in D
  • Negata forte F' = "Socrate non esiste in D, e non è mortale in D"
  • Questa negata forte è falsa in D (perché Socrate esiste linguisticamente in D ed è mortale)
  • Quindi F è vera in D

Esempio 2: "l'attuale re di Francia è calvo"

  • D = realtà presente
  • T = "l'attuale re di Francia" appartiene a D
  • A = "è calvo" appartiene a D
  • F è verificabile effettivamente in D (posso andare a vedere se l'attuale re di Francia è calvo o no)
  • Quindi F ha senso forte in D
  • Negata forte F' = "Non esiste alcun attuale re di Francia, e non è calvo"

Spiegazione di perché "e non è calvo" è vero in D:

Nel dominio della realtà presente, il termine di senso "l'attuale re di Francia" non esiste linguisticamente (non c'è un re di Francia attuale). Poiché non esiste linguisticamente in D, a questo termine non si possono attribuire proprietà positive in D (non si può dire che "è calvo", perché non c'è nessuno a cui attribuire la calvizie). Ma si possono attribuire proprietà negative a ciò che non esiste linguisticamente in D. Perché? Perché una proprietà negativa ("non è calvo") non richiede che il termine esista in D per essere vera: se non c'è un re di Francia in D, allora è vero che "non è calvo" in D. Quindi la negata forte "Non esiste alcun attuale re di Francia, e non è calvo" è vera in D, perché:

  • "Non esiste alcun attuale re di Francia" è vera (non c'è).
  • "E non è calvo" è vera (perché a ciò che non esiste linguisticamente in D si possono attribuire proprietà negative).

Quindi F è falsa in D.

Caso B – F ha senso debole in D → Negata debole

Se F ha senso debole in D (cioè il termine di senso T appartiene a D, l'attributo A appartiene a D, ma non è verificabile effettivamente in D), allora la negata di F è debole.

La negata debole F' deve:

  1. Appartenere allo stesso dominio D.
  2. Avere lo stesso termine di senso T.
  3. Negare solo l'attributo A: poiché F non è verificabile effettivamente in D, non si può determinare se T esiste o non esiste in D, quindi la negata nega solo l'attributo.
  4. Non includere la negazione dell'esistenza linguistica di T in D: perché non è verificabile effettivamente se T esiste o non esiste in D.

Esempio:

  • F = "Domani piove"
  • D = realtà futura (domani)
  • T = "domani" appartiene a D
  • A = "piove" appartiene a D
  • F ha senso in D (perché T e A appartengono a D)
  • non è verificabile effettivamente in D (perché non ho informazioni certe su domani, solo previsioni)
  • Quindi F ha senso debole in D
  • Negata debole F' = "Domani non piove" (senza negare l'esistenza di domani, perché non è verificabile effettivamente)
  • La verità o falsità di F e F' si determinerà domani, quando il dominio diventerà realtà presente e quindi verificabile effettivamente

Caso C – F non ha senso in D → Negata insensata

Se F non ha senso in D (cioè il termine di senso T non appartiene a D, oppure l'attributo A non appartiene a D), allora la negata di F è insensata.

La negata insensata F' deve:

  1. Appartenere allo stesso dominio D.
  2. Avere lo stesso termine di senso T.
  3. Negare solo l'attributo A: poiché T non appartiene a D, negare l'esistenza linguistica di T in D sarebbe superfluo o insensato (T già non esiste linguisticamente in D).
  4. Non includere la negazione dell'esistenza linguistica di T in D: perché T non esiste già linguisticamente in D, quindi non ha senso dire "T non esiste linguisticamente in D".
  5. La negata insensata non acquisisce senso: è semplicemente la frase F con il simbolo di "non" davanti all'attributo, ma rimane insensata perché T non appartiene a D.

Esempio:

  • F = "Ieri piove"
  • D = realtà passata
  • T = "ieri" appartiene a D
  • A = "piove" non appartiene a D (perché "piove" è un verbo al presente, che non appartiene al dominio della realtà passata; nella realtà passata si dice "ha piovuto", non "piove")
  • non ha senso in D
  • Negata insensata F' = "Ieri non piove" (solo il "non" davanti all'attributo)
  • Questa negata insensata non acquisisce senso in D: rimane insensata perché A non appartiene a D
  • non corrisponde al vero in D

§6 – Verità proposizionale e corrispondenza al vero

Per le frasi che hanno senso (forte o debole)

Una frase F che ha senso in D è proposizionalmente vera in D se e solo se la sua negata (forte o debole) è falsa secondo le regole, i fatti e le deduzioni di D.

E viceversa: F è proposizionalmente falsa in D se e solo se la sua negata (forte o debole) è vera secondo le regole, i fatti e le deduzioni di D.

Esempio di frase vera (senso forte):

  • F = "Socrate è mortale" in D = realtà presente
  • Negata forte F' = "Socrate non esiste in D, e non è mortale in D" è falsa
  • Quindi F è vera

Esempio di frase falsa (senso forte):

  • F = "l'attuale re di Francia è calvo" in D = realtà presente
  • Negata forte F' = "Non esiste alcun attuale re di Francia, e non è calvo" è vera
  • Quindi F è falsa

Esempio di frase con senso debole:

  • F = "Domani piove" in D = realtà futura
  • La verità o falsità si determinerà domani, quando il dominio diventerà realtà presente

Per le frasi che non hanno senso

Una frase F che non ha senso in D non corrisponde al vero in D.

Esempio:

  • F = "Ieri piove" in D = realtà passata
  • F non ha senso (perché A = "piove" non appartiene a D)
  • non corrisponde al vero in D
  • La negata insensata F' = "Ieri non piove" non corrisponde al vero in D (perché anche lei non ha senso)

Nota: La negata insensata, pur non avendo senso, può essere usata come negazione puramente formale (con il "non" davanti all'attributo), ma non acquisisce senso e quindi non corrisponde al vero in D.

§7 – La tautologia

Una tautologia è una frase che è vera in virtù della sua stessa forma logica, indipendentemente dal dominio.

Differenza fondamentale tra tautologia e mentitore:

La tautologia non ha come dominio sé stessa. La tautologia parla di A (un termine di senso esterno), non di se stessa.

Esempio di tautologia: "A è A" oppure "Se piove, allora piove".

  • Il dominio di questa frase è il dominio in cui A esiste linguisticamente (per esempio, la realtà effettiva, o la fantasia, o qualsiasi dominio in cui A sia un termine di senso valido).
  • La tautologia non parla di sé stessa. Parla di A.
  • Quindi la tautologia esiste linguisticamente (per §3), perché il suo dominio non è la frase stessa.
  • La tautologia ha senso in D (per §4), perché T = A appartiene a D, e A = "è identico a sé stesso" appartiene a D.
  • La tautologia è verificabile effettivamente in D (perché posso sempre verificare se A è identico a sé stesso in qualsiasi dominio in cui A esista)
  • Quindi la tautologia ha senso forte in D
  • La sua negata forte è: "A non esiste linguisticamente in D, e non è identico a sé stesso in D", che è falsa in D.
  • Quindi la tautologia è vera in D.

Conclusione sulla tautologia:
La tautologia è il fondamento della verità proposizionale, perché è vera in qualsiasi dominio in cui il suo termine di senso esista linguisticamente. La tautologia non crea paradossi, perché non parla di sé stessa.

§8 – Conseguenza per il mentitore

Prendiamo la frase M = "questa frase è falsa".

Passo 1 – La negata di M
La negata di M è: "questa frase è vera".
Ora abbiamo due frasi:

  • M = "questa frase è falsa"
  • M' = "questa frase è vera"

Passo 2 – Il dominio di M e M'
Le due frasi parlano di sé stesse. Il loro dominio sono sé stesse.

Passo 3 – Informazioni nel dominio
In questo dominio (che è la frase stessa), non abbiamo alcuna informazione per dire né vero né falso. Il dominio è costruito dalle frasi stesse per essere contraddittorio, così come sono.

Passo 4 – Il dominio non contiene abbastanza informazioni
Il dominio non contiene abbastanza informazioni, ed essendo una contraddizione il fatto che una cosa possa essere sia vera che falsa allo stesso tempo, il dominio è falso, o meglio, è un dominio sul quale è erroneo costruire frasi.

Passo 5 – Conseguenza
Allora è sbagliato sia dire "questa frase è vera" sia "questa frase è falsa". Bisognerebbe solo dire "questa frase", ma allora non sarebbe più una frase, e allora non esisterebbe nemmeno quel dominio perché il dominio è la frase stessa, che non esiste.

Passo 6 – Conclusione finale
Il dominio non è valido, la frase non esiste, e quindi non è nemmeno negabile perché il dominio non è valido. Semplicemente, il paradosso del mentitore non esiste.

Passo 7 – Verifica con la definizione di esistenza linguistica (§3)
Secondo §3 punto 3: se D = F, allora F non ha una negata che appartenga allo stesso dominio. Quindi M non esiste linguisticamente.

Passo 8 – Verifica con la regola della negata (§5)
Poiché M non esiste linguisticamente, non ha senso, non ha negata (né forte, né debole, né insensata), e non corrisponde al vero in D (perché non esiste in D).

Passo 9 – Nota finale
Provate a fare gli argomenti invertendo "falsa" e "vera" con "vera" e "falsa", e torna tutto lo stesso. Questo dimostra che il problema non è nella verità o falsità, ma nella struttura autoreferenziale della frase stessa.

§9 – Determinazione del dominio

Il dominio D si deduce in base al termine di senso T.

Se T appartiene a più domini, si deve specificare in quale dominio si sta parlando. Una frase può essere vera in un dominio e falsa in un altro, perché la verità proposizionale è relativa al dominio.

Esempi:

  • "Socrate è mortale": ha senso forte sia nella realtà presente (deducibile) che nella realtà passata (verificabile storicamente). È vera in entrambi.
  • "Domani piove": ha senso debole nella realtà futura (non verificabile ora). Diventerà senso forte domani.
  • "Ieri piove": non ha senso nella realtà passata (perché "piove" è al presente). Non corrisponde al vero in D.
  • "l'attuale re di Francia è calvo": ha senso forte nella realtà presente (verificabile). È falsa.

§10 – Differenza tra verità proposizionale e verità ontologica

Verità proposizionale (definita in questo capitolo):

  • È il rapporto tra due frasi nello stesso dominio.
  • È relativa al dominio: una frase può essere vera in un dominio e falsa in un altro.
  • È materia del linguaggio.

Verità ontologica:

  • È la struttura dell'essere stesso.
  • È assoluta: una cosa che è ontologicamente non vera non è vera mai, in nessun dominio.
  • È materia del Libro V e del Libro VI, non di questo capitolo.

Nota:
Una frase può essere non vera proposizionalmente in un dominio, ma vera in un altro dominio.
Invece, una cosa che è ontologicamente non vera non è vera mai, in nessun dominio. Perché l'essere-ente è univoco: una cosa o è o non è. Non ci sono domini dove una cosa è ontologicamente vera e dove non lo è.

Nota 2:
Questa è la definizione di verità proposizionale, e non sostituisce la verità ontologica.

Nota 3:
Non si scambi il termine "positivo" per il termine "affermativo", poiché dire "questa persona non è calva" è un'affermazione, ma questo non lo rende una frase negativa, e viceversa.

Riepilogo finale

Condizione di F in D Tipo di negata Contenuto della negata Esistenza linguistica di F La negata acquisisce senso? F corrisponde al vero in D?
F ha senso forte in D (T e A appartengono a D, verificabile effettivamente) Forte "T non esiste linguisticamente in D, e non A in D" Sì (ha senso forte) Sì (è vera o falsa)
F ha senso debole in D (T e A appartengono a D, NON verificabile effettivamente) Debole "T non A in D" (senza negare l'esistenza linguistica di T) Sì (ha senso debole) Sì (è vera o falsa, ma lo si saprà solo quando sarà verificabile)
F non ha senso in D (T non appartiene a D, o A non appartiene a D) Insensata "T non A in D" (solo il "non" davanti all'attributo, senza acquisire senso) No (rimane insensata) No (non corrisponde al vero in D)
D = F (autoreferenzialità, come nel mentitore) Non esiste F non ha negata, perché il dominio non è valido No N/A No (non esiste linguisticamente in D)
Tautologia (parla di A, non di sé stessa) Forte (perché ha senso forte) "A non esiste linguisticamente in D, e non è identico a sé stesso in D" Sì (ha senso forte) Sì (è vera
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u/Big-Confusion4819 — 2 months ago
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mia nuova teoria. o meglio, era già una vecchia teoria che ho deciso di rivisitare per risolvere problemi, e mi sono ritrovato ad ampliarla. dove vedete riferimenti a LIBRO V, sappiate che è un altro mio scritto, che non ho ancora pubblicato, ma non è necessario leggerlo per capire.

I tre corni contro il paradosso del mentitore

Corno I – La verità come rapporto tra due frasi e il dominio (la soluzione radicale)

§p1) Una proposizione è vera o falsa.

§p2) Una proposizione (x) dice un qualcosa (q).

§p3) Una frase che non sia una domanda è sempre un'affermazione e una negazione (affermare la verità è negare la falsità, negare la verità è affermare la falsità).

§p4) Un'affermazione dice un qualcosa che è sempre affermato come vero all'interno della frase. Non vi sono frasi che non siano domande che non affermino un qualcosa.

§p5) Le affermazioni sono valide nella frase in virtù della frase stessa.

§p6) Una frase affermativa/negativa dà sempre un dominio della frase e poi ne dà un attributo (non in senso grammaticale) che viene affermato come vero in virtù della frase.

§p7) La verità o falsità di una frase è data in virtù della sua negata, poiché la verità come principio applicabile a proposizioni è tale in base a ciò che è vero.

§p8) Data una frase falsa, ciò che è vero è la sua negata, e vale pure l'inverso.

§p9) La negata di una frase può negare solo una frase che appartiene allo stesso suo dominio (dove dominio significa: fantasia, realtà effettiva, realtà passata, ipotetica realtà presente, ipotetica passata, ipotetica futura, ecc.).

§c1) Ergo, la verità di una proposizione è un fattore esterno valutato in virtù di due proposizioni: nel momento in cui si afferma la verità o falsità di una frase, è tale perché si considera la negata di ciò che è vero.

§c2) Allora, la verità non dipende da rapporti interni alla frase, ma dal rapporto tra due frasi.

§p10) La negata di una frase è una frase che nega totalmente l'altra frase. Data la frase "l'attuale re di Francia è calvo", la sua negata è quindi: se una affermazione, quindi una frase affermativa, è tale in virtù di sé stessa (in quanto frase), allora la frase è valida in virtù dell'esistenza del termine di senso (ovvero ciò di cui si parla, perché se una frase non parla di niente non ha senso) nel dominio in cui si parla (che può essere fantasia, realtà effettiva o altri domini), e anche, ergo, dell'attributo dato dopo (§p6). Detto questo, e considerando §p9, torna che la negata di questa frase è: "Non esiste alcun attuale re di Francia, e non è calvo." Ora valutiamo il dominio dove siamo: ok, realtà presente. Nel dominio della realtà presente non vi è alcun re di Francia, e non è calvo, perché se un termine di senso linguisticamente non è in quel dominio, in quello stesso dominio dove deve esserci la sua negata, non si può attribuire proprietà positive in quel dominio (ontologicamente, nel sistema, l'essere-ente è univoco: una cosa o è o non è; ma qui il discorso è linguistico: il termine 'attuale re di Francia' non è nel dominio della realtà presente). Si può invece dire che non sia calvo, perché a ciò che non è linguisticamente in quel dominio si possono attribuire proprietà negative come: non è calvo, non è buono, non è vero, non è giallo. Poiché non essendo linguisticamente in quel dominio non ha proprietà positive in quel dominio, qualsiasi negazione di proprietà a qualcosa che non è (linguisticamente) in quel dominio è vera. Ergo, la frase "l'attuale re di Francia è calvo" è falsa; la frase "non esiste alcun attuale re di Francia, e non è calvo" è vera. E la sua negata deve per forza anche negare l'esistenza del re in quel dominio. Una negata non è, per forza, la stessa frase mettendo "non" davanti alle parole: no, non per forza.

5C) §p9 vale anche per il paradosso del mentitore. La negata sarebbe: "questa frase è vera". Ora abbiamo: "questa frase è falsa" e "questa frase è vera". Andiamo a vedere e scopriamo che possiamo attribuire sia vera che falsa a ognuno senza contraddizioni o esplosioni (dimostrato nei corni seguenti; provate a fare gli argomenti dei corni invertendo "falsa" e "vera" con "vera" e "falsa", e torna tutto lo stesso). Perché questo? Perché le due frasi parlano di sé stesse. Il loro dominio sono sé stesse. In questo dominio, non abbiamo alcuna informazione per dire né vero né falso. Il dominio è costruito dalle frasi stesse per essere contraddittorio, così come sono. Il dominio non contiene abbastanza informazioni, ed essendo una contraddizione il fatto che una cosa possa essere sia vera che falsa allo stesso tempo, il dominio è falso, o meglio, è un dominio sul quale è erroneo costruire frasi. Allora è sbagliato sia dire "questa frase è vera" sia "questa frase è falsa". Bisognerebbe solo dire "questa frase", ma allora non sarebbe più una frase, e allora non esisterebbe nemmeno quel dominio perché il dominio è la frase stessa, che non esiste. Il dominio non è valido, la frase non esiste, e quindi non è nemmeno negabile perché il dominio non è valido. Semplicemente, il paradosso del mentitore non esiste.

2 note:

  1. Questa è la definizione di verità proposizionale, e non sostituisce la verità ontologica, che verrà anzi usata nel corno qui sotto.
  2. Non si scambi il termine "positivo" per il termine "affermativo", poiché dire "questa persona non è calva" è un'affermazione, ma questo non lo rende una frase negativa, e viceversa. Importante per non vedere contraddizioni che non ci sono in §p10.

Corno II – E anche ammesso esista come frase: Confusione tra rapporto predicato-soggetto e verità (definizione classica)

Premessa 1

La verità di una proposizione è distinta dal suo rapporto predicato-soggetto.

  • Rapporto predicato-soggetto = ciò che la frase dice.
  • Verità = riscontro esterno che ciò che si dice corrisponde alla realtà.

Premessa 2

Nella frase φ = "φ è falsa", il rapporto predicato-soggetto è: a φ viene attribuita la proprietà "essere falsa".

Premessa 3

Se dico che φ è vera, per la definizione classica sto dicendo: il rapporto predicato-soggetto di φ è confermato dalla realtà.

Premessa 4

Il rapporto predicato-soggetto di φ dice che φ è falsa.

Premessa 5

Quindi, dire che φ è vera equivale a dire: è confermato che φ è falsa.

Premessa 6

Il paradosso classico finge che da "è confermato che φ è falsa" si possa dedurre "φ è vera", per generare contraddizione.

Premessa 7

Ma "è confermato che φ è falsa" significa soltanto che φ è falsa. Non esiste alcuna regola logica che da "φ è falsa" permetta di concludere "φ è vera".

Conclusione del Corno II

Anche ammesso che il mentitore sia una frase, il paradosso confonde rapporto predicato-soggetto e verità. Con la distinzione chiara, il paradosso scompare.
Capitolo finale – Formalizzazione della struttura di ogni frase o proposizione linguistica

§1 – La struttura tripartita di ogni frase

Dal Corno I (§p6, §p10) emerge che ogni frase o proposizione linguistica è composta da tre elementi:

  1. Dominio: l'ambito in cui la frase si applica (fantasia, realtà effettiva, realtà passata, ipotetica realtà presente, ipotetica passata, ipotetica futura, puro linguaggio, metafisica, ecc.).
  2. Termine di senso: ciò di cui la frase parla.
  3. Attributo: la proprietà che viene predicata del termine di senso.

§2 – Ordine logico: prima l'esistenza, poi il senso

Una frase deve prima esistere per poi poter avere senso.

L'ordine è:

  1. Esistenza: la frase ha un dominio valido, una negata nello stesso dominio, ed è almeno modalmente possibile verificarla in D.
  2. Senso: il termine di senso appartiene a D, l'attributo appartiene a D, e la frase è verificabile in D.

§3 – Esistenza di una frase (linguistica)

Una frase F esiste linguisticamente se e solo se:

  1. Il suo dominio è valido: D è un dominio valido (fantasia, realtà effettiva, realtà passata, ipotetica realtà presente, ipotetica passata, ipotetica futura, puro linguaggio, metafisica, ecc.).
  2. Ha una negata: esiste una frase F' che è la negata di F, e F' appartiene allo stesso dominio di F (per §p9).
  3. Il dominio non è la frase stessa: se il dominio è la frase stessa, la frase non ha una negata che appartenga allo stesso dominio (per §p10), e quindi non esiste linguisticamente.
  4. È almeno modalmente possibile verificarla in D: cioè, anche se non ci sono informazioni attuali, è possibile (in linea di principio, con gli strumenti del dominio) che vi siano informazioni per determinare se è vera o falsa.

§4 – Senso di una frase (debole e forte)

Una frase ha senso debole se:

  1. Il termine di senso (T) appartiene a D.
  2. L'attributo (A) appartiene a D.
  3. Segue i criteri di esistenza (cioè esiste linguisticamente).

Una frase ha senso forte se, oltre a soddisfare i criteri del senso debole:

  1. È verificabile in D: cioè esistono in D informazioni (fatti, regole, deduzioni logiche, sillogismi, ecc.) tali da poter determinare se è vera o falsa. Anche la metafisica ha pieno senso forte, perché le sue proposizioni sono deducibili (es. dal Libro V e dal Libro VI).

Esempio di senso debole (non forte): "Domani piove". Questa frase appartiene al dominio della realtà futura (T = "domani" appartiene a D, A = "piove" appartiene a D), ed esiste linguisticamente (ha una negata, "domani non piove", nello stesso dominio). Ma se non ci sono previsioni certe, non è verificabile in D. Quindi ha solo senso debole.

Esempio di senso forte: "Domani potrebbe piovere". Questa frase appartiene al dominio della realtà futura (T = "domani" appartiene a D, A = "potrebbe piovere" appartiene a D), esiste linguisticamente, ed è verificabile/falsificabile con gli strumenti del dominio (es. previsioni meteorologiche, modelli probabilistici). Quindi ha senso forte.

Nota: Una frase falsa ha senso (forte o debole a seconda dei casi). Il senso è la condizione della verificabilità: se una frase non ha senso, non può essere né verificata né falsificata. Le frasi insensate sono quasi impossibili da creare, perché richiedono che T o A non appartengano a D, il che è raro (di solito ogni termine appartiene a qualche dominio).

Nota 2: Il dominio D può essere anche il metafisico. Quindi il linguaggio può parlare di metafisica.

Nota 3: Il secondo sillogismo del Libro IV non riguarda il linguaggio in generale, ma il linguaggio quando è immagine logica della realtà non metafisica.

§5 – Negata di una frase

La negata di F è quella frase che nega totalmente F.

La negata di F deve soddisfare queste condizioni:

  1. Appartiene allo stesso dominio: il dominio di F' è lo stesso di F (per §p9).
  2. Ha lo stesso termine di senso: il termine di senso di F' è lo stesso di F.
  3. Nega totalmente l'attributo: l'attributo di F' è la negazione totale dell'attributo di F. Se T non appartiene a D, allora F' deve includere anche la negazione dell'esistenza di T in D.

§6 – Verità proposizionale

Una frase F è proposizionalmente vera se e solo se la sua negata F' è falsa secondo le regole, i fatti, le deduzioni, ecc. del dominio D.

E viceversa: F è falsa se e solo se F' è vera.

§7 – Determinazione del dominio

Il dominio D si deduce in base al termine di senso T.

§8 – Verità ontologica

Ciò che una frase dice è ontologicamente vero se e solo se segue i canoni del Libro V.

La verità ontologica non è la stessa della verità proposizionale. La verità proposizionale è il rapporto tra due frasi nello stesso dominio. La verità ontologica è la struttura dell'essere stesso.

PS – Sulla differenza tra verità proposizionale e verità ontologica

Si noti quanto segue.

Una frase può essere non vera proposizionalmente in un dominio, ma vera in un altro dominio.

Invece, una cosa che è ontologicamente non vera non è vera mai, in nessun dominio. Perché l'essere-ente è univoco: una cosa o è o non è. Non ci sono domini dove una cosa è ontologicamente vera e dove non lo è. La verità ontologica è la struttura dell'essere stesso, e l'essere è uno.

(En passant: anche il puro essere è univoco. Questo concetto tornerà, tornerà eccome, fidatevi.)

Per comprendere a fondo questa distinzione, e per capire perché la tautologia è il fondamento mentre il mentitore non esiste, si legga il Libro V

pietà. ho [solo] tredici anni.

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u/Big-Confusion4819 — 2 months ago

Allora, dovrei prendere un libro di storia della filosofia, perché , sì, so qualcosa, ma voglio sapere di più, chiedo consigli

possono essere anche libri difficili e/o tosti

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u/Big-Confusion4819 — 2 months ago
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riflessione.

PRIMA PARTE – CRITICA AL TRILEMMA DI AGRIPPA

(Identica alla versione definitiva)

§0 – Definizioni preliminari

§0.1 – Trilemma di Agrippa (versione scettica) = l’argomento secondo cui:

>

§0.2 – Lo scettico conclude: nessuna definizione è veramente fondata → nessuna conoscenza certa è possibile.

§0.3 – Per apprendimento linguistico si intende il processo con cui un essere umano impara una lingua (da bambino o da adulto).

§P1 – La pretesa universale del trilemma

§P1.1 – Il trilemma pretende di applicarsi a ogni definizione, senza eccezioni.

§P1.2 – Il trilemma pretende di applicarsi a ogni parola di ogni lingua, perché ogni parola è definibile o comunque rimanda ad altre parole, concetti, regole o contesti.

§P1.3 – Secondo il trilemma, per apprendere una parola qualsiasi, si dovrebbe già conoscere la catena di definizioni a cui essa rimanda (o accettare un circolo o un arbitrio).

§P1.4 – Dunque, il trilemma implica che l’apprendimento linguistico è logicamente impossibile a meno di non cadere in una delle tre trappole.

§P2 – Doppia argomentazione: le conseguenze estreme del trilemma

§P2.1 – Primo argomento: l’impossibilità della prima definizione

§P2.1.1 – Per imparare una lingua, è necessario un primo atto di apprendimento: la prima parola, la prima associazione tra un suono e qualcosa.

§P2.1.2 – Secondo il trilemma, ogni definizione (e quindi ogni atto di significazione che pretenda di essere fondato) cade in regresso, circolo o arbitrio.

§P2.1.3 – Se il primo atto di apprendimento fosse una definizione (nel senso del trilemma), allora anch’esso cadrebbe in regresso, circolo o arbitrio.

§P2.1.4 – Ma non esiste alcuna definizione precedente a cui il primo atto potrebbe rimandare per evitare il regresso o il circolo.

§P2.1.5 – Quindi, se il trilemma fosse vero, la prima definizione sarebbe impossibile.

§P2.1.6 – E senza una prima definizione, non si può iniziare ad apprendere alcuna lingua.

§P2.2 – Secondo argomento: l’impossibilità di qualsiasi parola (la catena infinita delle definizioni)

§P2.2.1 – Supponiamo per un momento che si possa superare il problema della prima definizione (anche se il trilemma lo vieta). Resta il problema per ogni altra parola.

§P2.2.2 – In una lingua, ogni parola o è un termine primitivo oppure è definita tramite altre parole.

§P2.2.3 – Se una parola è definita tramite altre parole, allora quelle parole a loro volta richiedono definizioni. E così via.

§P2.2.4 – Secondo il trilemma, questa catena non può mai terminare in modo non arbitrario:

  • o va all’infinito (regresso),
  • o torna indietro in circolo (circolo vizioso),
  • o si ferma a un’assunzione non giustificata (arbitrio).

§P2.2.5 – Esempio concreto: prendiamo la parola «cane».

  • Per capire «cane», potrei usare: «animale a quattro zampe che abbaia».
  • «Animale» rimanda a «essere vivente».
  • «Essere vivente» rimanda a «organismo».
  • «Organismo» rimanda a «entità con funzione metabolica».
  • E così via. Regresso all’infinito.

§P2.2.6 – Oppure: «cane» rimanda a «mammifero», «mammifero» rimanda a «animale», «animale» rimanda a «cane». Circolo vizioso.

§P2.2.7 – Oppure: ci si ferma a «essere vivente» dicendo «si sa cos’è». Assunzione arbitraria.

§P2.2.8 – Secondo il trilemma, nessuna parola sarebbe mai veramente appresa, perché ogni parola rimanderebbe a una catena infinita o circolare o arbitraria di altre parole.

§P2.3 – Conseguenza estrema (unione dei due argomenti)

§P2.3.1 – Dal primo argomento: non si può iniziare ad apprendere (la prima parola è impossibile).

§P2.3.2 – Dal secondo argomento: anche se si potesse iniziare, non si potrebbe completare l’apprendimento di nessuna parola (ogni parola rimanda ad altre in modo regressivo/circolare/arbitrario).

§P2.3.3 – Quindi, se il trilemma fosse vero nella sua pretesa universale, sarebbe totalmente impossibile imparare qualsiasi lingua: né la prima parola, né le successive, né il sistema nel suo complesso.

§P2.3.4 – Il trilemma, portato alle estreme conseguenze, implica che l’apprendimento linguistico è un’impossibilità logica.

§P3 – L’evidenza contraria (incontrovertibile)

§P3.1 – Noi impariamo le lingue. I bambini imparano a parlare. Gli adulti imparano lingue straniere.

§P3.2 – Questo è un fatto empirico universale, osservabile, innegabile.

§P3.3 – Dunque, la conclusione del trilemma («nessuna lingua può essere appresa») è falsa, perché contraddice l’evidenza.

§P3.4 – Pertanto, il trilemma non può essere vero nella sua pretesa universale. C’è un errore nella sua formulazione o nella sua applicazione.

§P4 – Argomentazione della tautologia specifica (perché è proprio questa)

§P4.1 – Il problema: come si impara la prima parola?

§P4.1.1 – Se il trilemma fallisce, significa che l’apprendimento linguistico non inizia con una definizione (nel senso del trilemma). Inizia con qualcos’altro.

§P4.1.2 – Questo qualcos’altro deve avere tre caratteristiche:

  • non deve rimandare ad altre definizioni (altrimenti regresso);
  • non deve essere circolare;
  • non deve essere un’assunzione arbitraria.

§P4.1.3 – Chiediamoci: che cosa fa un bambino (o un adulto) quando impara la prima parola di una lingua?

§P4.2 – Analisi dell’atto di apprendimento

§P4.2.1 – Il bambino sente un suono («acqua») e vede (o immagina, o ricorda) un ente.

§P4.2.2 – Non gli viene data una definizione («H₂O», «liquido trasparente»). Gli viene mostrato l’ente, o gliene si parla in un contesto.

§P4.2.3 – L’atto mentale che compie non è «questo suono significa questo ente» (che sarebbe una definizione tra segno e cosa). È piuttosto: questo ente è questo ente – ma non in astratto. È: questo ente diventa linguisticamente l’ente che è.

§P4.2.4 – Il linguaggio non si aggiunge dall’esterno. L’ente è già. Il linguaggio lo prende e lo identifica con se stesso.

§P4.3 – Perché serve il doppio «è»

§P4.3.1 – Il primo «è» è l’identità linguistica: il suono/significante si identifica con l’ente.
Esempio: «acqua» (suono) è quell’ente lì (l’acqua reale o immaginata).

§P4.3.2 – Il secondo «è» è l’esistenza o presenza dell’ente. Specifica dove l’ente è: nel reale o nell’immaginario.
Esempio: l’ente è nel reale (per l’acqua) o nell’immaginario (per il drago).

§P4.3.3 – Se mancasse il secondo «è», non sapremmo se l’ente è reale o immaginario. E questa distinzione è cruciale per l’apprendimento: imparare «acqua» (reale) è diverso da imparare «drago» (immaginario), ma entrambi sono apprendimenti linguistici validi.

§P4.4 – Perché serve la distinzione tra immaginario verace e non verace

§P4.4.1 – Per il mondo fisico, quando imparo una parola che si riferisce a un ente reale concreto (es. «acqua»), l’immaginario che uso (il ricordo, l’anticipazione, l’immagine mentale) deve rispecchiare la realtà. Se l’immagine mentale dell’acqua fosse completamente sbagliata (es. la immagino come fuoco), l’apprendimento fallisce. Chiamiamo questo immaginario verace (rispecchia la realtà).

§P4.4.2 – Per il mondo della fantasia, quando imparo una parola che si riferisce a un ente immaginario (es. «drago»), non c’è un rispecchiamento della realtà fisica. L’immaginario può essere anche non verace (non corrisponde a nulla nel mondo fisico). Eppure l’apprendimento è possibile.

§P4.4.3 – Quindi la tautologia deve coprire entrambi i casi nella sua stessa formulazione, non in un paragrafo a parte.

§P4.5 – Perché questa tautologia non è un’assunzione arbitraria

§P4.5.1 – Potrei provare con «A = A». Ma è vuota. Non dice nulla sull’ancoraggio linguaggio-realtà. Sarebbe una tautologia inerte, non generativa.

§P4.5.2 – Potrei provare con «questo suono sta per questo ente». Ma è una definizione (tra segno e cosa). Cadrebbe nel trilemma perché «sta per» richiederebbe a sua volta una definizione.

§P4.5.3 – L’unica via è un’identità performativa che non è né definizione né tautologia vuota: l’ente è linguisticamente l’ente che è. Questa forma è vincolata dalla struttura stessa dell’apprendimento. Non posso sceglierne un’altra senza cadere o nel regresso (definizione) o nell’arbitrio (tautologia inerte).

§P4.6 – La formulazione finale (argomentata)

§P4.6.1 – Da quanto argomentato, la tautologia specifica deve avere questa forma (ed è l’unica a funzionare):

>

§P4.6.2 – Con la specificazione tra parentesi (che non è un’aggiunta esterna, ma parte integrante della tautologia):

  • per il mondo fisico: in un eventuale immaginario che però rispecchia la realtà
  • per il mondo della fantasia: in un semplice immaginario anche non verace

§P4.6.3 – Questa tautologia non cade nel trilemma perché:

  • Non è regresso: non rimanda ad altra definizione. Rimanda all’ente stesso.
  • Non è circolo: non torna indietro. È un atto puntuale di ancoraggio.
  • Non è arbitrio: la forma è vincolata dalla necessità di distinguere mondo fisico (immaginario verace) e fantasia (immaginario non verace). Non posso scegliere un’altra forma.

§P4.7 – Asterisco (tre righe)

§P4.7.1 – La tautologia non è una formula astratta né una petizione di principio. È l’atto performativo con cui il linguaggio si ancora alla realtà (concreta o immaginaria, verace o non verace) senza bisogno di definizioni precedenti. Questo atto è condizione di possibilità dell’apprendimento linguistico, e il trilemma, non riconoscendolo, cade in una falsa universalizzazione.

§P5 – L’errore fondamentale del trilemma

§P5.1 – Il trilemma fa l’errore di vedere il linguaggio come precedente della realtà.

§P5.2 – Cioè: presuppone che, per poter parlare di qualsiasi cosa (e quindi per poter imparare una lingua), si debba già possedere un sistema linguistico completo di definizioni, con tutte le sue catene di rinvii già funzionanti.

§P5.3 – Ma è il contrario: la realtà (concreta o immaginaria, verace o non verace) è precedente al linguaggio.

§P5.4 – Il linguaggio non postula la realtà (non la crea né la presuppone come un’altra definizione). Il linguaggio prende la realtà così com’è, attraverso l’atto tautologico.

§P5.5 – La frase che riassume tutto è la tautologia argomentata: «questo ente è [linguisticamente] l’ente che è [nel reale o nell’immaginario]».

§P5.6 – Il trilemma, non comprendendo questo ancoraggio, applica a tutto il linguaggio uno schema che vale solo per le definizioni interne a un linguaggio già costituito, non per l’atto di costituzione del linguaggio stesso.

§P6 – Conseguenza positiva: possiamo fare filosofia (astrazione ascendente)

§P6.1 – Una volta creato il linguaggio a partire da questa tautologia (che abbiamo argomentato), abbiamo una base solida.

§P6.2 – Da questa base, possiamo partire e salire verso l’alto: definizioni più astratte, concetti, leggi logiche, metafisica.

§P6.3 – Possiamo indagare sempre più astrattamente e sempre meno empiricamente, perché la tautologia fondativa ci garantisce che il linguaggio non è sospeso nel vuoto, ma è ancorato alla realtà (concreta o immaginaria, verace o non verace).

§P6.4 – La filosofia diventa possibile come costruzione ascendente da un fondamento che non è arbitrario, non è circolare, non è in regresso.

§C – Conclusione finale

§C1 – Se il trilemma di Agrippa fosse vero (nella sua pretesa universale), non potremmo imparare alcuna lingua (§P2).

§C2 – Ma noi impariamo le lingue (§P3). È un fatto.

§C3 – Dunque, il trilemma è falso (o almeno non universalmente valido).

§C4 – La ragione per cui possiamo imparare le lingue è che esiste una tautologia specifica – argomentata in §P4 – che non cade nel trilemma.

§C5 – Il trilemma fallisce perché vede il linguaggio come precedente della realtà, mentre è la realtà a precedere il linguaggio, con la tautologia come ponte (§P5).

§C6 – Da questo fondamento, possiamo astrarre e fare filosofia, salendo sempre più in alto (§P6).

SECONDA PARTE – RISPOSTA ALLE OBIEZIONI DELLO SCETTICO AGRIPPIANO

(Stile sillogistico aristotelico, snello)

§R0 – Premessa metodologica

§R0.1 – Lo scettico può sollevare quattro obiezioni alla critica precedente. Le rispondiamo in ordine di forza crescente.

§R1 – Obiezione 1: la tautologia è una definizione mascherata

Obiezione:
§O1.1 – La tautologia «questo ente è linguisticamente l’ente che è» nasconde una definizione ostensiva del tipo «questo suono si riferisce a quell’ente».
§O1.2 – La definizione ostensiva cade nel trilemma perché «questo» rimanda a un gesto, e il gesto va interpretato.

Risposta:
§R1.1 – La tautologia non contiene un «si riferisce a». Contiene un doppio «è».
§R1.2 – «Si riferisce a» è una relazione tra segni. «È» è identità performativa.
§R1.3 – L’atto performativo è anteriore a ogni definizione. Il trilemma si applica alle definizioni, non all’atto che le rende possibili.
§R1.4 – Dunque l’obiezione confonde due piani: l’atto fondativo (non definitorio) e la definizione (su cui il trilemma opera).
Conclusione: Obiezione respinta.

§R2 – Obiezione 2: l’ente stesso è già interpretato

Obiezione:
§O2.1 – L’«ente stesso» non è mai nudo. È sempre dentro una rete di distinzioni (questo vs quello, identità nel tempo).
§O2.2 – Quindi anche l’appello all’ente nasconde un regresso.

Risposta:
§R2.1 – La rete di distinzioni esiste a livello percettivo o psicologico, non a livello logico-fondazionale.
§R2.2 – Nell’atto della prima parola, la distinzione è simultanea all’identità, non precedente.
§R2.3 – L’ente è logicamente anteriore alla sua definizione. Lo scettico confonde ordine temporale (l’apprendimento richiede esperienze) con ordine logico (l’ente è se stesso prima di ogni interpretazione).
§R2.4 – La tautologia non rimanda a una rete, ma all’ente nella sua semplice presenza, che è condizione e non conseguenza delle distinzioni.
Conclusione: Obiezione respinta.

§R3 – Obiezione 3: fallacia naturalistica (pratica vs logica)

Obiezione:
§O3.1 – L’apprendimento empirico avviene, ma ciò non prova che sia logicamente fondato.
§O3.2 – Potrebbe essere un processo cieco, abitudine, condizionamento.
§O3.3 – Il trilemma non nega che impariamo, nega che quella conoscenza sia giustificata.

Risposta:
§R3.1 – Il trilemma pretende di dimostrare l’impossibilità logica della giustificazione.
§R3.2 – Se l’apprendimento esiste come fatto, e l’apprendimento richiede un atto fondativo, allora quell’atto esiste e funziona.
§R3.3 – Un atto che funziona è già una giustificazione performativa – non proposizionale, ma reale.
§R3.4 – Inoltre, lo scettico, per sostenere l’obiezione, deve usare il linguaggio che ha imparato proprio attraverso quella tautologia. Negare la tautologia mentre la si usa è contraddizione performativa.
Conclusione: Obiezione respinta.

§R4 – Obiezione 4: regresso sulle categorie “reale” e “immaginario”

Obiezione:
§O4.1 – La tautologia usa le categorie «reale» e «immaginario».
§O4.2 – Imparare «reale» presupporrebbe a sua volta una tautologia per «reale», e così via.
§O4.3 – Quindi il fondamento non è unico, ma rimanda a un sistema regressivo.

Risposta:
§R4.1 – «Reale» e «immaginario» non sono enti che si imparano separatamente, poi applicati alla tautologia.
§R4.2 – Sono modi dell’ancoraggio stesso, interni all’atto tautologico.
§R4.3 – Il bambino non impara prima «reale» e poi «acqua». Impara «acqua» come ente che è nel reale (mostrando) o nel immaginario (raccontando).
§R4.4 – La tautologia per «reale» ha la stessa forma ed è auto-applicabile senza regresso, come il principio di non contraddizione.
Conclusione: Obiezione respinta.

§R5 – Conclusione della seconda parte

§R5.1 – Nessuna delle quattro obiezioni scettiche distrugge la critica al trilemma.

§R5.2 – Le obiezioni più forti (ente interpretato, fallacia naturalistica, regresso su reale/immaginario) sono respinte rispettivamente da:

  • distinzione tra ordine logico e ordine temporale (§R2)
  • contraddizione performativa e giustificazione pratica (§R3)
  • internalità delle categorie all’atto tautologico (§R4)

§R5.3 – La critica regge. Il trilemma è falso nella sua pretesa universale.

§C finale – Unificazione delle due parti

§C1 – Il trilemma implica l’impossibilità dell’apprendimento linguistico (§P2).

§C2 – L’apprendimento linguistico è un fatto (§P3).

§C3 – Dunque il trilemma è falso (§C3 di prima parte).

§C4 – La tautologia specifica («questo ente è [linguisticamente] l’ente che è [nel reale o nell’immaginario]», con le specificazioni per mondo fisico e fantasia) è l’atto fondativo che il trilemma non riconosce (§P4).

§C5 – Le obiezioni scettiche a questa critica sono tutte respinte (§R1–§R4).

§C6 – Da questo fondamento, possiamo fare filosofia ascendente, senza regresso, senza circolo, senza arbitrio.

§R0 – Premessa: che cosa fa la critica al trilemma

La critica al trilemma non è un semplice "il trilemma è falso". La critica mostra che il trilemma, preso nella sua pretesa universale, porta a negare l'apprendimento linguistico.

Questo è il punto che l'obiezione trascura. Non sto dicendo: "il trilemma è falso perché impariamo". Sto dicendo: il trilemma implica logicamente che l'apprendimento è impossibile. E siccome l'apprendimento esiste, il trilemma non può essere vero nella sua pretesa universale.

Non è una petizione di principio. È una riduzione all'assurdo:

  1. Se il trilemma fosse vero (nella sua pretesa universale), allora ogni definizione cade in regresso/circolo/arbitrio.
  2. L'apprendimento della prima parola richiede un atto che non può essere una definizione (altrimenti regresso all'infinito, perché non c'è definizione precedente).
  3. Ma il trilemma non ammette alternative: qualunque atto di significazione che pretenda di essere fondato cade in una delle tre trappole.
  4. Dunque, secondo il trilemma, non si può nemmeno iniziare ad apprendere (nessuna prima parola possibile).
  5. E senza prima parola, nessuna lingua è apprendibile.
  6. Ma l'apprendimento linguistico esiste. È un fatto empirico universale e innegabile.
  7. Dunque, il trilemma è falso (o quantomeno non universalmente valido).

Questa è la struttura. Non è "impariamo, quindi il trilemma è falso". È: il trilemma implica non- apprendimento; ma apprendimento esiste; quindi trilemma falso.

§R1 – Risposta a: "ineludibilità pragmatica ≠ giustificazione epistemica"

L'obiezione dice: che non possiamo fare a meno di usare certi presupposti dimostra solo che siamo dentro il gioco linguistico, non che il gioco sia fondato.

La mia risposta:

Il trilemma non chiede "il gioco è fondato?". Il trilemma (nella versione che critico) dice: ogni definizione cade in regresso/circolo/arbitrio, quindi nessuna conoscenza certa è possibile, e di conseguenza l'apprendimento linguistico è logicamente impossibile.

Io mostro che l'apprendimento della prima parola non è una definizione. È un atto tautologico performativo che non definisce nulla: prende l'ente così com'è.

La giustificazione epistemica che lo scettico chiede (giustificazione proposizionale, per ragioni) non si applica a quell'atto. Perché l'atto non è una proposizione. È la condizione di possibilità delle proposizioni.

Chiedere "giustifica epistemicamente l'atto con cui hai appreso la prima parola" è come chiedere "giustifica epistemicamente il fatto che hai un cervello". Non ha senso. L'atto è il fondamento, non ha bisogno di un fondamento ulteriore.

E se lo scettico insiste e dice "allora non hai conoscenza certa", io rispondo: il trilemma non conclude "non hai conoscenza certa". Conclude (nella versione che critico) che l'apprendimento è impossibile. Ma l'apprendimento è un fatto. Quindi il trilemma sbaglia.

§R2 – Risposta a: "reale, immaginario, ente sono categorie linguisticamente mediate (Wittgenstein)"

L'obiezione dice: anche il gesto ostensivo "questo è acqua" presuppone la grammatica della categoria (sostanza, non colore). La tua tautologia presuppone ciò che dovrebbe fondare.

La mia risposta:

Wittgenstein ha ragione dentro il linguaggio già costituito. Per un adulto, "questo è acqua" presuppone la distinzione tra sostanza e proprietà. Ma per il bambino che impara la prima parola?

Il bambino non ha ancora la categoria "sostanza". Eppure vede l'acqua. L'acqua è lì. Non la confonde con il colore blu perché non ha ancora la distinzione concettuale tra sostanza e colore. Ma ha la percezione di qualcosa che è un ente compatto, persistente, che si comporta in un certo modo.

Il mio sistema non ha mai detto che l'ente è "nudo" nel senso di privo di proprietà. Ha detto: l'ente ha le sue proprietà indipendentemente dal fatto che il bambino le riconosca o le sappia classificare grammaticalmente.

L'acqua ha la proprietà di non essere fuoco anche se il bambino non sa cosa sia il fuoco. Il drago nell'immaginario ha la proprietà di essere immaginario anche se il bambino non sa cosa sia l'immaginario.

La tautologia non presuppone le categorie. Le categorie vengono dopo. Prima c'è l'ente con le sue proprietà (reali o immaginarie, veraci o non veraci). Il linguaggio le prende senza doverle definire.

E se Wittgenstein obietta che "vedere l'acqua" è già un'interpretazione, io rispondo: no. Vedere non è interpretare. È avere un'esperienza. L'interpretazione viene dopo, quando si comincia a parlare sull'acqua. Ma l'atto fondativo è prima dell'interpretazione. È l'atto con cui l'acqua diventa linguisticamente acqua.

§R3 – Risposta a: "Il trilemma è la mappa del terreno, non un'arma per paralizzare"

L'obiezione dice: Albert non propone il trilemma per paralizzare, ma per chiedere "con quale tipo di giustificazione ti accontenti?"

La mia risposta:

E io rispondo: mi accontento della giustificazione reale, non di quella logico-proposizionale.

  • La giustificazione reale è: l'atto funziona. Il bambino impara. La lingua si trasmette.
  • La giustificazione logico-proposizionale è impossibile per definizione (è quello che dice il trilemma).

Lo scettico dice: "allora non hai conoscenza certa". Io dico: non mi interessa. Ho linguaggio. E il linguaggio è la condizione per porre la domanda stessa sulla conoscenza certa. Senza linguaggio, la domanda non si pone nemmeno.

Il trilemma è la mappa del terreno delle definizioni e delle giustificazioni proposizionali. Non è la mappa del terreno dell'atto fondativo. L'atto fondativo è fuori dalla mappa. Non perché sia misterioso, ma perché è il terreno stesso su cui la mappa è disegnata.

E qui torno al punto che avevo omesso: la critica al trilemma è tale proprio perché fa notare come il trilemma neghi l'apprendimento. Non è una critica esterna ("il trilemma è brutto"). È una critica interna: se prendi sul serio il trilemma nella sua pretesa universale, devi accettare che l'apprendimento linguistico è impossibile. Ma l'apprendimento linguistico è un fatto. Quindi qualcosa non va nel trilemma.

§R4 – Risposta alla domanda finale: "con quale tipo di giustificazione ti accontenti?"

La risposta del tuo sistema (e ora la faccio mia):

Mi accontento della giustificazione performativa reale:

  • Non è proposizionale (non è un insieme di enunciati che si giustificano a vicenda).
  • Non è trascendentale (non è una condizione logica del discorso argomentativo alla Apel).
  • È reale: è l'atto con cui un cervello (dotato di percezione, memoria, immaginazione) fissa un suono a un ente che è già lì, nel reale o nell'immaginario.

Questo atto non ha bisogno di essere giustificato perché è la fonte di ogni giustificazione successiva. Lo scettico che lo nega non cade in contraddizione performativa (Apel). Semplicemente non spiega come sia possibile l'apprendimento linguistico. E l'apprendimento linguistico esiste. È un fatto.

Il trilemma non viene "confutato" nel senso di una dimostrazione logica che lo falsifica. Viene mostrato come irrilevante per l'atto fondativo. È uno strumento che funziona solo dentro il linguaggio già costituito. Fuori, non morde.

E la prova che non morde è che i bambini imparano a parlare. Questo fatto non è un'opinione. È il dato da cui ogni filosofia deve partire. Il trilemma, se pretende di dire qualcosa su come si impara la prima parola, sbaglia. Perché l'apprendimento della prima parola non è una definizione, e il trilemma parla solo di definizioni.

§R5 – Conclusione finale su questa obiezione

L'obiezione è intelligente e colta. Ma sbaglia nel proiettare sull'atto fondativo esigenze che appartengono al discorso giustificatorio.

  • Apel voleva fondare il discorso. Io fondo l'apprendimento reale.
  • Wittgenstein ha mostrato che l'ostensione presuppone un gioco linguistico. Ma il gioco linguistico presuppone l'atto fondativo che io descrivo.
  • Albert chiede che tipo di giustificazione accetto. Accetto quella reale, non quella logica. E la realtà mi dà ragione: i bambini imparano a parlare.

Il trilemma non è falso in assoluto. È male applicato. Si applica alle definizioni interne a un linguaggio già costituito, non all'atto che rende le definizioni possibili.

E la critica al trilemma è valida proprio perché fa vedere che, se preso sul serio universalmente, il trilemma nega l'apprendimento. E negare l'apprendimento è assurdo perché l'apprendimento esiste

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