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Come sono sopravvissuto a Moby Dick

Un’esperienza di lettura di “Moby Dick o la Balena” di Herman Melville, traduzione e prefazione di Cesare Pavese, Adelphi, 588 pp.

Appena aperto il libro, quell’incipit folgorante “Chiamatemi Ismaele” proietta nel presente della narrazione ogni lettore che decide di avvicinarsi alla storia di Achab e della balena bianca e lo fa con un’immediatezza e una semplicità uniche.

Sembra di essere lì, al porto di New York o nella baia di Nantucket ad ascoltare il resoconto del naufragio del Pequod dalla viva voce di un sopravvissuto e che un esordio così contiene implicitamente la promessa di una storia così travolgente da non riuscire a prendere fiato. 
Però la sorpresa iniziale nasconde un’opera molto più complessa ed articolata di quanto si può indovinare al primo approccio.

Avevo comprato un paio di anni fa un’edizione Adelphi e l’avevo dimenticata in uno scaffale della libreria, ripromettendomi di trovare prima o poi il tempo e la concentrazione per leggere il tomone di quasi seicento pagine di Melville che già metteva timore a guardarne la copertina, grazie all’illustrazione a tratteggio incrociato in copertina di Roberto Abbiati che ritrae la fronte mastodontica di un capodoglio.

Moby Dick è un classico, un libro da leggere almeno una volta nella vita e che, in parte, lo si conosce già: la caccia al capodoglio nei mari del Pacifico seguendo il delirio ossessivo del capitano Achab è diventato un simbolo dell’ossessione umana per qualcosa di irraggiungibile.

Ma quanti hanno letto davvero Moby Dick? E quanti di quelli che ci hanno provato, sono sopravvissuti alla grandissima densità del romanzo?

In occasione di un viaggio in mare decido di intraprendere la lettura delle 588 pagine del romanzo, evitando accuratamente di portare altri libri che avrebbero potuto distrarmi dall’arrivare all’ultima pagina del libro di Melville.

Ho portato a termine l’impresa in 17 giorni, non senza fatica e soprattutto seguendo un ritmo discontinuo fatto di infatuazione prima, sospensione poi fino alla repulsione, riscattata da un finale amarissimo e coinvolgente.
Volevo leggere almeno un centinaio di pagine al giorno, ma non sono riuscito a mantenere il ritmo che avevo immaginato; in alcune giornate mi sono dovuto accontentare di una decina di misere pagine.

Non mi sono sentito solo. Per molti Moby Dick o la Balena è un’opera molto difficile da leggere. Il capitano della barca a vela con cui abbiamo navigato lungo il Mani (il dito centrale del Peloponneso) fino all’isola di Kythira mi ha confessato di aver deliberatamente saltato tutte le pagine di descrizione delle specie dei cetacei per concentrarsi sull’azione drammatica e sulle parti relative alla navigazione, in poche parole, il suo piacere derivava dai paragrafi in cui succede qualcosa.

Un’autrice e copywriter su Instagram scrive in una story che la sua copia è in lettura da anni e riposa sorniona nella sua libreria, perché non riesce a leggere più di qualche capitolo alla volta.

La scrittrice e regista cinese Xiaolu Guo, che nel 2026 ha scritto un’opera ispirata al capolavoro di Melville chiamata Call me Ishmaelle, ha dichiarato in un’intervista per Kirkus di aver mollato Moby Dick al primo tentativo. Le sue ragioni, però, risiedono nel fatto che la traduzione in cinese non riusciva a restituire lo stile dell’autore e la mescolanza dei riferimenti biblici e shakespeariani. Quando ha preso in mano la versione in inglese l’esito è stato diverso1.
Samuel D. Hunter, lo sceneggiatore del film di Aronofsky The Whale e drammaturgo, ha raccontato che era un adolescente quando ha letto Moby Dick e che non l’ha capito per niente, ma l’ha amato molto proprio per la sua difficoltà, come se fosse proprio l’inafferrabilità dell’opera a determinare il piacere della lettura2.

In effetti la tentazione di abbandonare la lettura viene più e più volte perché la trama che tiene insieme il folle viaggio di Achab raccontato dal punto di vista di Ismaele altro non è che un esile filo che ha il compito di sostenere una complessa architettura, quella del mondo della baleneria nantuckese di metà 800, che indugia su particolari per noi contemporanei forse insignificanti, come la ripartizione del guadagno finale di ogni componente della ciurma o la descrizione della lavorazione del materiale rimosso dalla carcassa delle balene cacciate, senza dimenticare la minuziosa descrizione dell’estrazione dello spermaceti, la sostanza più preziosa per cui dare la caccia ai cetacei.
Siamo di fronte a un’opera-mondo secondo la definizione di Franco Moretti3, una cattedrale letteraria e una polifonia narrativa che oscilla tra romanzo d’avventura oppure di formazione, racconto, enciclopedia, letteratura odeporica, trattato e tragedia.

Questa difficoltà non è affatto un problema solo della generazione presente, anche la critica letteraria coeva all’uscita del romanzo ne sottolineava più i difetti che i pregi, come si può leggere su Literary Hub. Il critico Henry F. Chorley su Athenaeum nel 1851 si aspettava che il lettore comune lo mettesse via senza terminare la lettura, proprio perché si sarebbe di fronte ad una storia sconnessa e senza unità, una miscela mal composta di romanzo e fatti reali scritta in un inglese folle.4

In realtà, l’intento di Melville, non è soltanto quello di avvincere il lettore attraverso una concatenazione serrata di eventi verso la tragedia finale, anzi proprio ricalcando il ritmo della navigazione fatto di boline impetuose, raffiche di vento improvvise e di bonacce estenuanti restituisce un’andatura asimmetrica, larga per lunghi tratti, ma che si ricompone lì dove si concentra l’azione. Questo succede soprattutto nelle prime pagine, quando Ismaele si fa marinaio sul Pequod non senza difficoltà, e nelle ultime, dal momento in cui il capitano Achab con il sangue agli occhi scorge la balena bianca.

Non basta leggere Moby Dick o la Balena in maniera letterale, altrimenti è quasi sicuro mollarlo alla prima digressione. Come le grandi opere questo è un libro costituito da più livelli di lettura.

Il primo è il livello narrativo: Ismaele imbarca da mozzo sul Pequod, una nave baleniera di Nantucket, supera le prime difficoltà grazie all’amicizia stretta con il ramponiere Quiqueg ed è testimone di numerosi avvenimenti relativi alla caccia alle balene, in ultimo dell’ossessione del capitano Achab, una figura faustiana che vuole uccidere con le sue mani la balena bianca che gli ha portato via una gamba ed è pronto a sacrificare l’equipaggio, la nave e la sua stessa vita, ma non ci riuscirà.

A questo livello si sovrappone quello simbolico-religioso. Melville, come dice Pavese nella prefazione, è nutrito di uno spirito protestante puritano, che lo porta a leggere la realtà secondo le sacre scritture cristiane, specialmente quelle contenute nell’Antico Testamento. Esemplari sono le pagine dedicate al sermone di Father Mapple a inizio romanzo, un racconto del naufragio del profeta Giona5 che allontanatosi dalla propria missione divina, viene inghiottito da un grande pesce e infine restituito alla terraferma per portare a termine il suo compito, ma ci sono anche continui rimandi e citazioni ai profeti e ai Salmi. La balena stessa, inoltre, viene chiamata più volte Leviatano, richiamando il mostro della tradizione biblica. 

Dietro la lente della religione, si intravede chiaramente il livello filosofico che cerca di comprendere cosa sia il male: esso è il Leviatano che deve essere cacciato e ucciso, oppure il male è quel sentimento dentro il cuore umano di Achab che vuole soggiogare la Natura senza riuscirci?

Ad intervallare questi due livelli di lettura, ci sono molte pagine dedicate ad un sapere enciclopedico sulla baleneria, che costituiscono un ulteriore livello di lettura, a partire dalla classificazione dei cetacei secondo la loro anatomia, all’analisi del comportamento delle balene, fino alla caccia e ai processi e le tecniche di immagazzinamento del grasso di balena e dell’olio spermaceti.

Moby Dick potrebbe essere letto anche a livello politico analizzando le dinamiche umane di potere all’interno del Pequod, oppure a livello sociale scandagliando la diversità multiculturale dell’equipaggio, ma il punto è che la sua eccezionalità e anche la sua maledizione consiste proprio nel fatto che tutti i livelli di lettura contenuti nel testo sono intrecciati e quasi inscindibili.

Quando nel 2007 Baricco ha proposto un reading in teatro di Moby Dick scegliendo alcune scene e dopo averle messe una accanto all’altra ha scelto di commentarle, ha messo sul palco un’operazione spettacolare vincente, capace di far emergere il possibile percorso drammatico del testo. Questa selezione, però, non può restituire l’alchimia narrativa complessa del romanzo, la sua forza centrifuga, poiché ne sacrifica inevitabilmente la dimensione digressiva.

In fondo, Moby Dick o la Balena è una lettura difficile perché non è soltanto un romanzo che racconta una storia, ma è un’opera che cambia continuamente forma davanti agli occhi del lettore e il teatro non le è totalmente estraneo.

Il gran Leviatano distrugge la lancia di Achab mentre mi avvio alla concluisione del libro sulla tolda del Pequod.

Con grande sorpresa, girando le pagine, ho trovato dialoghi in forma drammatica, con tanto di didascalie e nomi dei personaggi ad inizio battuta. Non è un caso, Melville infatti costruisce in più punti l’intelaiatura di Moby Dick come se stesse scrivendo una tragedia, il cui modello principale è quello di Shakespeare. Ciò è reso chiaro dalla passione cieca di Achab, personaggio costruito come un eroe tragico che si abbandona a frequenti monologhi, a un lessico che nelle parti più intense si fa poetico e a scene dialogate, come quelle con il primo ufficiale Starbuck e corali. L’altro modello per Achab è la figura di Faust, nella sua duplice tradizione da Marlowe a Goethe: come il personaggio della tragedia vuole oltrepassare il limite della conoscenza, il capitano del Pequod vuole oltrepassare quello imposto dalla Natura all’Uomo. Ad entrambi lo scendere a patti con la parte oscura di sé restituisce un destino di morte, nel caso di Achab prefigurata da numerosi segni mortiferi disseminati nei capitoli, come le profezie di Fedallah o il presagio della bara.

L’ultimo scoglio da superare, ma non il più ostico, è il lessico marinaresco. Melville stesso si imbarcò per quattro anni su baleniere e navi da guerra prima di consumare i suoi giorni a New York in uno scialbo impiego statale e da questa esperienza ricavò una parte fondamentale del materiale narrativo e tecnico di Moby Dick e dei suoi romanzi precedenti6. Anche le parole, quindi, sono il risultato di una conoscenza diretta del mare, della navigazione e degli strumenti dei cacciatori di balene. 
Se si è completamente all’oscuro di cosa sia una cima e una lancia, oppure se tribordo sia a sinistra o a destra, sarebbe meglio dedicare qualche minuto a cercare un glossario visivo che possa accompagnare la lettura, altrimenti il rischio è di non comprendere bene la disposizione dei corpi e dei loro movimenti nello spazio del Pequod, cosa che ha un preciso disegno poetico.

La traduzione di Pavese del 1932, rivista poi nel 1941 dallo stesso autore, resta attuale, fresca, non è appesantita da termini desueti o oscuri, fatta eccezione per il gergo marinaresco, e contribuisce a restituire la vitalità di un’opera che è riemersa nel 900 e che in Italia è arrivata con la traduzione dell’autore de La luna e i falò. Resta il dubbio di come suonerebbe nell’originale lo stile di Melville, a tratti scientifico e impersonale, altrove intenso, passionale, oppure confidenziale e pieno di giochi di parole difficili da riportare in italiano.

Nell’ultima parte, quando si consuma il dramma di Achab e del suo equipaggio mentre Moby Dick distrugge le lance e fa colare a picco il Pequod, il battito del cuore accelera. Non sembra vero che la navigazione volge al termine in quel modo sfortunato e tragico, anche se tutto lasciava presagire il fallimento fin dal primo momento.

Voltata l’ultima pagina, mi resta la quiete di un mare piatto, senza schiuma, senza increspature e finalmente riprendo a respirare come se fossi io Ismaele tirato fuori dalle acque da una nave di passaggio e ormai toccasse a me, da sopravvissuto ad un’opera letteraria così avvincente, raccontare questa storia a chi cova una grande ossessione dentro di sé, a chi sogna di uccidere la sua balena bianca, il suo Moby Dick.

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1

https://www.kirkusreviews.com/news-and-features/articles/xiaolu-guos-new-novel-tells-a-whale-of-a-tale/

2

https://nofilmschool.com/the-whale-writer-samuel-d-hunter

3

Franco Moretti, Opere mondo. Saggio sulla forma epica dal Faust a Cent’anni di solitudine, Torino, Einaudi, 1994. Moretti individua nell’“opera-mondo” una forma narrativa moderna caratterizzata dalla tensione verso la totalità, dall’ambizione enciclopedica, dalla digressione e dalla difficoltà di essere ricondotta alle tradizionali classificazioni di genere. Tra gli esempi analizzati rientra anche Moby Dick.

4

https://lithub.com/check-out-the-original-1851-reviews-of-moby-dick/“This is an ill-compounded mixture of romance and matter-of-fact. The idea of a connected and collected story has obviously visited and abandoned its writer again and again in the course of composition. The style of his tale is in places disfigured by mad (rather than bad) English. […] We have little more to say in reprobation or in recommendation of this absurd book … Mr. Melville has to thank himself only if his horrors and his heroics are flung aside by the general reader, as so much trash belonging to the worst school of Bedlam literature—since he seems not so much unable to learn as disdainful of learning the craft of an artist.” –Henry F. Chorley, London Athenaeum, October 25 1851

5

Libro di Giobbe Gb 40,25-41,26

6

Cfr. Cesare Pavese, prefazione a Herman Melville, Moby Dick o la Balena, Adelphi, p. 11.

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u/Sea_Formal_8740 — 1 day ago
▲ 19 r/Libri

Lo sbilico

A quarant’anni dormo ancora con mia madre”.

C’è una linea evidente che collega Dostoevskij (Memorie dal sottosuolo), Céline (Viaggio al termine della notte) e “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi, un libro doloroso e urgente, necessario per scardinare le logiche di abilismo così diffuse nella massa acritica e i pregiudizi sulla malattia mentale.

Sconvolge il fatto che sia scritto in uno stile unico, lisergico, che mescola poesia e allucinazione. Leggetelo.

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u/Sea_Formal_8740 — 25 days ago
▲ 45 r/Libri

A sangue freddo, un non romanzo

Su A sangue freddo di Truman Capote** **(In Cold Blood, 1966), traduzione di Alberto Rollo, Garzanti, Milano, 2019, 432 pp.

Una decina di anni fa a Londra, quando mi ritrovai in un grande bookshop del centro (uno su tutti Hatchards a Piccadilly), mi sorprese moltissimo vedere i volumi divisi in libri di fiction e libri di non-fiction, invece che nella tradizionale divisione in scaffali per generi. Nella consuetudine anglosassone la non-fiction raccoglie tutte quelle opere letterarie che non sono opere di invenzione: saggi, trattati, memoriali, reportage. Mi chiesi come facessero a categorizzare così rigidamente i libri: dove avrebbero messo allora i romanzi tratti da una storia vera? E le opere che contengono i resoconti di viaggio, visioni, miti e profezie? Evidentemente gli inglesi avevano meno dubbi di me. Il mio disorientamento nell'enorme libreria durò poco: istintivamente mi diressi verso le opere di finzione, avevo voglia di perdermi in una storia.

Questa estate ho iniziato a scrivere una drammaturgia basata su un fatto di cronaca nera accaduto in Puglia negli anni '90. Ogni volta che mi metto in viaggio per scrivere, cerco il dialogo in differita con i maestri del passato e per affrontare questo lavoro ho cercato nella mia libreria l'opera che avrebbe dovuto aprirmi la strada. È così che mi è precipitato nelle mani il capolavoro di Truman Capote, A sangue freddo, un romanzo che racconta le vicende collegate al massacro di Holcomb, in Kansas, nel novembre del 1959, dove un'intera famiglia di agricoltori, i Clutter, fu trucidata per mano di due cittadini americani, apparentemente inseriti nel tessuto sociale del loro Paese. Capote stesso, mentre scriveva il libro che lo avrebbe impegnato per sei anni della sua vita e che sarebbe diventato il punto più alto della sua carriera, si rese conto di aver inventato un nuovo genere, chiamato non-fiction novel. In realtà Capote portò a maturazione una forma narrativa che trova i suoi antecedenti nel giornalismo narrativo di John Hersey (Hiroshima, 1946), Joseph Mitchell e Lillian Ross (entrambi reporter del New Yorker), nella letteratura documentaria di Rodolfo Walsh (Operación Masacre, 1957) e nel romanzo realistico dell'Ottocento, ma l'intuizione dello scrittore americano emerge durante le interviste rilasciate per la pubblicazione di A sangue freddo. La genesi del romanzo e dunque del genere è figlia del caso.

Dopo aver letto un trafiletto sul New York Times del 16 novembre 1959, Capote si reca a Holcomb con l'amica d'infanzia Harper Lee seguendo la sua intuizione di narratore. È convinto che quella storia potesse essere più di un articolo di cronaca. Propone al direttore del New Yorker un reportage per raccontare la comunità scossa dalla violenza e pochi giorni dopo si ritrova tra giornalisti e reporter, ma ben presto si rende conto di avere tra le mani una storia che si colloca a metà strada tra realtà e invenzione. Infatti, per la prima volta, Truman Capote racconta un fatto di cronaca adottando gli strumenti propri del romanzo: l'introspezione, le ellissi, i flashback, i punti di vista, le metafore, i dialoghi e la creazione di una struttura narrativa che alterna il focus sulle ultime ore della famiglia Clutter, alla preparazione del delitto dal punto di vista dei due assassini, alle ossessioni dell’investigatore Alvin Dewey. Ma quello che fa meglio Capote è creare delle immagini nitide, che restano impresse anche dopo giorni che si è chiuso il libro.

Per esempio, sono memorabili le pagine dedicate alla descrizione dei due gatti randagi che sopravvivono cibandosi di rifiuti e dei resti di piccoli animali intrappolati nelle griglie delle auto parcheggiate di fronte alla prigione di Garden City, dove i due killer della famiglia Clutter, Perry Smith e Dick Hickock, aspettano la prima udienza dopo il loro arresto. Non è importante sapere se i due felini fossero lì o meno, oppure se fossero davvero grigi, quanto valutare ciò che di letterario apportano al racconto della vicenda. Quando Perry Smith, dopo averli guardati dalla sua finestrella con le sbarre, dice: “Perché per gran parte della mia vita ho fatto quel che fanno loro. L’esatto equivalente.”, si realizza un cortocircuito attraverso il quale il lettore non può più fare a meno di compatire l'uomo, reo del massacro e vittima della società allo stesso tempo, un uomo che si identifica in un gatto di strada. Attraverso la deviazione dello sguardo del narratore dalle vicende principali verso questo quadretto secondario, si può apprezzare la potenza e la delicatezza della scrittura di Capote, che guarda alla realtà come a una fotografia su cui proiettare la sua immaginazione.
Uno stile che la nuova traduzione di Alberto Rollo per Garzanti restituisce intatto all'italiano, assecondando con una resa limpida e musicale il passo della prosa di Capote, senza far mai sentire il peso del lavoro di traduzione e senza mai scadere in americanizzazioni o slang stereotipato.

A sangue freddo non è solo il capostipite del true crime letterario americano; è anche discesa verso il basso del narratore, che sa nascondersi bene dietro l'oggettività dei fatti riportati. Una discesa verso il baratro del male assoluto, inteso come violenza priva di senso e, in maniera critica, come inizio della crisi del mito dell'American dream. Da osservatore, Capote si avvicina sempre di più a ciò di cui vuole parlare, portando con sé il lettore, pagina dopo pagina, attraverso gli ambienti che fanno da sfondo a questa storia: la tenuta dei Clutter, gli uffici degli investigatori, l'auto dentro cui fuggono i due killer, fino al Kansas State Penitentiary, a colloquio con Perry e Dick, i due cittadini americani ai margini della società che massacrarono quattro persone per una rapina da cinquanta dollari. Nell'ultima sezione, infatti, poco prima dell'epilogo della vicenda e dell'esistenza dei due killer, fa la sua comparsa en passant la figura di un giornalista con cui uno dei due parla attraverso le sbarre del braccio della morte. È la firma di Truman Capote, come hanno fatto Velázquez o Raffaello nelle loro tele.

Così come racconta il film Capote, uscito in Italia con il titolo Truman Capote – A sangue freddo, per la regia di Bennett Miller e con Philip Seymour Hoffman nei panni dello scrittore, la scrittura del libro genera nello scrittore una fascinazione inquietante nei confronti dei due assassini, che lo porta a un coinvolgimento umano e all'empatia. Capote si chiede con questo romanzo: da dove viene il male? Come si origina? Si può giustificare con delle attenuanti? Per il lettore comune la risposta sembrerebbe semplice e immediata: no. In effetti i due saranno condannati all'impiccagione, alla quale assisterà lo stesso Capote. Secondo lo scrittore americano, invece, non esistono soluzioni semplici. Capote lo suggerisce includendo nel romanzo le approfondite memorie di Perry Smith, ex militare inquieto e segnato da un'infanzia di abbandoni e violenze famigliari, e Dick Hickock, carismatico ma profondamente manipolatore, mosso soprattutto dal desiderio di denaro facile e con un evidente complesso di inferiorità. Ad esse aggiunge la relazione medico-legale dello psichiatra W. Mitchell Jones, il quale individua in Perry Smith i segni di una grave sofferenza psichica: una relazione che occupa diverse pagine spezzando il ritmo della narrazione, ma offre un'analisi approfondita per comprendere alcuni meccanismi psichici che determinano azioni violente.

L'abilità di Capote nel narrare questa storia che, come si può leggere tra le righe del romanzo, lo assorbì completamente, è stata quella di scomparire dietro le sue parole, ottenendo nel lettore un effetto inverso rispetto alla distanza con cui narra. Quanto più il punto di vista si fa oggettivo, tanto più queste storie di atroce violenza riescono a farsi letteratura, e il resoconto di cronaca compie il salto dalla nuda cronaca al romanzo. A sangue freddo diventerà non a caso un modello per le opere a venire tra cronaca e letteratura, tra cui non possiamo non menzionare The Executioner's Song (1979) di Norman Mailer, L'avversario (2000) di Emmanuel Carrère, e gli italiani Gomorra (2006) di Roberto Saviano e La città dei vivi (2020) di Nicola Lagioia. A sangue freddo fu l'ultimo romanzo compiuto dell'autore americano: dopo il suo capolavoro Capote non riuscì più a finire un libro.

Forse l'immenso successo del libro, forse gli incontri sbagliati, forse il peso della vicenda che aveva raccontato e dalla quale non riusciva a staccarsi, lo tennero al di qua di un'altra storia. Forse gli occhi, i corpi e le voci di Perry Smith e Dick Hickock, che avevano visto in lui l'unica persona umana in un mare di disumanità, quegli occhi li ritrovava negli occhi dei gatti di strada che incontrava e che non gli hanno lasciato requie. A sangue freddo resta un'opera fondamentale per il Novecento, un non romanzo che, oltre a strutturare un nuovo genere, capovolge lo stereotipo del racconto americano e rappresenta un affondo nella crisi morale e dei valori della società americana, una crisi che diventa motore delle peregrinazioni e dei libri della contemporanea Beat Generation.

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u/Sea_Formal_8740 — 1 month ago
▲ 1 r/storia

Il passato è una vertigine, il presente un abisso

**Su Emmanuel Carrère,** *Kolchoz***, trad. di Francesco Bergamasco, Adelphi, Milano, 2026, pp. 407.**
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Il nuovo romanzo di Emmanuel Carrère, *Kolchoz*, mette il lettore di fronte a una vertigine diacronica, uno slancio all’indietro nel passato attraversando il succedersi dei grandi eventi della storia e di quelli più minuti, che appartengono alle memorie personali.
Carrère, che ci sfida da sempre a sprofondare nel baratro della psiche umana di assassini, profeti, malati, visionari, amanti, vittime e carnefici, questa volta si concentra su un’indagine che tenta di risalire la linea del tempo di generazione in generazione, alla ricerca delle radici di un’identità familiare spuria, costituita da un innesto russo-georgiano all’interno della cultura francese del Novecento.

È questo che saremo di qui a qualche anno noi europei? Un agglomerato di tradizioni e memorie rimosse che collegano parti apparentemente lontane del continente, come il nome della cittadina di Encausse comune ad un villaggio sui Pirenei e ad un centro della Colchide, località che, secondo gli appunti genealogici lasciati dal padre Louis, furono toccate da Pompeo Magno qualche anno prima della nascita di Cristo, all’alba della civiltà europea. *Kolkhoz* forse dice che lo siamo già.

«Ogni autobiografia è puramente immaginaria», diceva Carmelo Bene, e in *Kolchoz* si ottiene l’impressione netta di come i fatti da soli non bastino; per ritrovare il senso della propria esistenza qui e ora serve un’interpretazione che riesca a collegare con una linea eventi e personaggi secondo una prospettiva più grande, aggiungendo dettagli e soprattutto omettendone molti.

Di qui l’impossibilità di considerare l’ultimo libro di Carrère come semplice memoir familiare intergenerazionale, poiché addentrandosi nella lettura, fatta di brevi capitoli organizzati in paragrafi introdotti da un titolo, come se fossero dei “flash”, istantanee ricomposte in un’opera unitaria, si riesce ad apprezzare la qualità della scrittura e il talento narrativo dello scrittore francese.

*Kolchoz* è un romanzo che mescola chiaramente non-fiction e invenzione anche per i personaggi che vi sono descritti. Su tutti la madre di Carrère, Hélène Carrère d’Encausse, politologa di successo e segretaria perpetua dell’Académie Française, il cui funerale, reso solenne dal discorso di Macron, dà l’avvio ad un’indagine *à rebours* nella storia della famiglia Carrère-Zourabichvili.

La madre, origine e fine del racconto, con un breve passato da giovane attrice, viene raccontata come un personaggio di una tragedia elisabettiana, tanto nell’essere spettatrice di fronte al dolore altrui (quello del marito quando il rapporto di coppia si spegne inevitabilmente), quanto nell’accettazione stoica della propria morte. Eppure, splende di bellezza materna nei racconti infantili e in quelle braccia aperte che accolgono il piccolo Emmanuel nella piscina, mentre tenta di restare a galla, o negli anni del fidanzamento fatti di sorrisi e fughe notturne.

Ma tra tutti i personaggi - lo zio compositore Nicolas, la nobile nonna decaduta Nathalie von Pelken -  quello che resta più resta impresso è il nonno materno di E. Carrère, Georges Zourabichvili, del quale aveva già parlato in *Un romanzo russo* scatenando le ire della madre. Emigrato in Francia dopo la Rivoluzione bolscevica e la successiva sovietizzazione della Georgia e costretto a fare il tassista per necessità nella Parigi degli anni Trenta, avido lettore di Dostoevskij, diventa collaboratore della Repubblica di Vichy e scompare dopo la resa dei conti, seguita alla Liberazione del ’44, *l’épuration*.

Di questo fantasma personale, Carrère si impegna a ricostruire un ritratto con i pochi elementi a sua disposizione, delle fotografie che lo ritraggono con un paio di baffi e qualche aneddoto riportato, ma per un uomo ai margini della Storia, non ci sono molte tracce. È proprio qui che il *memoir* diventa romanzo, abbracciando il racconto del grande naufragio di una generazione dalla parte sbagliata della Storia e le vette della grande letteratura russa, Dostoevskij soprattutto, capace di esprimere un malumore infinito e una tensione verso l’abisso, ma anche verso l’assoluto e l’irrazionalità, una frenesia di cui Carrère e i suoi libri sono impregnati.

Carrère e la madre Helene, così come il nonno paterno, sono lettori di Dostoevskij e non considerano allo stesso livello l’altro grande romanziere russo dell’Ottocento, Lev Tolstoj, amato invece dallo zio Nicolas. Proprio Dostoevskij, da giovane occidentalista, era stato arrestato per cospirazione, condannato a morte e graziato all’ultimo momento. Un generale *balbuziente* era stato incaricato di annunciargli la grazia, quasi un esercizio di quel sadismo beffardo che si nasconde nelle caverne più buie della natura umana, quelle stesse che Dostoevskij ha esplorato come pochi altri scrittori.

In *Kolchoz*, titolo che è legato non solo al cognome della famiglia Carrère o alla Russia, ma soprattutto a un rito familiare privato, quello di riunire tutti assieme in una storia, padri e bambini, la centralità dell’io narrante dell’autore si sgretola e lascia spazio ai personaggi della famiglia e, nel finale, alle tensioni dell’Europa degli anni Venti del Duemila, quelle della guerra della Russia contro l’Ucraina e dell’ombra oscura di Putin che si allunga sugli stati dell’ex URSS.

Per Carrère, l’atto del ricostruire la memoria della propria stirpe assomiglia proprio al balbettio di quel generale che annunciò la grazia di Fedor Dostoevskij: un ritorno al principio della lallazione, al tentativo di ricreare con il linguaggio un ordine possibile, sillaba dopo sillaba, all’interno propria costellazione familiare, in cerca di una pace personale.
****\5

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▲ 3 r/Libri

Il passato è una vertigine, il presente un abisso

Su Emmanuel Carrère, Kolchoz, trad. di Francesco Bergamasco, Adelphi, Milano, 2026, pp. 407.
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Il nuovo romanzo di Emmanuel Carrère, Kolchoz, mette il lettore di fronte a una vertigine diacronica, uno slancio all’indietro nel passato attraversando il succedersi dei grandi eventi della storia e di quelli più minuti, che appartengono alle memorie personali.
Carrère, che ci sfida da sempre a sprofondare nel baratro della psiche umana di assassini, profeti, malati, visionari, amanti, vittime e carnefici, questa volta si concentra su un’indagine che tenta di risalire la linea del tempo di generazione in generazione, alla ricerca delle radici di un’identità familiare spuria, costituita da un innesto russo-georgiano all’interno della cultura francese del Novecento.

È questo che saremo di qui a qualche anno noi europei? Un agglomerato di tradizioni e memorie rimosse che collegano parti apparentemente lontane del continente, come il nome della cittadina di Encausse comune ad un villaggio sui Pirenei e ad un centro della Colchide, località che, secondo gli appunti genealogici lasciati dal padre Louis, furono toccate da Pompeo Magno qualche anno prima della nascita di Cristo, all’alba della civiltà europea. Kolkhoz forse dice che lo siamo già.

«Ogni autobiografia è puramente immaginaria», diceva Carmelo Bene, e in Kolchoz si ottiene l’impressione netta di come i fatti da soli non bastino; per ritrovare il senso della propria esistenza qui e ora serve un’interpretazione che riesca a collegare con una linea eventi e personaggi secondo una prospettiva più grande, aggiungendo dettagli e soprattutto omettendone molti.

Di qui l’impossibilità di considerare l’ultimo libro di Carrère come semplice memoir familiare intergenerazionale, poiché addentrandosi nella lettura, fatta di brevi capitoli organizzati in paragrafi introdotti da un titolo, come se fossero dei “flash”, istantanee ricomposte in un’opera unitaria, si riesce ad apprezzare la qualità della scrittura e il talento narrativo dello scrittore francese.

Kolchoz è un romanzo che mescola chiaramente non-fiction e invenzione anche per i personaggi che vi sono descritti. Su tutti la madre di Carrère, Hélène Carrère d’Encausse, politologa di successo e segretaria perpetua dell’Académie Française, il cui funerale, reso solenne dal discorso di Macron, dà l’avvio ad un’indagine à rebours nella storia della famiglia Carrère-Zourabichvili.

La madre, origine e fine del racconto, con un breve passato da giovane attrice, viene raccontata come un personaggio di una tragedia elisabettiana, tanto nell’essere spettatrice di fronte al dolore altrui (quello del marito quando il rapporto di coppia si spegne inevitabilmente), quanto nell’accettazione stoica della propria morte. Eppure, splende di bellezza materna nei racconti infantili e in quelle braccia aperte che accolgono il piccolo Emmanuel nella piscina, mentre tenta di restare a galla, o negli anni del fidanzamento fatti di sorrisi e fughe notturne.

Ma tra tutti i personaggi - lo zio compositore Nicolas, la nobile nonna decaduta Nathalie von Pelken -  quello che resta più resta impresso è il nonno materno di E. Carrère, Georges Zourabichvili, del quale aveva già parlato in Un romanzo russo scatenando le ire della madre. Emigrato in Francia dopo la Rivoluzione bolscevica e la successiva sovietizzazione della Georgia e costretto a fare il tassista per necessità nella Parigi degli anni Trenta, avido lettore di Dostoevskij, diventa collaboratore della Repubblica di Vichy e scompare dopo la resa dei conti, seguita alla Liberazione del ’44, l’épuration.

Di questo fantasma personale, Carrère si impegna a ricostruire un ritratto con i pochi elementi a sua disposizione, delle fotografie che lo ritraggono con un paio di baffi e qualche aneddoto riportato, ma per un uomo ai margini della Storia, non ci sono molte tracce. È proprio qui che il memoir diventa romanzo, abbracciando il racconto del grande naufragio di una generazione dalla parte sbagliata della Storia e le vette della grande letteratura russa, Dostoevskij soprattutto, capace di esprimere un malumore infinito e una tensione verso l’abisso, ma anche verso l’assoluto e l’irrazionalità, una frenesia di cui Carrère e i suoi libri sono impregnati.

Carrère e la madre Helene, così come il nonno paterno, sono lettori di Dostoevskij e non considerano allo stesso livello l’altro grande romanziere russo dell’Ottocento, Lev Tolstoj, amato invece dallo zio Nicolas. Proprio Dostoevskij, da giovane occidentalista, era stato arrestato per cospirazione, condannato a morte e graziato all’ultimo momento. Un generale balbuziente era stato incaricato di annunciargli la grazia, quasi un esercizio di quel sadismo beffardo che si nasconde nelle caverne più buie della natura umana, quelle stesse che Dostoevskij ha esplorato come pochi altri scrittori.

In Kolchoz, titolo che è legato non solo al cognome della famiglia Carrère o alla Russia, ma soprattutto a un rito familiare privato, quello di riunire tutti assieme in una storia, padri e bambini, la centralità dell’io narrante dell’autore si sgretola e lascia spazio ai personaggi della famiglia e, nel finale, alle tensioni dell’Europa degli anni Venti del Duemila, quelle della guerra della Russia contro l’Ucraina e dell’ombra oscura di Putin che si allunga sugli stati dell’ex URSS.

Per Carrère, l’atto del ricostruire la memoria della propria stirpe assomiglia proprio al balbettio di quel generale che annunciò la grazia di Fedor Dostoevskij: un ritorno al principio della lallazione, al tentativo di ricreare con il linguaggio un ordine possibile, sillaba dopo sillaba, all’interno propria costellazione familiare, in cerca di una pace personale.
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u/Sea_Formal_8740 — 2 months ago

Ricerca tubo/idroguida servosterzo Citroën C5 III

Ciao a tutti, sto cercando aiuto per trovare una tubazione/idroguida servosterzo per una Citroën C5 III X7.

Dati auto:
- Citroën C5 III Sedan (X7)
- 1.8 16V benzina 125 CV
- Motore EW7A / codice 6FY
- Anno 2009

Il codice PSA che sono riuscito a ricostruire dovrebbe essere:
- OEM 4014NZ
- possibile codice precedente: 4014JJ

Il pezzo è il gruppo tubazioni del servosterzo/idroguida (linea alta pressione + rigide sagomate).

Sto cercando:
- ricambio nuovo,
- usato da demolitore,
- oppure equivalente compatibile.

Se qualcuno:
- ha ServiceBox PSA,
- conosce codici sostitutivi,
- ha già avuto il problema sulla C5 X7,
- oppure conosce demolitori affidabili,

mi darebbe una grossa mano 🙏

Oppure sarebbe possibile ripararlo? Chi lo potrebbe fare?
Allego foto tubo rotto dopo incidente.

Grazie!

u/Sea_Formal_8740 — 3 months ago