Come sono sopravvissuto a Moby Dick
Un’esperienza di lettura di “Moby Dick o la Balena” di Herman Melville, traduzione e prefazione di Cesare Pavese, Adelphi, 588 pp.
Appena aperto il libro, quell’incipit folgorante “Chiamatemi Ismaele” proietta nel presente della narrazione ogni lettore che decide di avvicinarsi alla storia di Achab e della balena bianca e lo fa con un’immediatezza e una semplicità uniche.
Sembra di essere lì, al porto di New York o nella baia di Nantucket ad ascoltare il resoconto del naufragio del Pequod dalla viva voce di un sopravvissuto e che un esordio così contiene implicitamente la promessa di una storia così travolgente da non riuscire a prendere fiato.
Però la sorpresa iniziale nasconde un’opera molto più complessa ed articolata di quanto si può indovinare al primo approccio.
Avevo comprato un paio di anni fa un’edizione Adelphi e l’avevo dimenticata in uno scaffale della libreria, ripromettendomi di trovare prima o poi il tempo e la concentrazione per leggere il tomone di quasi seicento pagine di Melville che già metteva timore a guardarne la copertina, grazie all’illustrazione a tratteggio incrociato in copertina di Roberto Abbiati che ritrae la fronte mastodontica di un capodoglio.
Moby Dick è un classico, un libro da leggere almeno una volta nella vita e che, in parte, lo si conosce già: la caccia al capodoglio nei mari del Pacifico seguendo il delirio ossessivo del capitano Achab è diventato un simbolo dell’ossessione umana per qualcosa di irraggiungibile.
Ma quanti hanno letto davvero Moby Dick? E quanti di quelli che ci hanno provato, sono sopravvissuti alla grandissima densità del romanzo?
In occasione di un viaggio in mare decido di intraprendere la lettura delle 588 pagine del romanzo, evitando accuratamente di portare altri libri che avrebbero potuto distrarmi dall’arrivare all’ultima pagina del libro di Melville.
Ho portato a termine l’impresa in 17 giorni, non senza fatica e soprattutto seguendo un ritmo discontinuo fatto di infatuazione prima, sospensione poi fino alla repulsione, riscattata da un finale amarissimo e coinvolgente.
Volevo leggere almeno un centinaio di pagine al giorno, ma non sono riuscito a mantenere il ritmo che avevo immaginato; in alcune giornate mi sono dovuto accontentare di una decina di misere pagine.
Non mi sono sentito solo. Per molti Moby Dick o la Balena è un’opera molto difficile da leggere. Il capitano della barca a vela con cui abbiamo navigato lungo il Mani (il dito centrale del Peloponneso) fino all’isola di Kythira mi ha confessato di aver deliberatamente saltato tutte le pagine di descrizione delle specie dei cetacei per concentrarsi sull’azione drammatica e sulle parti relative alla navigazione, in poche parole, il suo piacere derivava dai paragrafi in cui succede qualcosa.
Un’autrice e copywriter su Instagram scrive in una story che la sua copia è in lettura da anni e riposa sorniona nella sua libreria, perché non riesce a leggere più di qualche capitolo alla volta.
La scrittrice e regista cinese Xiaolu Guo, che nel 2026 ha scritto un’opera ispirata al capolavoro di Melville chiamata Call me Ishmaelle, ha dichiarato in un’intervista per Kirkus di aver mollato Moby Dick al primo tentativo. Le sue ragioni, però, risiedono nel fatto che la traduzione in cinese non riusciva a restituire lo stile dell’autore e la mescolanza dei riferimenti biblici e shakespeariani. Quando ha preso in mano la versione in inglese l’esito è stato diverso1.
Samuel D. Hunter, lo sceneggiatore del film di Aronofsky The Whale e drammaturgo, ha raccontato che era un adolescente quando ha letto Moby Dick e che non l’ha capito per niente, ma l’ha amato molto proprio per la sua difficoltà, come se fosse proprio l’inafferrabilità dell’opera a determinare il piacere della lettura2.
In effetti la tentazione di abbandonare la lettura viene più e più volte perché la trama che tiene insieme il folle viaggio di Achab raccontato dal punto di vista di Ismaele altro non è che un esile filo che ha il compito di sostenere una complessa architettura, quella del mondo della baleneria nantuckese di metà 800, che indugia su particolari per noi contemporanei forse insignificanti, come la ripartizione del guadagno finale di ogni componente della ciurma o la descrizione della lavorazione del materiale rimosso dalla carcassa delle balene cacciate, senza dimenticare la minuziosa descrizione dell’estrazione dello spermaceti, la sostanza più preziosa per cui dare la caccia ai cetacei.
Siamo di fronte a un’opera-mondo secondo la definizione di Franco Moretti3, una cattedrale letteraria e una polifonia narrativa che oscilla tra romanzo d’avventura oppure di formazione, racconto, enciclopedia, letteratura odeporica, trattato e tragedia.
Questa difficoltà non è affatto un problema solo della generazione presente, anche la critica letteraria coeva all’uscita del romanzo ne sottolineava più i difetti che i pregi, come si può leggere su Literary Hub. Il critico Henry F. Chorley su Athenaeum nel 1851 si aspettava che il lettore comune lo mettesse via senza terminare la lettura, proprio perché si sarebbe di fronte ad una storia sconnessa e senza unità, una miscela mal composta di romanzo e fatti reali scritta in un inglese folle.4
In realtà, l’intento di Melville, non è soltanto quello di avvincere il lettore attraverso una concatenazione serrata di eventi verso la tragedia finale, anzi proprio ricalcando il ritmo della navigazione fatto di boline impetuose, raffiche di vento improvvise e di bonacce estenuanti restituisce un’andatura asimmetrica, larga per lunghi tratti, ma che si ricompone lì dove si concentra l’azione. Questo succede soprattutto nelle prime pagine, quando Ismaele si fa marinaio sul Pequod non senza difficoltà, e nelle ultime, dal momento in cui il capitano Achab con il sangue agli occhi scorge la balena bianca.
Non basta leggere Moby Dick o la Balena in maniera letterale, altrimenti è quasi sicuro mollarlo alla prima digressione. Come le grandi opere questo è un libro costituito da più livelli di lettura.
Il primo è il livello narrativo: Ismaele imbarca da mozzo sul Pequod, una nave baleniera di Nantucket, supera le prime difficoltà grazie all’amicizia stretta con il ramponiere Quiqueg ed è testimone di numerosi avvenimenti relativi alla caccia alle balene, in ultimo dell’ossessione del capitano Achab, una figura faustiana che vuole uccidere con le sue mani la balena bianca che gli ha portato via una gamba ed è pronto a sacrificare l’equipaggio, la nave e la sua stessa vita, ma non ci riuscirà.
A questo livello si sovrappone quello simbolico-religioso. Melville, come dice Pavese nella prefazione, è nutrito di uno spirito protestante puritano, che lo porta a leggere la realtà secondo le sacre scritture cristiane, specialmente quelle contenute nell’Antico Testamento. Esemplari sono le pagine dedicate al sermone di Father Mapple a inizio romanzo, un racconto del naufragio del profeta Giona5 che allontanatosi dalla propria missione divina, viene inghiottito da un grande pesce e infine restituito alla terraferma per portare a termine il suo compito, ma ci sono anche continui rimandi e citazioni ai profeti e ai Salmi. La balena stessa, inoltre, viene chiamata più volte Leviatano, richiamando il mostro della tradizione biblica.
Dietro la lente della religione, si intravede chiaramente il livello filosofico che cerca di comprendere cosa sia il male: esso è il Leviatano che deve essere cacciato e ucciso, oppure il male è quel sentimento dentro il cuore umano di Achab che vuole soggiogare la Natura senza riuscirci?
Ad intervallare questi due livelli di lettura, ci sono molte pagine dedicate ad un sapere enciclopedico sulla baleneria, che costituiscono un ulteriore livello di lettura, a partire dalla classificazione dei cetacei secondo la loro anatomia, all’analisi del comportamento delle balene, fino alla caccia e ai processi e le tecniche di immagazzinamento del grasso di balena e dell’olio spermaceti.
Moby Dick potrebbe essere letto anche a livello politico analizzando le dinamiche umane di potere all’interno del Pequod, oppure a livello sociale scandagliando la diversità multiculturale dell’equipaggio, ma il punto è che la sua eccezionalità e anche la sua maledizione consiste proprio nel fatto che tutti i livelli di lettura contenuti nel testo sono intrecciati e quasi inscindibili.
Quando nel 2007 Baricco ha proposto un reading in teatro di Moby Dick scegliendo alcune scene e dopo averle messe una accanto all’altra ha scelto di commentarle, ha messo sul palco un’operazione spettacolare vincente, capace di far emergere il possibile percorso drammatico del testo. Questa selezione, però, non può restituire l’alchimia narrativa complessa del romanzo, la sua forza centrifuga, poiché ne sacrifica inevitabilmente la dimensione digressiva.
In fondo, Moby Dick o la Balena è una lettura difficile perché non è soltanto un romanzo che racconta una storia, ma è un’opera che cambia continuamente forma davanti agli occhi del lettore e il teatro non le è totalmente estraneo.
Con grande sorpresa, girando le pagine, ho trovato dialoghi in forma drammatica, con tanto di didascalie e nomi dei personaggi ad inizio battuta. Non è un caso, Melville infatti costruisce in più punti l’intelaiatura di Moby Dick come se stesse scrivendo una tragedia, il cui modello principale è quello di Shakespeare. Ciò è reso chiaro dalla passione cieca di Achab, personaggio costruito come un eroe tragico che si abbandona a frequenti monologhi, a un lessico che nelle parti più intense si fa poetico e a scene dialogate, come quelle con il primo ufficiale Starbuck e corali. L’altro modello per Achab è la figura di Faust, nella sua duplice tradizione da Marlowe a Goethe: come il personaggio della tragedia vuole oltrepassare il limite della conoscenza, il capitano del Pequod vuole oltrepassare quello imposto dalla Natura all’Uomo. Ad entrambi lo scendere a patti con la parte oscura di sé restituisce un destino di morte, nel caso di Achab prefigurata da numerosi segni mortiferi disseminati nei capitoli, come le profezie di Fedallah o il presagio della bara.
L’ultimo scoglio da superare, ma non il più ostico, è il lessico marinaresco. Melville stesso si imbarcò per quattro anni su baleniere e navi da guerra prima di consumare i suoi giorni a New York in uno scialbo impiego statale e da questa esperienza ricavò una parte fondamentale del materiale narrativo e tecnico di Moby Dick e dei suoi romanzi precedenti6. Anche le parole, quindi, sono il risultato di una conoscenza diretta del mare, della navigazione e degli strumenti dei cacciatori di balene.
Se si è completamente all’oscuro di cosa sia una cima e una lancia, oppure se tribordo sia a sinistra o a destra, sarebbe meglio dedicare qualche minuto a cercare un glossario visivo che possa accompagnare la lettura, altrimenti il rischio è di non comprendere bene la disposizione dei corpi e dei loro movimenti nello spazio del Pequod, cosa che ha un preciso disegno poetico.
La traduzione di Pavese del 1932, rivista poi nel 1941 dallo stesso autore, resta attuale, fresca, non è appesantita da termini desueti o oscuri, fatta eccezione per il gergo marinaresco, e contribuisce a restituire la vitalità di un’opera che è riemersa nel 900 e che in Italia è arrivata con la traduzione dell’autore de La luna e i falò. Resta il dubbio di come suonerebbe nell’originale lo stile di Melville, a tratti scientifico e impersonale, altrove intenso, passionale, oppure confidenziale e pieno di giochi di parole difficili da riportare in italiano.
Nell’ultima parte, quando si consuma il dramma di Achab e del suo equipaggio mentre Moby Dick distrugge le lance e fa colare a picco il Pequod, il battito del cuore accelera. Non sembra vero che la navigazione volge al termine in quel modo sfortunato e tragico, anche se tutto lasciava presagire il fallimento fin dal primo momento.
Voltata l’ultima pagina, mi resta la quiete di un mare piatto, senza schiuma, senza increspature e finalmente riprendo a respirare come se fossi io Ismaele tirato fuori dalle acque da una nave di passaggio e ormai toccasse a me, da sopravvissuto ad un’opera letteraria così avvincente, raccontare questa storia a chi cova una grande ossessione dentro di sé, a chi sogna di uccidere la sua balena bianca, il suo Moby Dick.
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1
2
https://nofilmschool.com/the-whale-writer-samuel-d-hunter
3
Franco Moretti, Opere mondo. Saggio sulla forma epica dal Faust a Cent’anni di solitudine, Torino, Einaudi, 1994. Moretti individua nell’“opera-mondo” una forma narrativa moderna caratterizzata dalla tensione verso la totalità, dall’ambizione enciclopedica, dalla digressione e dalla difficoltà di essere ricondotta alle tradizionali classificazioni di genere. Tra gli esempi analizzati rientra anche Moby Dick.
4
https://lithub.com/check-out-the-original-1851-reviews-of-moby-dick/“This is an ill-compounded mixture of romance and matter-of-fact. The idea of a connected and collected story has obviously visited and abandoned its writer again and again in the course of composition. The style of his tale is in places disfigured by mad (rather than bad) English. […] We have little more to say in reprobation or in recommendation of this absurd book … Mr. Melville has to thank himself only if his horrors and his heroics are flung aside by the general reader, as so much trash belonging to the worst school of Bedlam literature—since he seems not so much unable to learn as disdainful of learning the craft of an artist.” –Henry F. Chorley, London Athenaeum, October 25 1851
5
Libro di Giobbe Gb 40,25-41,26
6
Cfr. Cesare Pavese, prefazione a Herman Melville, Moby Dick o la Balena, Adelphi, p. 11.