In Italia farsi valutare da adulti è di fatto un bene di lusso, e mi sembra che nessuno lo dica abbastanza forte
Premetto che non voglio fare l’ennesimo post-sfogo, ma dopo mesi passati tra CUP, centralini che squillano a vuoto e mail senza risposta ho bisogno di capire se sono l’unico messo così.
Riassunto della situazione italiana, per chi è appena arrivato qui e non ha ancora sbattuto la faccia sul muro.
Sotto i 18 anni un percorso esiste. Si chiama neuropsichiatria infantile, non è perfetto, ha le sue liste d’attesa, ma esiste. Sopra i 18 il sistema semplicemente non ti ha previsto. Non è che ti tratta male: proprio non ha immaginato che tu potessi presentarti. Sei un caso che non era in programma.
I numeri. Nel privato una valutazione completa sta fra i 400 e i 1.500 euro, a seconda di chi te la fa e di quante sedute servono. Nel pubblico è gratis o quasi, ma parliamo di attese che vanno dai 6 ai 18 mesi, e solo se nella tua regione c’è un centro di riferimento per adulti. In parecchie regioni ce n’è uno. Uno. Per tutta la regione.
Se stai al Sud o su un’isola, il consiglio implicito è “vai a Milano, a Torino, a Bologna”, che tradotto significa aggiungere treni e alberghi a un conto già alto.
Se il centro dedicato non c’è, finisci al centro di salute mentale del territorio, dove spesso trovi persone in gamba ma formate su altro. E lì scatta il classico: “però lei ha una laurea”, “però lei lavora”, “però lei ha una relazione stabile”.
Cioè: hai passato trent’anni a costruirti impalcature per stare in piedi, e quelle stesse impalcature diventano la prova che non hai bisogno di niente. Vieni punito per essere sopravvissuto bene.
La parte che mi fa più rabbia, però, è il dopo. Ammettiamo che tu paghi, aspetti, ottieni il foglio. Poi cosa c’è? Per gli adulti, quasi ovunque, niente. Nessun percorso strutturato, nessuna presa in carico. Per i farmaci servono specialisti abilitati e un piano terapeutico, e non sono dietro l’angolo. Quindi il risultato è che spendi come tre mesi di affitto per un documento che ti spiega vent’anni della tua vita, e poi ti arrangi.
Il punto politico, per come la vedo io: così la valutazione diventa un privilegio di censo. Chi ha i soldi capisce chi è. Chi non li ha continua a pensare di essere pigro, disorganizzato, “uno sprecato”, perché quella è l’unica spiegazione che ha potuto permettersi. Non è medicina, è una lotteria fra il CAP in cui sei nato e quanto hai sul conto.
Vi chiedo:
• quanto avete pagato, e in quante sedute?
• quanto avete aspettato nel pubblico, e in che regione?
• vi è mai stato detto “ma lei non sembra”?
• soprattutto: esiste qualche percorso pubblico per adulti che funziona davvero? Se sì ditelo, che magari questo thread diventa utile a qualcuno invece di essere solo uno sfogo collettivo.