Dove finisce la cura?
Sono stata a lungo paziente in una clinica pediatrica (anche se avevo già 18 anni) e qui ho conosciuto diversi bambini e famiglie con problematiche di vario tipo, prevalentemente neurologiche visto il mio reparto.
Sono recentemente stata a trovare una di queste bambine in una struttura riabilitativa a 400 km da quella dove ci siamo conosciute perché in quest’ultima non volevano più accettarla in quanto non avevano idea di come poter poterla aiutare ulteriormente.
Da due anni che la conosco, questa bambina non ha fatto alcun progresso: ha avuto un arresto cardiaco di 150 minuti e quindi un danno anossico molto importante. È in uno stato di minima coscienza e non riesce a fare niente. Da anni va avanti e indietro tra ospedali, terapia intensiva pediatrica e cliniche senza registrare alcun effettivo miglioramento. A questo punto, mi chiedo quanto abbia senso continuare a farle fare trattamenti fisioterapici e riabilitativi in generale quando una sua ripresa è molto improbabile, se non impossibile.
Quando l’ho vista di nuovo dopo un anno mi è sembrato davvero di avere davanti un corpo che cresceva perché qualcuno dall’esterno lo stava manutenendo: qualcuno la cambia, la nutre, le aspira le secrezioni.
Vorrei capire se la bioetica si è espressa su questo punto, non per una questione di eugenetica, quasi il contrario: mi chiedo se questa bambina possa percepire l’amore delle persone che ha attorno o in generale rendersi conto di qualcosa (ha menomazioni sensoriali a tutti e cinque i sensi molto gravi). Se no, qual è la ragione per tenerla qui? Perché i genitori sperano in un qualche tipo di miracolo? (Speranza legittima, sia chiaro, ma secondo me non regge di fronte all’ipotetica sofferenza della bambina).